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Israele e l’attacco all’Iran prima che abbia l’atomica: quali scenari per il futuro?

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Israele e forse anche direttamente gli Stati Uniti in guerra contro l’Iran: l’orologio della crisi, in forte accelerazione dall’attacco di Hamas nello Stato ebraico del 7 ottobre 2023, si avvicina a un momento di svolta. Il problema è se il punto che verrà messo alla fine di questa pagina suggellerà una soluzione a medio termine della polveriera mediorientale, ovvero un accomodamento (per quanto doloroso e pericoloso) solo momentaneo e dagli strascichi imprevedibili.

Mentre scriviamo, il pendolo trumpiano sembra propendere per un impegno diretto ed esteso degli Stati Uniti negli strike sugli obiettivi strategici iraniani. Nessun dubbio, al di là della retorica di facciata, sul fatto che l’America abbia già fornito il consueto illimitato supporto di intelligence, armamento offensivo e protezione navale ed aerea ai bombardamenti israeliani dello scorso weekend su obiettivi militari a Teheran e Isfahan e sui siti nucleari di Natanz. A tuttora, pare che l’operazione “Rising Lion” voluta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non riesca, senza l’intervento diretto statunitense, ad avere ragione distruggendolo dell’impianto nucleare sotterraneo di Qom (Fordow). Al solito non ci dilungheremo sulla cronaca, al netto degli sviluppi essenziali in divenire. Semmai, proveremo a fare qualche considerazione generale ed abbozzare un minimo di analisi dei fatti e delle prospettive.

Riflessi condizionati e sangue freddo

Cominciamo da Israele. E diciamo subito che le possibili e finanche probabili implicazioni personali di Netanyahu (politiche e processuali) secondo noi non sono a tema. Nel senso che, pur avendo pesato probabilmente sulla tempistica delle azioni, non ne hanno determinato la progettazione, né alterato la finalizzazione. Soprattutto, se c’è un Paese in cui le guerre – sempre all’ordine del giorno – sono di tutti indistintamente, questo è proprio lo Stato Ebraico. La possibilità di muovere guerra previa – cioè, di aggressione – per impedire ad un nemico di dotarsi di un armamento atomico che già si possiede, è un “privilegio” politico e diplomatico che gli Stati Uniti e l’Occidente riconoscono a Israele. Questo, però, ha serie conseguenze sulla credibilità mondiale dei richiami alla legalità internazionale e la distinzione tra aggrediti e aggressori. Se non altro, scopriamo che tutti gli aggressori sono e si sentono anche un po’ aggrediti.

Il punto, comunque, è un altro. Israele, contrastando l’armamento atomico dei suoi vicini, persegue un obiettivo realistico o di un globo terrestre che non esiste? Ci spieghiamo. Il problema dell’arma atomica, per lo Stato Ebraico, non è di deterrenza in senso classico. Tutti sanno che, oltre a disporre illimitatamente dell’appoggio statunitense, Israele è il Paese più armato del mondo e sicuramente dotato in proprio di armamento nucleare (non ha mai sottoscritto impegni di non-proliferazione, né conseguentemente accettato alcun controllo esterno al riguardo). Il problema è che Israele non è fisicamente (cioè, territorialmente) in grado di sopportare lo sganciamento dell’atomica. Risponderebbe immediatamente, ma per esso la fine sarebbe già un fatto compiuto, nel senso che per un paio di secoli non potrebbe tornare a calpestare la sua terra. Israele non può diventare la Russia, la Cina, l’India o gli Usa, cioè Paesi-continenti. La questione è tenere a freno il riflesso condizionato che gli fa inseguire l’impossibile, cioè non apparire un Paese incapace di sopportare come tale gli effetti di uno strike atomico.

Iran in preda al fanatismo 

Veniamo all’Iran. I limiti della ierocrazia khomeinista, al potere dal 1979, sono eclatanti. Parliamo di limiti, perché le sue colpe sono ben evidenti e misurabili prima di tutto dal dissenso interno. Stiamo ai rapporti internazionali. Il regime è vittima di scollamento dalla realtà, conseguenza evidentemente del suo approccio fondamentalistico di fondo. Dichiarare di avere come obiettivo prioritario la distruzione di Israele, quando non ha nemmeno il sostanziale controllo del proprio spazio aereo e tutto il Paese è ed appare infeudato di spie e traditori al soldo del nemico, dà la misura di un fanatismo che trascolora paradossalmente nel dilettantismo.

