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Giorgia Meloni verso il referendum sulla giustizia, ma pensando alla nuova legge elettorale…

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(foto dal profilo Facebook)

Giorgia Meloni: la presidente del Consiglio si avvicina al referendum costituzionale sulla giustizia, mentre con la sua maggioranza propone contestualmente una nuova legge elettorale. Troppa carne al fuoco? C’è un legame tra le due circostanze? 

Proveremo a rispondere, partendo dal contenuto della proposta di centrodestra per cambiare le regole del voto. D’altra parte, non potremo nemmeno esimerci da qualche riflessione che vada al di là della contingenza politica, riguardando alcune radicate tendenze nazionali non solo della classe dirigente.

Mal di coalizione

Il tema di una correzione (più che di un cambiamento sostanziale) delle norme elettorali è in gestazione da tempo. Ne avevamo già dato conto qualche mese fa, quando avevamo illustrato i principi generali in materia per andare incontro anche ai lettori meno appassionati di politica. Alla fine di quell’articolo, accennavamo ai contenuti che i due plenipotenziari di Meloni, Giovanbattista Fazzolari e Giovanni Donzelli, lasciavano intendere di preferire per conto di Fratelli d’Italia. Si sa, però, che nel nostro Paese si va di coalizione, sicché bisognava attendere la messa a punto del partito di maggioranza relativa con gli alleati Lega e Forza Italia. La sintesi è stata depositata in questi giorni alle Camere, dove il progetto di legge dovrebbe cominciare il suo iter a Montecitorio. 

In questo modo, è stata fatta la salva la forma che riconosce la materia come di competenza strettamente parlamentare. Si tratta di una consuetudine non priva di eccezioni, perché due predecessori di Meloni a palazzo Chigi, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, avevano proceduto in tema come Governo e posto addirittura la questione di fiducia sull’approvazione delle loro proposte. Si sa, però, che non a tutti si perdonano le medesime cose. A riprova: le attuali opposizioni hanno rigettato in termini di principio la messa all’ordine del giorno parlamentare della questione, per quanto tutti i notisti e retroscenisti politici confermino come da tempo siano in corso abboccamenti trasversali agli schieramenti. Come mai? Perché, nel Paese dove fioriscono i limoni per dirla con Goethe, è importante marcare gli alleati almeno quanto gli avversari.

Che cosa cambia

Venendo ai contenuti e tenendo a mente le idee fatte circolare a suo tempo da Fratelli d’italia (ritorno delle preferenze, indicazione elettorale del candidato presidente del Consiglio, premio in seggi), la proposta di maggioranza ha mantenuto l’ultimo punto, attenuato il secondo e lasciato cadere il primo.

Il sistema che si delinea è il ritorno all’Italicum di Renzi (mai applicato, perché il suo premio di maggioranza fu bocciato dalla Consulta). Si tratta di una normativa nel solco della legge Calderoli (cosiddetto Porcellum) che da oltre vent’anni presiede all’espressione del nostro voto politico: la stessa normativa in vigore, il Rosatellum, ne rappresenta un’ulteriore variante. 

Rispetto ad ora, le cose per la maggioranza dovrebbero diventare così:

