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Referendum: Giorgia Meloni fa cadere le prime teste dopo la vittoria del “No”… e poi?

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(foto dal profilo Facebook)

Referendum costituzionale sulla riforma della Magistratura: la netta vittoria del “No” (53,74%) a fronte di un’affluenza pari al 58,93%, sta facendo cadere le prime teste nel Governo della premier Giorgia Meloni. Tuttavia impone comunque un certo tipo di riflessioni. Per quello che ci riguarda, si tratterà di osservazioni tutt’altro che nuove. Cercheremo però di guardare anche al futuro della contingenza politica. L’espressione indugia all’ossimoro, ma d’altra parte nessuno può negare che la scelta fatta dai connazionali sia all’insegna della conservazione e del piccolo o piccolissimo cabotaggio.

Alle italiane e agli italiani interessa sgambettare il leader di turno e avversare qualunque ipotesi di rafforzamento del potere pubblico. La differenza, se e fintantoché non cambiassero idea, dovrebbe farla la testimonianza personale dei leader. Giorgia Meloni, al contrario, aveva messo le mani avanti, escludendo anticipatamente qualunque conseguenza sul suo governo. Matteo Renzi, diversamente, dieci anni fa aveva fatto finta di non metterle. Tutti sono andati e vanno poi tranquillamente avanti per la propria strada.

Elettori e leader

L’esercizio del diritto di voto, per essere autentico, dev’essere libero. Libertà significa poter votare eventualmente anche senza sapere per cosa, cioè ignorando precisamente l’oggetto della consultazione. Significa, nel caso di un referendum costituzionale, anche votare contro chi ha proposto la riforma soggetta a plebiscito anziché bocciare consapevolmente nel merito la sua proposta. E votare contro la persona e lo schieramento politico per qualsiasi motivo.

Dunque, sta alla responsabilità di chi propone dei contenuti soggetti a referendum prima valutare con serietà se e come convenga provocare il Paese ad una decisione oggettivamente grave. E poi porsi, sempre seriamente, il problema della propria testimonianza personale. Se per un capo di Governo l’assetto dei poteri dello Stato e, segnatamente, la struttura dell’amministrazione della giustizia non fossero questioni dirimenti per la sua determinazione a guidare politicamente il Paese, quale messaggio passerebbe al Paese stesso? Che si tratta di questioni di secondaria importanza. Ovvero, che anche una dichiarata riforma non cambierebbe comunque granché. Insomma: che ci si arrangerebbe comunque. In Italia trionfa sempre l’arte di arrangiarsi che è una preziosa risorsa pratica dell’individuo, ma pure un difetto abbastanza grave per il Paese.

L’intervento riformatore

Quasi quattro anni fa, quando si parlava di un possibile tentativo di rafforzamento costituzionale del potere Esecutivo, scrivevamo che Meloni avrebbe potuto mettere la questione sul binario morto di un’ennesima Commissione bicamerale. Poteva, cioè, dire di volerci provare e lasciare che tutto finisse in niente come al solito e facendo poco o nessun rumore. In alternativa, pensavamo potesse tentare la strada di un ripensamento complessivo della Parte II della Costituzione (Ordinamento della Repubblica) e legarvi inevitabilmente il proprio destino politico. Magari, dopo avere provato a governare l’Italia – a regime invariato – per due legislature consecutive.

La presidente del Consiglio se n’è uscita, invece, con una terza via. Ha provato a fare qualcosa – il minimo – su un aspetto particolare e limitato qual è l’amministrazione della giustizia, contando tra l’altro sul fatto che fosse il tema socialmente più condiviso o se non altro meno divisivo. Invece, niente da fare lo stesso. Non vogliamo essere governati.

Quindi, l’attuale configurazione costituzionale della Magistratura – potere diffuso tra tutti i magistrati e irresponsabile in quanto rispondente esclusivamente a se stesso – piace e affascina. Il potere dei magistrati piace perché, essendo disperso, non viene percepito come troppo pericoloso per gli orti dei più. E affascina perché tutti, sotto sotto, vorremmo dovere rispondere soltanto alla nostra coscienza. Sicché, il magistrato-monade è un italiano che ce l’ha fatta, può cantare con Caterina Caselli “Nessuno mi può giudicare” e per questo è ammirato e, contrariamente ai politici, non invidiato.

