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Il caso Becciu: Papa Francesco sarà contento per la prima condanna di un cardinale?

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Angelo Becciu: il cardinale dimezzato da Papa Francesco nel 2020 (gli ha tolto i principali diritti connessi alla carica, in primis l’elettorato in Conclave) è stato condannato dal tribunale penale della Città del Vaticano a 5 anni e 6 mesi di reclusione. Come pene accessorie, sono state disposte l’interdizione perpetua dai pubblici uffici (sempre vaticani) e il pagamento di una multa. Sua eminenza Becciu, dunque, in epoca contemporanea se non addirittura moderna, è il primo cardinale della Chiesa Romana a essere coronato della galera, anziché del galero (il cappello con le nappe, insegna araldica dei prelati).

Ricorriamo a un po’ di ironia per sdrammatizzare, ben sapendo, però, che da ridere c’è ben poco, in tutta questa vicenda. Non possiamo prescindere, naturalmente, dal riferimento alle accuse per le quali Becciu è stato condannato in primo grado. La nostra riflessione, nondimeno, consisterà in un giudizio più complessivo da portare sulla faccenda; e soprattutto sulle modalità con cui si è voluto affrontarla da parte di Papa Francesco.

Colpevole su tutta la linea

Becciu è stato ritenuto responsabile praticamente su tutta la linea delle accuse che gli erano state mosse dalla pubblica accusa vaticana. I filoni erano tre. Il primo riguardava la controversa operazione speculativa (risoltasi, poi, in perdita per la Santa Sede) relativa all’acquisto del famoso palazzo di Sloane Avenue a Londra. Il porporato, all’epoca Sostituto della Segreteria di Stato, è stato giudicato responsabile di peculato, in concorso con il finanziere Raffaele Mincione. Ricordiamo che il peculato è la distrazione o l’appropriazione di ciò di cui un pubblico ufficiale ha la disponibilità per ragioni di servizio.

Il secondo filone, per cui il cardinale dimidiato è stato punito insieme alla signora Cecilia Marogna, concerneva un’ipotesi di truffa aggravata. Becciu avrebbe fatto avere 570mila euro della Segreteria di Stato a una società riconducibile a Marogna per propiziare la liberazione di una religiosa, presunta vittima di un sequestro di persona in un Paese estero. In realtà, il sequestro a scopo estorsivo sarebbe stato una fandonia e Marogna avrebbe trattenuto e usato per sé l’ingente somma.

Infine, il terzo filone era quello di un altro contestato peculato. Becciu avrebbe disposto 125mila euro vaticani per la Caritas di Ozieri, finiti però a una cooperativa diretta da suo fratello Antonino. La finalità era di per sé lecita, ma il reato si configurerebbe comunque per la ricorrenza di un interesse privato in atti di ufficio. Nonché, per la violazione di un’espressa disposizione canonica (il can. 1298, che vieta le disposizioni di beni ecclesiastici in favore di parenti entro il 4° grado).

Diritto penale e severità

Nel merito delle accuse, onestà intellettuale ci impone di essere prudenti, perché occorrerebbe disporre di ben altra conoscenza dei fatti e degli atti per pronunciarci sulla condanna.

La questione della Caritas sarda, soprattutto a fronte del riconoscimento della non illecita destinazione dei fondi, non sembra di una gravità tale da scomodare un’accusa e un processo penali. Specie, nelle particolarissime condizioni date, vale a dire sottoponendo a giudizio comune un vescovo strettissimo collaboratore del Pontefice.

I due peculati integrano questioni più delicate. Sia per i valori economici in gioco (ingentissimo quello dell’investimento mobiliare e immobiliare, nell’ordine di 200 milioni di dollari), sia per il diverso tipo di responsabilità riconosciuta in capo a Becciu. Tanto nel caso dell’interposizione di Mincione e altri faccendieri, quanto nel caso di Marogna, dobbiamo pensare che il tribunale presieduto dall’ex magistrato italiano Giuseppe Pignatone abbia ritenuto provato il dolo (cioè, la volontà) del cardinale di nuocere all’amministrazione della Santa Sede, per favorire interessi illeciti di terze persone. E tenuto conto, comunque, che Becciu non è accusato di essersi appropriato personalmente neanche di un centesimo.