  • Formula elettorale proporzionale, in realtà maggioritaria camuffata (il sistema sarà misto, esattamente come adesso);
  • i collegi saranno tutti plurinominali e le liste bloccate (come oggi, non si potranno esprimere le preferenze: l’elettore non potrà scegliere che le liste di partito, mentre gli eletti di fatto continueranno ad essere predeterminati dalle forze politiche, salvo ovviamente che nel numero);
  • la correzione maggioritaria dell’impianto proporzionale, mirante ad assicurare stabilità, verrà realizzata dall’assegnazione di un premio in seggi alla coalizione che avrà superato direttamente il 40% dei suffragi, ovvero a quella delle due che, avendo riportato al primo turno tra il 35 e il 40%, prevarrà in un secondo turno di ballottaggio (rispetto ad ora, verranno soppressi come detto i collegi uninominali, cioè il terzo di maggioritario puro ancora presente nella normativa elettorale, salvo che in Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige);
  • il premio di maggioranza non eccederà la misura del 15% dei seggi, con l’ulteriore limite massimo di 230 deputati (su 400) e 114 senatori (su 200) eleggibili per questa via dalla coalizione vincente. Nel caso, poi, in cui nessuna coalizione dovesse raggiungere nemmeno il 35%, i seggi originariamente riservati al premio verranno ripartiti tra tutti i partiti proporzionalmente ai voti riportati dalle singole liste. I candidati ai seggi riservati al premio saranno indicati sulla scheda nello spazio riservato alle coalizioni. Il premio è nazionale, ma suddiviso su base circoscrizionale alla Camera e regionale al Senato (attualmente, il premio di maggioranza non è previsto dalle norme elettorali del Parlamento);
  • i nominativi dei candidati/delle candidate presidente del Consiglio non compariranno sulla scheda elettorale, ma saranno indicati in sede di presentazione delle liste, unitamente al programma delle coalizioni (è una novità, col rispetto del bizantinismo di non scrivere i nomi sulle schede per non sminuire l’esercizio successivo del potere di nomina da parte del presidente della Repubblica);
  • restano le attuali soglie di sbarramento per l’ingresso in Parlamento, del 10% per le coalizioni e del 3% per i partiti;
  • non cambieranno né numero, né confini delle circoscrizioni e dei collegi. Nessuna novità per le quote rosa, né per le pluricandidature e successive possibilità di opzione.
Problemi tecnici e ipoteca della Consulta

A parte le scontate critiche politiche delle opposizioni (cambiamento delle regole del gioco a ridosso della partita per paura di perderla), alla proposta del centrodestra vengono rivolte anche obiezioni di merito tecnico. Ad esempio il professor D’Alimonte, oltre a paventare il rischio che la maggioranza non venga conseguita o sia comunque piuttosto risicata, critica il carattere solo eventuale del ballottaggio e, così, della stessa assegnazione del premio. Secondo il politologo, un sistema siffatto potrebbe incoraggiare la formazione di liste che, impedendo l’auspicata polarizzazione, farebbero valere il loro peso negoziale per la successiva formazione delle maggioranze.

Sempre deludente è l’impossibilità per il corpo elettorale di riappropriarsi del potere di scelta dei rappresentanti: anzi, si perde persino il terzo di parlamentari eletti nei collegi uninominali non più previsti. Infine, a causa della da noi più volte stigmatizzata esorbitanza della Corte costituzionale, anche la legge elettorale è sub iudice e potrebbe venire manipolata dalla Consulta, ad esempio contestando l’effetto eccessivamente distorsivo della rappresentanza causato dal premio di maggioranza.

Il piccolo cabotaggio e l’indisciplina elettorale 

Non sappiamo se ci sia un legame, nella mente della presidente Meloni, tra il referendum sulla giustizia d’inizio primavera e la proposta di riforma elettorale, né quale sarà la sorte di quest’ultima. A proposito del primo, è probabile che l’affluenza avrà un peso, così come in generale è certo che i sondaggi auspichino un risultato almeno altrettanto quanto non lo prevedano (non dimentichiamo il caso Kamala Harris). Certo, per una leader con le ambizioni della premier, occuparsi della legge elettorale sullo scorcio della legislatura non è il massimo, mentre le opposizioni si preoccupano di come si presenteranno alle elezioni anziché di quale alternativa di governo potrebbero concretamente realizzare nel caso dovessero vincerle.

La nostra opinione sul sistema istituzionale, che contiene anche quello elettorale, l’abbiamo ripetuta molte volte: se dovessimo restare un regime parlamentare, i tecnicismi elettorali non ci trasformeranno in altro. Quanto a noi cittadini, il premio di maggioranza (come dice D’Alimonte) potrebbe al limite non bastare, se non pensassimo come Paese e non osservassimo una disciplina anche politica ed elettorale.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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