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Def: dal governo del cambiamento a quello del fallimento?

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Matteo Salvini e Giuseppe Conte

Def: dal governo del cambiamento a quello del fallimento? La domanda è più che lecita scorrendo il Documento di economia e finanza approvato in mezz’ora dal Consiglio dei Ministri e senza nessuna conferenza stampa per approfondirne i contenuti.

D’altra parte c’è poco da spiegare per chi è abituato a fare annunci ottimistici a ruota libera, dall’abolizione della povertà all’anno bellissimo. Solo 100 giorni dopo l’approvazione della Legge di Bilancio, il Def certifica come tutto stia andando per il peggio. Fermiamoci sull’anno in corso: cresce il debito pubblico (che salirà al 132,8% del Pil). La stima sull’andamento dell’economia si allinea a quella di tanti organismi internazionali criticati fino a qualche giorno fa. L’incremento del Pil così si riduce di quattro quinti o se preferite dell’80% (dall’1 allo 0,2%). Con il deficit che salirà (ottimisticamente) dal 2 al 2,4%.

La riduzione delle tasse? Niente. Nel Def c’è solo una promessa di flat tax allargata ai ceti medi, tanto per gradire, ma senza nulla di concreto. Poi, dopo aver sentito per mesi che reddito di cittadinanza e quota 100 avrebbero cambiato tutto, gli effetti economici dei due provvedimenti sono ridotti alla dimensione degli zero virgola anche per gli anni a venire. Senza dimenticare che sulla scena incombono l’incremento della spesa per gli interessi sui titoli di stato e l’incognita dell’aumento dell’Iva.

Un bagno di realtà? Peggio. Di fronte a questi numeri del Def, che chiedono a gran voce una manovra bis per cercare di salvare il salvabile, emerge l’impotenza di chi guarda alle prossime elezioni e non alle prossime generazioni. E cioè a quel 26 maggio, quando voteremo per il nuovo Parlamento europeo. Il messaggio è chiaro: per carità, fino ad allora non si tocca nulla. E così nei palazzi del governo perderanno altro tempo prezioso, senza provare a iniettare nuova linfa nell’economia, dagli investimenti ai tagli della spesa corrente e della burocrazia.

Attenzione, però, perché gli italiani non sono stupidi. Oltre un anno fa hanno dato fiducia a chi prometteva cambiamenti radicali. Hanno pazientato per mesi davanti agli scontri giallo-verdi praticamente su tutto, alla faccia del contratto di governo del garante Conte. Ma la simpatia per l’esecutivo adesso sembra agli sgoccioli. I continui rinvii, gli accordi “salvo intese”, le contraddizioni tra promesse e risultati sono sotto gli occhi di tutti. E attaccarsi al rallentamento dell’economia internazionale per scusare una pagella zeppa di insufficienze come quella del Def può essere solo controproducente verso chi si confronta con i difficili problemi di tutti i giorni.

I sondaggi e le elezioni regionali dicono da tempo che i 5 Stelle a guida Di Maio stanno finendo la benzina. Ma adesso, con questi risultati negativi, anche il motore della Lega pare cominci a tossire, in particolare nelle amate regioni del nord assetate di autonomia.
Insomma, nonostante sia senza veri avversari, a Salvini non basteranno nuovi roboanti annunci della serie se si cambia in Europa potremo fare i nostri comodi. E non saranno sufficienti nemmeno nuove strette sui migranti o altri emarginati per ottenere il consenso promesso dalle intenzioni di voto dei mesi scorsi.
Se gli italiani dopo il Def si tolgono l’anello al naso, anche per lui il 26 maggio rischia di non essere una gran giornata.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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