Cui prodest?

Resta il problema dei problemi, vale a dire l’interrogativo: cui prodest (a chi giova)? Un processo di questo tipo è stato voluto personalmente dal Papa. Francesco ha anzitutto degradato il cardinale da lui stesso creato. Quindi, ne ha reso possibile e ordinato la sottomissione al giudizio comune. Poi, ha dato in vario modo il massimo rilievo alla circostanza, alternando allontanamenti e riavvicinamenti più o meno pubblici con Becciu. Ha perfino ingaggiato come giudice vaticano Pignatone, icona del contrasto alla criminalità organizzata romana.

Adesso, cosa si ritrova in mano, il Pontefice? Un cardinale condannato penalmente, benché in primo grado. Un uomo di sua fiducia, ricevuto in eredità in Segreteria di Stato dal suo predecessore Benedetto XVI, ma da lui mantenuto nella stessa posizione apicale per cinque anni. Quando ha deciso di promuoverlo cardinale e prefetto delle Cause dei Santi, cioè responsabile delle investigazioni su quanti hanno praticato le virtù cristiane in misura eroica. Curiosa coincidenza, a dare credito alla sentenza di Pignatone e colleghi. Adesso che Becciu è un pregiudicato, marchiato come malversatore, che cosa ha ottenuto Papa Bergoglio? La Curia romana è ripulita? Giustizia è fatta? Soprattutto: lo si dirà, sui media? Oppure, si faranno altre considerazioni?

Gli effetti mediatici

Abbiamo notato, infatti, nei giorni che hanno preceduto l’attesa sentenza, il fiorire di prese di posizione innocentiste a favore di Becciu, da parte di autorevoli commentatori. Queste forme di “generoso” sostegno prestate al cardinale, non stranamente (almeno per noi) si appuntano proprio sulle manchevolezze dello Stato di diritto in Vaticano, sulla mancata divisione dei poteri entro le mura leonine, sul fatto che la decisione papale di fare processare un cardinale ne implicasse già sostanzialmente la condanna.

Il giudizio mediatico sul Papa, in questo frangente, oscilla tra quello (inespresso, ma ricavabile per fatti concludenti) di trovarsi a capo di un’accozzaglia di intriganti e approfittatori e quello di essere un sovrano assoluto, che calpesta i diritti e le garanzie individuali, inscenando processi più o meno farsa. È questo il risultato dello scandalo a tutti i costi, di questa strana passione per l’autolesionismo, manifestata con sin troppa coerenza lungo pressoché l’intera durata del Pontificato in corso.

I soldi del Papa

Un particolare di colore, nel dispositivo della sentenza di Pignatone ripreso da un apposito comunicato-stampa vaticano, merita in proposito di essere rilevato. I 200 milioni e 500mila dollari sottoscritti dalla Segreteria Papale in favore del fondo di Mincione sono indicati come «pari circa a 1/3 della disponibilità all’epoca della Segreteria di Stato». Non si sa se faccia tenerezza o susciti ilarità l’intenzione ostentata di dire a tutti quanti soldi avrebbe in cassa il Papa. Troppi? Pochi? Scenda l’oblio.

Anche l’umiliazione…

Becciu esce dalla prima tappa giudiziaria di questa vicenda come un ecclesiastico “vecchia maniera”, ossia abituato a gestire i beni della Chiesa in modo paternalistico. Si fidava di qualcuno e non chiedeva troppo conto.

Se si vuole davvero trarne una lezione di governo ecclesiale, bisognerebbe che gli ecclesiastici fossero completamente sollevati dalle responsabilità economico-finanziarie, in favore dei soli laici. È possibile, questo, nell’ambito della Chiesa? Oppure, il vero scopo di questa storia è umiliarsi per umiliarsi? Umiliamoci, allora. Almeno, però, facciamolo in silenzio. Il silenzio non costa euro, né dollari, ma distacco da sé e dalla tentazione di piacere a chi conta nel mondo. Un processo come quello a Giovanni Angelo Becciu e altri, purtroppo, è stato fatto soprattutto per piacere al mondo. La Chiesa, grazie a Dio, al mondo continuerà a non piacere.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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