Giorgia Meloni: tra un coro saltellato napoletano, un elogio dell’Economist e una polemica con il Quirinale in cui cerca di trascinarla il quotidiano La Verità, la presidente del Consiglio ha imboccato la discesa della legislatura. Viene da chiedersi se abbia il freno tirato e chi rischi di più in caso di incidente, se lei stessa in termini di consenso o il Paese.
Uno sbandamento, al limite, potrebbe verificarsi solo in occasione del referendum costituzionale della prossima primavera sulla riforma della separazione delle carriere, dell’organo di autogoverno e della giustizia disciplinare dei magistrati. Difficile che altre questioni, su cui pure gli alleati di governo di Fratelli d’Italia si esercitano volentieri in scaramucce tra loro per recuperare visibilità, possano intralciare la marcia della leader. Meloni, a scanso di equivoci, ha sempre sostenuto di non considerare legata la sorte del suo governo a quella dell’esito del referendum. Pur essendo da crederci, sarebbe però difficile immaginarsi assenza di conseguenze in caso di vittoria del No. A quel punto, l’inquilina di palazzo Chigi sarebbe obbligata a decidere se logorarsi un anno in attesa delle urne, ovvero anticiparne l’apertura: volontà superiori permettendo, naturalmente.
Ed è proprio a uno scontro con la volontà superiore per eccellenza, quella del capo dello Stato Sergio Mattarella, che Maurizio Belpietro e il suo quotidiano indipendente di destra sembrano volere forzare la presidente del Consiglio. Il loro non-scoop di ieri (un consigliere di Mattarella, l’ex deputato del Pd Francesco Saverio Garofani, che auspica in un momento di privata convivialità anche imprecisati «provvidenziali scossoni» pur di non fare rivincere le Politiche al centrodestra e non lasciargli eleggere il successore del medesimo Mattarella) noi non ce lo spieghiamo altrimenti che come “fuoco amico”. Le polemiche che ne sono seguite, le richieste di smentite di FdI e la nota di sdegno del Quirinale per l’accreditamento della fonte di stampa, non migliorano certo la posizione di Meloni con Mattarella. Noi, comunque, proviamo a guardare oltre, facendo due passi indietro.
Aplomb rivedibile, ma…
Accennavamo all’inizio al calore dei suoi sostenitori partenopei, che ha spinto la leader di Fratelli d’Italia a tenere qualche comportamento un po’ sopra le righe, durante l’evento di venerdì scorso in sostegno del candidato del centrodestra alle Regionali di domenica e lunedì prossimi, il suo sottosegretario Edmondo Cirielli. L’estremo degrado della comunicazione politica (incarnato dai talk televisivi), unitamente alle difficoltà delle opposizioni, hanno fatto indugiare sulla partecipazione della presidente del Consiglio al coro “Chi non salta comunista è!”, scandito con qualche saltello a tempo sul palco.
In effetti, già prima della conclusione della kermesse e dei quattro salti, Meloni aveva fatto ricorso nel suo intervento ad espressioni molto rilassate (i più critici direbbero finanche slogate). Ad esempio, all’indirizzo di un sostenitore tra il pubblico, ha detto: “Dopo ti do il mio numero di telefono, così la mattina mi tiri su il morale quando mi sveglio”. Un evento elettorale locale è un’occasione anzitutto di parte e poi anche di folklore. La faziosità non è un aspetto qualsiasi di questo tipo di manifestazione, bensì l’unica cosa che conti. Il costume regionale può più o meno fondersi con quello della personalità politica che tiene la piazza o il teatro e la personalità politica può trovarsi più o meno in sintonia con questo spirito.
Anche se la questione è tutt’altro che rilevante, riconosciamo facilmente che Meloni potrebbe preferire un diverso aplomb. Farle carico, invece, di astenersi dalle competizioni elettorali in cui non è personalmente coinvolta, sarebbe ipocrita: in democrazia, il potere è contendibile e la sua “coloritura” di parte è ovunque rivendicata.
