Cultura

Parla Gabriele Dadati: il Klimt, Fugazza e il futuro della Galleria Ricci Oddi

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Gabriele Dadati è lo scrittore del momento. E non solo a Piacenza. Giornali, radio e tv parlano del suo ultimo romanzo, La modella di Klimt, che gli sta dando delle belle soddisfazioni a poco più di tre settimane dall’uscita in libreria.

Ma Dadati naturalmente non si ferma qui. In quest’intervista guarda avanti. La cultura e la scrittura sono al centro della sua vita. E nella vita di questo ambizioso trentottenne, garbato ma deciso (e come vedremo ben consapevole del suo valore), ritorna uno dei passaggi chiave della sua storia personale e professionale. Una storia che ancora una volta – come se non bastasse il suo ultimo romanzo – passa dalla Ricci Oddi e da quel paio d’anni vissuti da giovanissimo collaboratore al fianco di Stefano Fugazza, interrotti dalla scomparsa nel 2009 del noto critico e storico dell’arte piacentino che dirigeva la Galleria di via San Siro.

Non più tardi di qualche giorno fa, il Partito democratico piacentino, per voce del suo capogruppo a Palazzo Mercanti Stefano Cugini, ha candidato infatti Dadati per il nuovo Consiglio di amministrazione della Ricci Oddi, in scadenza il prossimo 12 dicembre. Un suggerimento dato dall’opposizione al sindaco Patrizia Barbieri che dovrà indicare due consiglieri (sui sette del Cda) in rappresentanza del Comune; e tra i quali, come vuole la prassi, verrà scelto tra l’altro il nuovo presidente.

Si tratta indubbiamente di un segnale forte, al di là della sua provenienza politica. Un messaggio indirizzato non solo a Palazzo Mercanti, ma alla comunità piacentina nel suo complesso. Come dire – attraverso il nome di Dadati – che le nuove generazioni ci sono. Pronte, se chiamate in campo, a disegnare anche un rilancio culturale della città.

E allora scopriamo chi è, chi non è, e chi vorrebbe essere questo piacentino che sta facendo tanto parlare di sé, dentro e fuori dai nostri confini.

Dadati, partiamo dal suo ultimo romanzo, La modella di Klimt, come stanno andando le vendite?
“Il libro è uscito il 12 di novembre per Baldini+Castoldi (brand della Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi, ndr). E da quello che mi dice l’editore sta andando molto bene; poi si sa, i dati nel complesso si vedono solo a consuntivo”.

Lei però non è solo uno scrittore: che cos’altro fa per vivere?
“Sono anche un consulente editoriale. E sono un consulente editoriale perché sono uno scrittore. Mi occupo principalmente di prodotti collaterali per l’edicola. Progetto collane, le assemblo, seguo chi le scrive e spesso ne scrivo una parte io stesso; per esempio, adesso è in vendita la collana ‘Filosofica’ del Corriere della sera, coordinata da me. La scorsa primavera ho collaborato alla maggior parte dei volumi della collana ‘Impronte’, dedicata ai grandi compositori, uscita con Repubblica. E sempre per questa testata, ho firmato il libro uscito per il centenario della nascita di Federico Fellini“.

La sua passione per i libri e la scrittura dove nasce?
“Devo molto a mia madre, una donna straordinaria e una fortissima lettrice. Insegnava italiano, storia e geografia alle scuole medie. A quei tempi c’era quella mitica materia che si chiamava Epica. Siccome ero un bambino che aveva molta paura del buio (terzo nato con due sorelle molto più grandi di me…), faticavo ad addormentarmi. Così mia madre, che non sapeva raccontare storie, dopo una lunghissima giornata trovava ancora la forza di leggermi quelle in prosa dei libri per le medie sui miti degli dei e degli eroi”.

Quindi?
“Evidentemente, dentro di me – un po’ anche per la gioia di stare da solo con mia madre, in quelle serate che non volevo finissero mai – è nata l’idea che le storie e i libri servono molto a stare con gli altri. Così si è creato un valore affettivo forte. E la mia infanzia è stata l’infanzia dell’Occidente. Le mie favole sono state i miti degli dei e degli eroi, che poi si sono rivelate anche un discreto vantaggio a scuola. Certo, sono cresciuto in una casa con tanti libri e ho avuto buoni insegnanti. Ma direi il rapporto con mia madre è stato determinante. La passione per la scrittura invece è nata dopo, ai tempi del ginnasio”.

Ci racconti…
“Tutti facciamo delle fantasticherie su quello che ci aspetta; a me capitava partendo dal mondo reale anche sulle cose puerili. E sempre con una domanda: cosa accadrebbe se…? Così la mia immaginazione cominciava a lavorare su questi elementi e mi liberavo scrivendone in modo molto spontaneo. Le risposte diventavano delle trame e lì trovavano una loro collocazione naturale. Il problema poi è imparare a scrivere, leggersi e rileggersi buttare e ricominciare, tagliare… per arrivare al prodotto finale”.