L’eliminazione in questi giorni di campagna israeliana di un gran numero di generali dei Pasdaran e di scienziati dediti al programma nucleare, oltre ai precedenti omicidi mirati delle leadership dei proxy terroristici Hamas e Hezbollah direttamente sul suolo iraniano, dicono tutto sull’incredibile approssimazione nella gestione del Paese. Per intenderci: simili superficialità sarebbero imperdonabili per chi nutrisse propositi pacifici, figuriamoci per chi si vanta di volere spazzare via lo Stato relativamente più forte del mondo sul piano militare.

Trump, dalla sconfessione all’emulazione 

Passiamo agli Usa e a Donald Trump. Che America e Israele siano praticamente una cosa sola, specie quando è il secondo a prendere l’iniziativa, è assodato. Non si capisce perché, allora, il presidente americano, non più tardi di un mese fa durante il suo tour nei Paesi arabi, abbia voluto prendere pubblicamente le distanze dalla politica estera neocon delle Amministrazioni repubblicane precedenti le sue, quelle dei due Bush padre e figlio.

Questa politica asseconda l’ossessione israeliana di cui si diceva prima, quella cioè di non apparire impossibilitati a resistere alle conseguenze di un conflitto non convenzionale. È chiaro che le guerre e le conseguenti destabilizzazioni di Iraq e Siria erano prodromiche alla resa dei conti iraniana. Questo, però, non cambia le cose. Trump, si dice, sta valutando se intervenire più estesamente nell’attacco di Gerusalemme a Teheran, cioè se impiegare ordigni (in possesso solo statunitense) capaci di colpire in profondità il sito di Fordow, dove il programma di arricchimento dell’uranio degli Ayatollah sarebbe nello stadio più avanzato. Quasi sicuramente accadrà ma, essendo il problema israeliano di natura fondamentalmente psicologica, non basterà. 

Regime change? 

A questo proposito, dobbiamo dire una parola sulla questione del «Regime change», cioè l’ambizione dichiarata di sortire la fine del regime clericale in Iran ad esito dell’aggressione israeliana. A seguito delle fallimentari esperienze in Iraq, Libia, Afghanistan e Siria, c’è ormai una convergenza obbligata dei commentatori sulla velleitarietà di questo tipo di politica. Si va dalla malinconica constatazione di Vittorio Macioce su Il Giornale di oggi circa il fatto che agli Ayatollah non succederà comunque un regime ispirato alle battaglie civili imperniate soprattutto sull’emancipazione femminile, all’analisi più articolata di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri a proposito della necessaria ricorrenza di pressioni esterne e, all’interno, di movimenti popolari e fratture nei gruppi dirigenti.

Più illuminante, però, ci sembra l’osservazione di Gian Micalessin sempre su Il Giornale odierno. Il voltafaccia clamoroso a cui si appresta Donald Trump, replicando l’interventismo mediorientale diretto di G. W. Bush, rischia di spaccare la base elettorale statunitense del tycoon, tra neocon ed evangelici pronti ad assecondare Tel Aviv sempre e comunque e la fazione Maga, più restia all’interventismo senza infingimenti in nome dell’isolazionismo sovranista. Pur senza nominarla esplicitamente, il pezzo di Micalessin evidenzia che la dipendenza israeliana degli Usa è disponibile persino ad una sorta di “Regime change” interno, figuriamoci quello iraniano.

La parte dell’assennata la fa la Russia…

In attesa dei prossimi imminenti sviluppi, restiamo in balia delle surreali dichiarazioni dei titolari di quelle che un tempo si chiamavano «Cancellerie». Per un Trump che ingiunge la resa a un ayatollah Khamenei già da tempo sparito dai radar e a cui concede graziosamente e momentaneamente di non eliminarlo, c’è un incommentabile Friedrich Merz che s’intesta l’aggressione israeliana come lavoro sporco fatto per conto dell’Occidente. Peccato che proprio la Germania sia un bersaglio ricorrente del terrorismo di matrice islamica fondamentalista e che l’umiliazione dell’Iran sia benzina e non acqua sul fuoco di questa radicalizzazione metastatica.

Tocca alla Russia di Putin, ricettacolo d’ogni nequizia, fare l’appello più assennato di queste ore concitate: bisogna fermarsi prima che l’irreparabile atomico si concretizzi. Al Paese-continente che ha uno dei due maggiori arsenali nucleari esistenti il futuro interessa comunque, nonostante il guaio in cui si è cacciato invadendo l’Ucraina. 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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