Attualità

Legge elettorale: tra la paura del pareggio e l’astensione crescente, cambierà ancora?

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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Legge elettorale: si torna a parlare del meccanismo con cui eleggiamo il Parlamento, cioè senatori e deputati, e indirettamente decidiamo della conduzione dello Stato. Il tema diventa di attualità, da una ventina d’anni, praticamente in vista di ogni consultazione nazionale. La sua ricorrenza è evidentemente patologica, ma appartiene alla categoria dei sintomi. Le patologie sono altre e ben conosciute: l’incompiutezza della transizione costituzionale, l’irresolutezza della questione istituzionale, la disaffezione democratica attestata dall’astensione crescente, l’evanescenza del senso nazionale.

Prima di parlare dei prossimi grattacapi elettorali, incombenti soprattutto sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pensiamo sia utile richiamare ai lettori qualche nozione di base in argomento. Niente paura: non vaneggiamo di trasformare quanti ci leggono negli sherpa dei partiti, che si occupano di definire numero e ampiezza dei collegi e stabilire come ripartire i resti. Ci preoccupiamo soltanto che abbiano più chiaro di cosa si parla e qual è la posta in gioco.

Proporzionale e maggioritario a confronto

Con legge elettorale s’intendono le disposizioni che stabiliscono come si eleggono i componenti del Parlamento, cioè come si trasformano i voti in seggi. Nel nostro sistema, sono norme di rango ordinario e non costituzionale: in altri termini, possono essere approvate da Camera e Senato a maggioranza semplice, coincidente con quella politica del momento. Sotto il nome di legge elettorale corrono, pertanto, tutte le norme in materia, comprese quelle a cui abbiamo accennato come ad elevato o elevatissimo tasso di specialità.

Quello a cui normalmente ci si riferisce e si pensa, invece, sono le formule elettorali. Con quest’ultima espressione s’intendono i due modelli, proporzionale e maggioritario, da cui dipende la rappresentanza politica. Il proporzionale è la formula per cui i partiti e i movimenti politici si presentano distintamente al suffragio degli elettori, dopodiché si contano i voti che ciascuno di essi ha riportato e l’esito dello scrutinio viene tradotto in un corrispondente numero di seggi in Parlamento. Il proporzionale consiste nel contarsi e i rappresentanti che ciascuna forza politica elegge sono, per l’appunto, proporzionali al numero di voti che ha ottenuto.

Il maggioritario è la formula elettorale che ambisce rimettere il più direttamente possibile al suffragio popolare la determinazione della maggioranza politica che sostiene il Governo in Parlamento, nel rispetto della dialettica democratica con l’opposizione. Il maggioritario non punta alla rappresentazione delle opinioni, bensì alla determinazione di chi debba assumere l’onere e l’onore di governare. I partiti possono essere plurimi anche nel medesimo schieramento, l’essenziale comunque è che s’impegnino previamente a sostenere una linea politica, presentandola al corpo elettorale attorno ad un candidato per ogni collegio: il popolo sceglierà quella che preferisce per l’appunto maggioritariamente.

La crisi dei partiti e il Mattarellum

Da quanto ci siamo detti, si capisce come le formule elettorali dipendano dal sistema istituzionale – cioè, il tipo di forma di governo – in cui s’inseriscono. Ciò spiega perché la questione elettorale rappresenti un problema ricorrente nel nostro Paese da 30 anni a questa parte. Sino a quando hanno retto i partiti del secondo dopoguerra del secolo scorso, la formula proporzionale era per così dire naturalmente quella nazionale. Quando quei partiti sono entrati in crisi, superati dai cambiamenti interni e internazionali e travolti dalle inchieste giudiziarie sulla corruzione politico-amministrativa (Mani Pulite) abbiamo introdotto dopo il referendum del 1993 la formula maggioritaria (legge Mattarellum), attenuata però da una quota di recupero proporzionale.

Gli ultimi vent’anni

Quindi, nel 2005 (con il cosiddetto Porcellum), siamo passati ad una formula mista. È il sistema che, nonostante la legge sia stata cambiata nel 2015 (Italicum, mai applicata perché bocciata dalla Corte costituzionale) e poi nel 2017 (Rosatellum, in vigore), in sostanza è ancora in piedi. Si tratta di un mix di proporzionale senza preferenze con liste bloccate (le possibilità di elezione dei candidati vengono decise dagli stessi partiti compilando le liste) e maggioritario uninominale a turno unico (che impone le coalizioni). Sono previste soglie di sbarramento diverse per i partiti e le coalizioni. Per fare sintesi: le norme elettorali in vigore configurano una formula maggioritaria camuffata, benché si eleggano più rappresentanti col proporzionale.