L’endorsment dell’Economist e le critiche
Sicuramente più rilevante, anche se ovviamente tutto da capire e quindi da interpretare, l’endorsment che la premier e il suo governo hanno ricevuto da parte della stampa britannica (il settimanale The Economist e il quotidiano economico Financial Times). Si tratta di casi tra loro diversi. Nel primo articolo, infatti, il giudizio è firmato dalla rivista ed esprime dunque la posizione ufficiale dell’organo di stampa. Nel secondo caso, invece, il pezzo è firmato da un articolista ospite del quotidiano, l’italiano Stefano Caselli, economista e direttore della Sda Bocconi School of Management. In più, per quanto riguarda le valutazioni dell’Economist, il pezzo pubblicato in occasione del terzo anno di governo Meloni articola il giudizio, distinguendo tra la stabilità dell’esecutivo e la caratura personale della presidente del Consiglio da una parte e le difficoltà di crescita economica del Paese dall’altra.
Sforziamoci di andare al senso e comprenderlo. Non è una novità che Giorgia Meloni ottenga sentiti riconoscimenti in forza delle sue qualità di leadership, preparazione e comunicativa. Così come non sono nuove le denunce delle criticità croniche dell’Italia (stagnazione, bassa produttività, burocrazia dei veti, evasione fiscale, farraginosità giudiziaria…) e della tiepidezza con cui anche il governo in carica vi sta facendo fronte. Pure all’estero si celebra la stabilità dell’esecutivo Meloni, ma si adombra che questa si fondi più sulla capacità di gestione che di cambiamento. Pare, insomma, che Meloni duri non nonostante, ma in virtù di quanto evita di fare. Non bisogna nemmeno dimenticare che tanto l’Economist quanto il Financial Times sono specchi abbastanza fedeli dei mercati finanziari, che hanno costantemente dimostrato di apprezzare la cautela sui conti garantita da Meloni e dal suo ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.
Orsina: Meloni, il contrario della rivoluzione
Il tema del minimalismo meloniano è stato ripreso e ottimamente trattato dal professor Giovanni Orsina su Il Giornale di lunedì scorso. L’eccellente politologo ha scritto che i frenetici cambiamenti socio-economici e culturali degli ultimi decenni hanno prodotto in Occidente una reazione politica risentita o populista, per lo più di destra, con due sbocchi teoricamente possibili: la rivoluzione al contrario, ovvero il contrario della rivoluzione. Detti altrimenti: la controrivoluzione, o la prudenza conservativa.
Orsina osserva che l’Italia non potrebbe comunque – nemmeno se la sua leadership lo volesse – costituire l’avanguardia della restaurazione. Per cui, la condotta prudente di Meloni (volta a rallentare e stemperare l’ineluttabile) gli appare positiva. Per corroborare la sua tesi, l’ordinario di Storia comparativa dei sistemi politici della Luiss invita a considerare Donald Trump. Nemmeno il presidente Usa sembra capace di fare la rivoluzione al contrario, nonostante sia alla testa del Paese potenzialmente in grado d’imporla come nazione-guida dell’Occidente.
I limiti del minimalismo meloniano
Abbiamo la massima stima del professor Orsina e delle sue capacità di analisi e riflessione. Ci onora, anzi, avere del tutto inconsapevolmente pensato di scrivere dello stesso tema da lui affrontato praticamente nello stesso momento. Siamo d’accordo con lui, ma non completamente. L’analisi che fa dello sconvolgimento dei paradigmi e dei valori occidentali ci sembra perfetta. Divergiamo, però, da lui nel giudizio portato sui modi per farvi fronte. Se – come noi pure crediamo – di un autentico sovvertimento valoriale si tratta, non pensiamo si possa rinunciare per principio a contrastarlo. O non si condividono davvero i valori oggi rinnegati, o non ci si può accontentare di leadership politiche che si limitino a non prendervi parte attiva.
Quanto a Giorgia Meloni, l’altro suo minimalismo che non ci persuade è (come abbiamo già scritto) quello in materia costituente. La presidente del Consiglio non dovrebbe avere paura di sentirsi dire dagli italiani che non vogliono cambiare sistema istituzionale e assetti decisionali. È lei stessa che non dovrebbe essere disposta ad assumere più a lungo istituzioni inadeguate e dovrebbe, per prima, mettere il Paese di fronte alle sue responsabilità. Vorrà farlo? Ad oggi, non pare.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