Tante concause

Poi, certo, ci sono tutte le questioni della politicizzazione del referendum, del malcontento per le conseguenze economico-sociali delle guerre e dell’instabilità internazionale, dell’imputazione a Meloni di una presunta particolare soggezione a Donald Trump, degli errori e delle sguaiataggini della campagna elettorale. Noi, però, non sottovalutiamo una spiegazione sentimentale e, dunque, anche inconscia del rifiuto istintivo della nostra gente per ciò che sa anche solo lontanamente di rafforzamento dell’autorità dello Stato e disciplina collettiva.

Non dimentichiamo – quello al referendum Renzi del 2016 è un riferimento obbligato – che dieci anni fa votammo in maggioranza contro il superamento del bicameralismo paritario! Manifestammo, cioè, la determinazione a mantenere una competenza e una procedura legislativa identiche in due Camere distinte. Eppure, apparentemente eravamo gli stessi che si lamentavano della casta, dei politici che se ne approfittavano, del Paese che non correva, e così via. Se non vogliamo cambiare, resteremo uguali: da questo punto di vista, nessuna novità.

Le delusioni dell’underdog 

Chiudiamo lanciando un’occhiata sul futuro prossimo della contingenza politica. Il centrodestra si scopre vulnerabile, per quanto tra un referendum costituzionale e le elezioni politiche corra una notevole differenza. C’è di mezzo un elettorato tutt’altro che sovrapponibile, perché domenica e lunedì scorsi hanno votato molti che non lo avevano fatto alle scorse legislative nel 2022 e che, probabilmente, non lo faranno nemmeno alle prossime nel 2027.

In più, dovrebbe esserci, pare (anche se l’ordalia referendaria potrebbe scompaginare i piani), una diversa legge elettorale. È un fatto comunque che, a parte il trittico Lombardia-Veneto-Friuli, tutte le Regioni abbiano voltato le spalle al governo Meloni in occasione del referendum costituzionale: vale a dire, tra quelle colorate di azzurro, al nord Piemonte e Liguria, al centro Marche, Lazio, Abruzzo e Molise, nonché al sud Basilicata, Calabria e Sicilia. Lo scarto tra le promesse dell’underdog e la condotta della donna di Stato si rivela un conto salato per l’inquilina di palazzo Chigi.

Il campo progressista, senza pudori, si è dato tutto alla causa del più strenuo dei conservatorismi, scommettendo con successo sull’irresistibile voglia popolare di sferrare calci al timoniere di turno. Autoritarismo, fascismo, democrazia liberale o addirittura democrazia tout court in pericolo di morte: insieme a numerose frottole sul merito della proposta di riforma della Costituzione, gli arsenali della demagogia sono stati svuotati da Pd-Cinque Stelle-Avs pur di festeggiare per un paio di giorni insieme alla Cassazione e al Consiglio superiore della magistratura.

Sul tappeto, smaltita la sbornia, restano i nodi irrisolti di sempre: la natura del Pd, le ambizioni personali di Giuseppe Conte e l’ostinato assistenzialismo dei 5 Stelle, la prevedibile ambiguità di lotta e di governo del duo FratoianniBonelli. Per non parlare del rapporto con Renzi (mai reciso) e di quello con Carlo Calenda (mai facile e tuttora non scontato). La sinistra italiana è diventata sempre più il riferimento politico dell’establishment, per cui l’ebbrezza di mettere il cappello sul malcontento popolare potrebbe darle qualche vertigine.

Le dimissioni nell’Esecutivo

Mentre scriviamo, Meloni sta facendo fioccare le dimissioni dall’Esecutivo: quelle del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, quelle del capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, e quelle pubblicamente sollecitate del ministro del Turismo Daniela Santanchè. I due esponenti politici hanno pendenze giudiziarie attuali e attese, la funzionaria e magistrato ha fatto il più famoso autogol della campagna del fronte del “Sì” (la Magistratura come plotone d’esecuzione).

Reazione lucida o emotiva alla débâcle del referendum, questa della premier? Senz’altro, presa d’atto nervosa dell’atavico problema di classe dirigente per il partito e la compagine ministeriale.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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