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Marcello Gemmato e le dichiarazioni sui vaccini anti-Covid: eretico o inadeguato?

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Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (foto dal profilo Twitter)

Marcello Gemmato e i vaccini anti-Covid: il sottosegretario alla Salute, deputato di Fratelli d’Italia, con le sue dichiarazioni dell’altro giorno ha rivelato inadeguatezza, non apostasia. Spiace dover tornare, a poco più di un anno di distanza, sulle medesime considerazioni suggerite, allora, dal caso di Claudio Durigon. Ricordate? Il sottosegretario leghista al Lavoro del governo Draghi fu costretto alle dimissioni per avere detto, in un comizio, che bisognerebbe togliere l’intitolazione di un parco pubblico di Latina ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per riattribuirla al fratello del Duce, Arnaldo Mussolini. A proposito: Durigon, con il governo Meloni da poco insediatosi, è tornato a un sottosegretariato, quello del ministero dell’Economia.  Speriamo che almeno lui abbia imparato la lezione della buona misura.

Il farmacista barese

Stavolta, eccoci alle prese con il nuovo caso Gemmato. Classe 1972, barese, farmacista, una lunga militanza prima in An e ora in Fratelli d’Italia, per cui è già stato deputato nella scorsa legislatura. Rieletto lo scorso 25 settembre in Puglia, ha giurato due settimane fa come sottosegretario del ministero della Salute, guidato dall’accademico Orazio Schillaci. Cos’ha fatto, il nostro? Ha pensato bene (cioè, male) di prendere pubblicamente una posizione scettica (tutt’al più, agnostica) sull’utilità dei vaccini anti-Covid. Apriti cielo: insieme alle richieste di dimissioni, fioccate dalle opposizioni, è subito ripartito il derby tra dogmatici ed eretici. Partiamo, comunque, dalle parole di Gemmato.

Colloquiando con il giornalista Aldo Cazzullo, nel corso della trasmissione di Rai2 Re Start, condotta da Annalisa Bruchi, Gemmato stava rispondendo in merito all’anticipazione di alcune settimane del reintegro dei sanitari che non si erano vaccinati, decisa dal governo. Per corroborare la tesi della non irragionevolezza della posizione governativa, il sottosegretario dapprima ha detto che l’Italia non avrebbe brillato nella gestione di larga parte della pandemia, lamentando non invidiabili posizioni di vertice nelle classifiche per mortalità e letalità.

Questo lo dice lei…

Quindi, quando Cazzullo lo ha invitato a considerare che, senza i vaccini, le cose sarebbero probabilmente andate ancora peggio, ha risposto: “Questo lo dice lei, non abbiamo l’onere della prova inversa. Ma io non cado nella trappola di schierarmi a favore o contro i vaccini…”. Nello spazio di poche ore, Gemmato ha dovuto rettificare, spiegare, precisare: insomma, chiudere la stalla dopo che i buoi erano scappati. Decontestualizzazione delle sue parole in vista di una loro facile strumentalizzazione, interpretazioni faziose e ideologiche, necessità di guardare avanti: queste le toppe, acconciate dal sottosegretario.

In attesa del ritorno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni dall’Indonesia. Il capo del governo, nel corso del G20, ha ribadito la centralità del personale sanitario, della prevenzione vaccinale e della responsabilizzazione dei comportamenti delle persone per il controllo della pandemia. Senza dimenticare la necessità di non mettere in contraddizione diritto alla salute e diritti di libertà. Il ministro Schillaci, per parte sua, si è detto soddisfatto della rettifica di Gemmato.

Bassetti per tutti

Evitiamo di passare in rassegna lo stracciamento di vesti di numerosissimi esponenti delle opposizioni, parlamentari e non. Nonché le numerose prese di posizione contrariate di esponenti del mondo medico-scientifico. A noi sembra che la sintesi migliore del fastidio, provocato dalle parole in libertà dell’onorevole Gemmato, sia quella del professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova: “Un bel tacer non fu mai scritto”. Naturalmente, il noto infettivologo non ha mancato di stigmatizzare anche nel merito le dichiarazioni di Gemmato, dicendo che, per apprezzare il risparmio di vite umane assicurato dall’immunizzazione vaccinale, basterebbe sapere leggere la letteratura scientifica.

Il punto, però, è proprio tacere. Per Gemmato, personalmente, contano i fatti, non le parole: è vaccinato. Ciò significa che, anche solo nel dubbio, ha preferito vaccinarsi. Una volta assunta, però, una specifica veste istituzionale, quale quella di membro del governo con delega proprio alla Salute, perché egli si appella pubblicamente al dubbio? È chiaro: per non deludere politicamente anche gli scettici e gli stessi contrari ai vaccini.

Il problema è stabilire se il suo compito sia questo. Francamente, ci pare di doverlo escludere. Un governo deve individuare e attuare delle soluzioni. Ne consegue che i suoi esponenti, se e quando esternino riguardo a queste ultime, debbano attenersi alla linea dell’esecutivo. I dubbi competono agli intellettuali, ai giornalisti, all’opinione pubblica. Gemmato può coltivarli privatamente, non pubblicamente e in veste di responsabile politico di un dicastero. In altri termini: o parla come il governo, o (per tornare alla regola aurea di Bassetti) tace.

Comunicazione e dogmatismo

Intendiamoci: neanche noi siamo Alice nel paese delle meraviglie. E ci rendiamo perfettamente conto della piega pseudo-religiosa, presa dal linguaggio pro-vax, che finisce per essere, spesso, anche quello della comunicazione istituzionale. Ne avevamo parlato a proposito del varo del green-pass da parte del governo Draghi, quando l’allora presidente del Consiglio si espresse in termini esasperati: non ti vaccini, muori e fai morire. Tra l’altro, sbagliando grossolanamente in ordine all’efficacia dei preparati nell’interruzione della circolazione virale.

Il fatto è che, stante la delicatezza della materia e delle responsabilità delle autorità politiche e sanitarie, non c’è alternativa saggia all’estrema parsimonia delle dichiarazioni. Il governo e quanti ne fanno parte parlino solo con i loro provvedimenti. Ad esempio, c’è chiarezza normativa in ordine al fatto che il secondo richiamo vaccinale (la cosiddetta quarta dose) ed eventuali successivi siano necessari solo per i soggetti fragili? Oppure, l’escamotage verbale è quello della loro raccomandazione solo per questi soggetti? Nessuno si scandalizzerebbe, evidentemente, se dei soggetti non fragili facessero richiami non strettamente necessari. Eppure, ogni farmaco dev’essere assunto solo al bisogno.

Prevenire è meglio, anche al governo

In conclusione, come per Claudio Durigon l’anno scorso, anche per Marcello Gemmato vale il dubbio legato non alla sua permanenza nell’esecutivo, bensì all’opportunità di avercelo fatto entrare. La cultura istituzionale, la consapevolezza dei limiti comunque da non superare e il senso della misura debbono necessariamente essere vagliati, prima di effettuare le nomine governative.

Certo, visto che si parla di medicina, pur sempre si tratta di un giudizio prognostico, nel senso che è impossibile preventivare con sicurezza la condotta (propria e altrui) di fronte a qualsiasi imprecisata evenienza. Quando, però, si è bucata la prevenzione, residua la cura: in questo caso, le dimissioni dal governo. Sia chiaro: se Gemmato dovesse lasciare, dovrebbe farlo a causa non di un’insussistente eresia, ma di una conclamata inadeguatezza.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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