Sotto il vigore del Porcellum, l’effetto maggioritario veniva assicurato alla Camera dal premio di maggioranza (correttivo tipico dei sistemi proporzionali), solo che al Senato il premio veniva assegnato Regione per Regione e così, nella legislatura 2013-2018, il Pd pur “premiato” non ce l’ha fatta e sono state necessarie le larghe intese. Nella legislatura 2018-2022, il Movimento 5 Stelle si è preso il premio e ha fatto due maggioranze consecutive di segno opposto (gialloverde con la Lega e giallorossa con Pd e Sel), prima dell’immancabile governo tecnico guidato da Mario Draghi con tutti in maggioranza tranne Fratelli d’Italia.

Le ultime Politiche, quelle del 2022, hanno visto il trionfo del centrodestra per la sua forza ma anche per la divisione tra Pd e 5 Stelle, la cui corsa separata nei collegi uninominali ha spianato la strada al trionfo dei candidati dell’attuale maggioranza. Adesso che sembra che questa divisione si ricomponga nel cosiddetto “campo largo”, un rischio che si profila alle elezioni del 2027 è quello del pareggio. Naturalmente, però, a sinistra dicono che Meloni e alleati temano in realtà una vittoria di Pd e 5 Stelle uniti e che sia solo per questo che la maggioranza si sta muovendo per cambiare la legge elettorale in vigore (ripetiamo, il Rosatellum figlio legittimo del Porcellum).

Formula elettorale e forma di governo

I fedelissimi di Meloni, Giovanbattista Fazzolari (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) e Giovanni Donzelli (responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia), hanno rilanciato la proposta di un proporzionale con preferenze, indicazione del candidato premier e premio di maggioranza alla coalizione vincente per assicurare stabilità. Fazzolari ha espressamente collegato la proposta alla riforma costituzionale del premierato (attualmente in stand-by, in attesa del referendum costituzionale sulla giustizia), di cui però si ignorano le sorti. Dalle opposizioni, ufficialmente si grida allo scandalo per una maggioranza che, dopo avere visto il “campo largo” vincere alle Regionali in Campania e Puglia, teme di perdere e prova a manipolare le regole del gioco. Riservatamente, comunque, nessun partito si disinteressa delle norme elettorali.

Secondo noi, il vero problema è il regime d’assemblea, cioè la forma di governo parlamentare. Infatti, dopo 48 anni di regime d’assemblea con formula proporzionale, siamo da 31 anni in un regime d’assemblea con formula maggioritaria prima corretta e ora camuffata. L’ostinato rifiuto dell’elezione del capo dello Stato da parte del popolo e del superamento del bicameralismo paritario perpetua la sfasatura tra la formula elettorale, che per forza di cose tende al maggioritario e il sistema istituzionale, fatto a suo tempo per la formula proporzionale. Il rafforzamento del potere Esecutivo, anziché avvenire separandolo più decisamente da quello Legislativo, continua a realizzarsi mortificando la legittimazione dei rappresentanti che vengono privati dell’espressione diretta del suffragio. D’altra parte, la reintroduzione delle preferenze (ipotesi pure sul tavolo) avrebbe degli inconvenienti non da poco e servirebbe soprattutto a puntellare il particolarismo partitico, per di più territorialmente connotato.

Il problema dell’astensione 

Concludiamo la nostra riflessione con una nota sull’astensione. Da oltre il 90% di partecipazione riscontrato ancora alle elezioni del 1979, si arriva a solo il 64% degli aventi diritto che ha espresso il voto alle ultime Politiche del 2022. In 40 anni, gli astenuti sono diventati 1/3 dei cittadini. Interpretare il significato del fenomeno eccede le nostre possibilità.

Rileviamo però che c’è preoccupazione per la disaffezione democratica e si paventa il rischio di dittatura della minoranza. Non vorremmo che dell’astensione si trascurasse la portata di spia della mancata affezione nazionale degli italiani. Contarsi tra guelfi e ghibellini, all’evidenza, non basta più: non sarà per questo che tanti di noi hanno smarrito la voglia di votare?

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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