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Di Maio: ma il forno leghista è proprio chiuso?

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Di Maio all’ultimo miglio. Lunedì, o comunque entro qualche giorno, sapremo se si farà il governo 5 Stelle-Pd; sapremo se il redivivo Conte si fregerà di un trasloco virtuale a palazzo Chigi. Oppure se dovrà fare le valigie pure da presidente incaricato. C’è chi sostiene che nessuno a quel punto possa impedire a Mattarella lo scioglimento delle Camere. Ma c’è chi disegna uno scenario ben diverso, dove Di Maio si riprenderebbe lo scettro da leader dei 5 Stelle che Conte gli avrebbe sfilato negli ultimi giorni.

Non solo poltrone

Mettiamoci nei suoi panni. Non è solo una questione di poltrone. Da ex vicepremier e ministro di Sviluppo economico e Lavoro, nel nuovo esecutivo Di Maio si ritroverebbe, se va bene, con il solo ministero della Difesa. Per carità, un dicastero di pregio, che garantisce portafoglio e visibilità interna e internazionale a chi lo presiede. Ma indubbiamente un po’ poco per il capo (se lo è ancora) di oltre 330 parlamentari a sostegno del governo giallo-rosso. Un po’ poco per chi ha risposto sì e ha rilanciato all’idea di Renzi di aprire a un dialogo con il Pd. Un quadro di cui adesso Conte si fa protagonista, come se i 7 punti riconquistati nei sondaggi dal Movimento, salito al 24% nell’ultimo mese, fossero solo merito suo.

Per Di Maio un’ipotesi del genere sarebbe l’inizio della fine. Dal ministero della Difesa partirebbe una discesa verso l’irrilevanza non solo nell’esecutivo ma anche nei 5 Stelle. Nel giro di qualche mese, l’uomo che ha guidato il Movimento alla conquista del Parlamento e del Governo poco più di un anno fa, potrebbe diventare solo un ricordo ingombrante. Il giusto contraltare, dicono i suoi detrattori, di quanto sta succedendo a Salvini: la Lega naviga ancora sopra il 30%, ma di punti nei sondaggi ne ha già persi 5 in pochi giorni, e i mal di pancia tra i colonnelli del Carroccio sono in aumento.

Capri espiatori

Si sa, a nessuno piace fare la fine del capro espiatorio e Di Maio non fa eccezione. Come se solo lui avesse avuto l’idea e l’ardore di proporre “il governo del cambiamento” con la Lega e solo lui dovesse pagare per la sua fine. Non sarebbe giusto, dicono i suoi sostenitori, anche per i tanti che nel Movimento hanno creduto in questa soluzione e vedono sempre il Pd come il fumo negli occhi.

E allora ecco la mossa dei 20 punti: entrano nel programma o niente governo e subito al voto. Una mossa che ha irritato non poco l’aspirante leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte e ha spiazzato i nuovi partner del Nazareno che hanno i loro problemi divisi tra Zingaretti e Renzi. Così la domanda, anche dopo il riavvicinamento di queste ore, è sempre la stessa: Di Maio alza l’asticella solo per ottenere ben di più dell’onore delle armi, almeno con la conferma a vicepremier, o in ballo c’è dell’altro?

Forni e perle

Salvini aspetta e apprezza il no di Di Maio alle modifiche chieste dal Pd ai suoi Decreti sicurezza. Un segnale? Il secondo forno è proprio chiuso? Chissà, mai dire mai. Intanto il leader della Lega non ha fatto l’autocritica che chiedono Berlusconi e la Meloni per ricostruire i rapporti nel centrodestra. E sul piatto c’è sempre la sua proposta per un nuovo esecutivo giallo-verde, con l’idea che alla guida ci sia proprio Di Maio. Il capo dei 5 Stelle ha già rifiutato. Ma visto l’andamento delle difficili trattative con il Pd e le tensioni con Conte, un riavvicinamento tra i due non è da trascurare, con un Salvini in veste più moderata, anche guardando a Bruxelles.

A molti quest’ipotesi può sembrare fantapolitica; ma chi avrebbe scommesso solo due mesi fa sullo scenario che abbiamo di fronte? E comunque se dopo un naufragio giallo-rosso ci fosse un ritorno di fiamma tra 5 Stelle e Lega, il Quirinale difficilmente lo potrebbe cassare senza ulteriori consultazioni prima di sciogliere le Camere.
Pensate: in un colpo solo tanti saluti al Pd, che arrivato al governo ingabbierebbe il Movimento nella sua ragnatela di relazioni interne e internazionali; ma anche all’uomo che si è prestato a questo gioco, magari ben oltre il previsto, per restare lui sì sulla sua poltrona di palazzo Chigi. Quel Conte che ormai balla da solo e da qualche giorno forse per Di Maio non è più la perla rara che credeva di aver trovato.

 

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