Referendum sulla giustizia: qualcuno sta smaltendo i postumi dei festeggiamenti e qualcun altro si sta leccando le ferite. Per fare un bilancio della tornata alle urne del 22 e 23 marzo, che ha visto la vittoria del “No” (53,74%) e un’affluenza record dei votanti (58,93%), abbiamo chiesto l’opinione di Nicola Bellotti, guru piacentino della comunicazione, fondatore di Blacklemon, agenzia con 26 anni di attività. Oggi è la realtà più strutturata di Piacenza e dintorni per dimensioni e fatturato. Ma soprattutto è tra le poche agenzie ad occuparsi di strategia della comunicazione, in particolare in ambito politico e istituzionale, senza differenze tra destra e sinistra. Tanto che in questo periodo, Bellotti, laureato in giurisprudenza, è impegnato nelle campagne elettorali in Romagna, tra Faenza e la riviera adriatica.
Dottor Bellotti, perché ha vinto il “No”?
«Secondo me ha vinto il “No” per una serie di ragioni, ma la prima è legata proprio alla comunicazione. Questa campagna referendaria non è stata un grande esempio di comunicazione politica: toni molto alti, forte polarizzazione, messaggi spesso semplificati su un tema invece complesso. Sui social si è visto di tutto, dalle letture parziali alle vere e proprie informazioni sbagliate, da entrambe le parti, e questo ha contribuito a creare un clima confuso. Poi c’è un elemento che spesso sottovalutiamo…».
Di cosa si tratta?
«L’elettore medio italiano è piuttosto prudente, tende a difendersi da ciò che percepisce come un cambiamento troppo grande o troppo poco chiaro. Quando un tema è complesso e la comunicazione è urlata, la reazione più naturale è dire “No”. Infine, nel merito, il quesito era oggettivamente difficile da spiegare in modo semplice. E quando una cosa è difficile da spiegare, diventa anche difficile da far votare».
Si aspettava questo risultato, anche guardando alle strategie di comunicazione?
«Sì, devo dire che il risultato era abbastanza prevedibile. Guardando il sentiment delle ultime settimane, si vedeva che la campagna per il “No” era più diffusa, più plurale, sostenuta da voci diverse e non solo politiche. Questo, nella comunicazione, pesa molto. L’unico vero picco di interesse si è visto con la partecipazione di Giorgia Meloni al podcast di Fedez, che ha portato il tema fuori dal circuito politico tradizionale. Ma al di là di quell’episodio, la sensazione generale era che il “No” stesse circolando di più, soprattutto tra i più giovani, che sui social tendevano a rilanciare più contenuti contrari che favorevoli. Quando vedi questo tipo di dinamica, di solito il risultato poi va in quella direzione».
Voto sul quesito o sul governo Meloni?
«Credo che i referendum in Italia, ormai, facciano storia a sé. C’è un dato molto chiaro: negli ultimi 25 anni, nei referendum abrogativi, il quorum è stato raggiunto una sola volta. Questo significa che i cittadini hanno capito che spesso il referendum viene usato dalla politica più come strumento di visibilità e di scontro che come vero strumento di partecipazione. Per quanto riguarda i referendum costituzionali confermativi, negli ultimi decenni sono stati bocciati governi di colori politici completamente diversi. Questo dimostra che ogni voto è una partita a sé e difficilmente determina le competizioni successive. Influenza molto la narrazione dei media per qualche settimana, ma poi l’attenzione cala rapidamente e l’elettorato torna a ragionare su altri temi».
Piacenza controcorrente, con il “Sì” che ha vinto dappertutto… perché?
«Si tratta di un territorio molto pragmatico. Qui i toni troppo forti non hanno mai fatto grande presa, né in città né in provincia. Chi urla si fa notare, ma poi nel segreto dell’urna raccoglie meno di quello che sembra. Piacenza una realtà dove il pensiero moderato e liberale ha radici profonde, dove le persone cercano di ragionare più nel merito senza subire gli slogan. Qualcuno la definisce una città di centrodestra, ma è una definizione un po’ superficiale».
In che senso?
«Perché non spiegherebbe, per esempio, l’elezione a Piacenza del sindaco Pd Katia Tarasconi a poche settimane dalla vittoria del centrodestra alle Politiche del 2022. Piacenza, più semplicemente, è una città che tende a scegliere con la testa più che con la pancia».
Da oggi si è aperta la campagna elettorale per Politiche e Comunali 2027?
«Sinceramente credo di no. La politica vive molto di narrazione e sicuramente oggi qualcuno cercherà di leggere questo risultato come un segnale politico più ampio, soprattutto all’interno delle coalizioni (in particolare la fronda più di sinistra dell’area riformista), dove ogni risultato può essere usato anche per regolare equilibri interni. Ma la verità è che l’elettore medio tra due settimane avrà già archiviato il referendum. E da qui al 2027, in politica, può succedere di tutto: cambiano i temi, cambiano le priorità, cambiano i candidati e spesso cambia anche l’umore del Paese. Le elezioni si vincono sempre molto di più su quello che succede negli ultimi mesi che su quello che è successo un anno e mezzo prima. Questa è una regola che, nel bene e nel male, vale sempre».
Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.
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