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I referendum e l’ennesimo fallimento: perché sono diventati un’arma spuntata

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Referendum del 12 giugno: débâcle annunciata, il quorum è rimasto un miraggio. I cinque quesiti sulla giustizia hanno visto una partecipazione sotto il 21% degli aventi diritto. Il 50% più uno dei votanti, indispensabile per dare seguito ai responsi delle diverse urne, è sideralmente lontano.

Si è trattato dell’affluenza più bassa da quando, nel 1974, si è votato per la prima volta in Italia per i referendum abrogativi. Questo è accaduto, nonostante la consultazione sia stata associata al primo turno delle amministrative, che dovevano avere luogo lo stesso giorno (altra prima volta assoluta).

A conti fatti, tutti dicono di sapere cosa si sarebbe dovuto fare per sortire un esito diverso. Sarebbe bastato che la Corte costituzionale avesse lasciato votare anche sull’eutanasia e sulle droghe leggere, dicono alcuni. Bisognava fare votare su due giorni, sostengono altri. I quesiti dovevano essere più chiari e meno tecnici, sentenziano altri ancora.

Nessuna di queste ricostruzioni sembra cogliere nel segno, specialmente il riferimento all’eutanasia e alla cannabis: cosa c’entrano con la giustizia? Il referendum italiano diverso da quello confermativo costituzionale (articolo 75 della Costituzione) non va proprio per com’è congegnato e, di seguito, proveremo a spiegare perché.

Partiti e intermediazione politica

Bisogna cominciare dall’inizio, cioè dalla Costituzione del 1948. Una Costituzione è uno strumento: nobile quanto si vuole, ma pur sempre un mezzo. Se dovessimo convertirne in fine l’intangibilità formale, saremmo fuori strada. Come qualsiasi opera umana, la Costituzione del 1948 è figlia del suo tempo, che inevitabilmente – per molti aspetti – è passato. Il suo tempo era quello dei partiti: con la P maiuscola, di massa, con centinaia di migliaia di iscritti e sezioni sotto tutti o quasi i campanili d’Italia, con dirigenti, funzionari e quadri, con quotidiani che si fregiavano del titolo di loro “organi”. 

La memoria storica (e quella personale dei lettori più maturi) corre alla Democrazia cristiana e al partito per antonomasia, il Partito comunista italiano che come ricordavamo l’anno scorso, in occasione del centenario, era addirittura una formazione filosofica e pretendeva di essere la ragione, più ancora di averla. Ma la Repubblica italiana (l’unica, non la Prima, anche qui occorre correggere la vulgata giornalistica) è stata il regime di ogni partito, dei partiti in quanto tali. E i partiti cos’altro erano, se non corpi sociali intermedi? L’intermediazione tra i cittadini e la res publica avveniva necessariamente grazie a loro. Tu li votavi, non di rado in base ad atti quasi di fede e, poi, loro usavano il tuo voto per fare quello che serviva: cosa che tu non potevi, né dovevi sapere, perché non eri abbastanza grande e, a sentire loro, non lo saresti mai diventato.

Il fumo negli occhi

I partiti, dunque, hanno considerato il tipico istituto di democrazia diretta (cioè, disintermediata), che è il referendum, come il fumo negli occhi. Anzi, sembra strano che l’articolo 75 della Carta sia stato comunque scritto dai Costituenti. Ma tant’è: tutti sapevano perfettamente che l’incubo del cesarismo avrebbe distolto chiunque dal proposito sacrilego di profanare la politica, mettendola in mano ai cittadini. Le famigerate disposizioni attuative, in questo caso del referendum, seguirono di oltre vent’anni la Costituzione. La legge n. 352, infatti, reca la data del 25 maggio 1970 e regola tuttora la materia. 

È questa legge ad aver completato il quadro normativo, già esageratamente frenato, con il quale l’istituto referendario era stato radicalmente depotenziato dall’articolo 75 della Carta fondamentale. In sintesi, la disciplina è la seguente:

  • Articolo 75
  1. Attitudine esclusivamente abrogativa;
  2. attribuzione dell’iniziativa ad un numero relativamente modesto di elettori (500mila) e ad un numero relativamente elevato di Regioni (5);
  3. conseguimento del quorum come condizione della validità dei risultati;
  4. approssimazione del novero delle leggi escluse dall’abrogazione per via referendaria.
  • Legge n. 352/1970
  1. Vaglio di ammissibilità dei quesiti da parte della Corte costituzionale, dopo il riscontro di legalità delle firme da parte della Corte di cassazione;
  2. limiti temporali alla presentazione delle richieste di referendum e al loro svolgimento.
La leva e chi l’aziona

Il referendum è un istituto di democrazia diretta, che o è plebiscitario, o non è. Serve, a condizione che sia una delle frecce all’arco di un’autorità politica forte, capace di scoccarla per risolvere paralisi politiche e istituzionali – è il caso della giustizia e dell’autorità giudiziaria che l’amministra – ovvero per dare forza ad una linea politica, con la sanzione della sovranità popolare. Diversamente, il referendum non giova; anzi, è dannoso, perché rischia di ritorcersi contro la causa che, almeno apparentemente, avrebbe inteso servire.

Se non dovesse essere un’autorità forte a poter indire il referendum, occorrerebbe anche chiedersi che sorte avrebbe il responso delle urne, quorum o non quorum. Infatti, tante volte anche referendum andati a buon fine (dal punto di vista della validità) hanno visto i loro risultati non rispettati da successivi interventi legislativi, realizzati in senso non conforme al risultato delle consultazioni, quando non anche apertamente contrario.

Astensione e voto contrario

I referendum in mano ai Radicali, che in tal modo rivendicano la propria esistenza, ovvero sui quali altre forze politiche provano occasionalmente a mettere il cappello, come la Lega in questa tornata, non servono. Certo, anche il contenuto estremamente tecnico dei quesiti del 12 giugno non ha aiutato, ma esso è l’effetto e non la causa dell’inefficacia dell’istituto referendario italiano. Lo stesso può dirsi della via dell’iniziativa di 9 Consigli regionali di centrodestra, percorsa in questo caso in luogo della raccolta di 500mila firme dei cittadini.

Una parola, in conclusione, sull’astensione. La regola del quorum, correzione della scelta infelice di consentire promotori “diffusi” dei referendum, comunque c’è. E fintantoché ci sarà, puntare al mancato conseguimento del quorum rimarrà il principale strumento a disposizione dei resistenti alle abrogazioni proposte.

L’astensione, sempre legittima in uno Stato di diritto e democratico, è un po’ di più in questo caso: è la prima alternativa al Sì. Distinguere tra chi se ne serve deliberatamente e quanti, invece, sono purtroppo disertori abituali delle urne non sarà semplice, ma è necessario. Nel caso dei referendum del 12 giugno, comunque, si è persino fatto l’abbinamento con un turno elettorale amministrativo. Su uno sfondo rigorosamente gattopardesco – tutto deve cambiare perché tutto resti come prima – di più non si poteva fare.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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