Parliamo ancora dell’ultimo prodotto finale: perché ha deciso di scrivere La modella di Klimt e quando ha deciso di farlo?
“Dopo il ritrovamento del quadro, in quella settimana molto emozionante del dicembre 2019. Eravamo alla vigilia della mostra dedicata a Stefano Fugazza nel decennale della sua scomparsa e tre giorni prima viene ritrovato il Klimt. Ricordo ancora il titolo del mio commento in prima pagina su Libertà: ‘Piacenza fai festa a questo regalo’. Un momento di euforia meravigliosa condivisa in tutta la città che contrasta con il nostro carattere molto posato. Un patrimonio da non disperdere e collegato a un volto e a uno sguardo cristallino. Così mi sono chiesto: se noi siamo in preda a questo entusiasmo, com’è possibile salvaguardarlo, continuare a farlo vivere? La mia risposta è stata continuando a far vivere questa ragazza con la storia commovente che le ho costruito attorno: incontrare la modella oltre l’opera che l’ha resa così famosa, perché questo è davvero emozionante”.

Veniamo alla figura di Stefano Fugazza, a cui lei è molto legato: come vi siete conosciuti?
“Ricordo bene il nostro primo incontro. Fugazza presentava in Feltrinelli una ristampa anastatica di un libro di poesie di Osvaldo Bot, Io non ò cuore dell’editore Camoni. Andavo spesso ad ascoltare le presentazioni anche nella libreria di Lamberto Breccia; e non so dirle quante copie autografate ho di libri acquistati in quel periodo. Eravamo agli inizi del 2000, anni in cui ho stretto legami importanti per la mia crescita con scrittori come Marco Bosonetto, Aldo Nove (che mi trasformò nel protagonista di un suo racconto sull’agenda Smemoranda); poi ho conosciuto (e letto) Matteo Galiazzo, Tiziano Scarpa, Raul Montanari. I legami più forti, rimasti tuttora, sono quelli con Bosonetto, a cui si è aggiunto Matteo Corradini, che stimo molto”.

E la collaborazione con l’allora direttore della Ricci Oddi com’è iniziata?
“Avevo fatto una tesi alla Scuola di Alti Studi di Pavia legata alla corrispondenza tra Marco Calderini e Giuseppe Ricci Oddi. Dopo questo lavoro, è nata la possibilità di riordinare tutto l’Archivio storico della Galleria. Cosa che ho fatto con una Borsa di studio della Fondazione di Piacenza e Vigevano. La nostra collaborazione è iniziata allora. E quindi, in realtà, Stefano ed io abbiamo lavorato assieme per poco tempo; diciamo per un paio d’anni, partendo dalla fine del 2006, perché poi Fugazza si è ammalato, ha interrotto la sua attività alla Galleria a fine 2008 ed è mancato l’anno successivo”.

Ha avuto la possibilità di rimanere alla Ricci Oddi?
“All’epoca il presidente del Consiglio della Galleria era Vittorio Anelli. Serviva una persona che facesse segreteria, e mi era stato chiesto se volevo restare in quella posizione. Ma la Galleria era senza una guida. Ero molto giovane e restare per occuparmi degli affari correnti non mi sembrava la scelta giusta per la mia crescita personale e professionale, quindi ho preso un’altra strada”.

Che persona era Stefano Fugazza?
“Era un uomo di grandissima cultura, molto legata non solo alla storia dell’arte ma anche alla letteratura tra Otto e Novecento, perché Stefano era un fortissimo lettore. Quello che a lui interessava molto erano i rapporti tra letteratura e arte. Le faccio due esempi: uno dei suoi libri più importanti (pubblicato da Mondadori), s’intitola Simbolismo, una corrente culturale appunto tra letteratura e arte; un altro suo libro fondamentale (pubblicato da Electa) è Pagine sull’arte di Gabriele d’Annunzio, da lui commentate. Fugazza era una figura perfetta per la Ricci Oddi, capace di grandi collegamenti. Poi era un lavoratore instancabile, che teneva molto al museo e teneva molto a Piacenza. Aveva avuto richieste per andare a insegnare all’università o per fare il curatore di musei più importanti. Ma a lui andava bene così, era nato qui, era ben inserito e molto amato”.

Dadati, anche lei oggi è una persona ammirata da molti: i suoi estimatori la ritengono uno dei principali intellettuali piacentini; altri, quelli un po’ invidiosi, rivangano quegli anni al fianco di Fugazza e sostengono che lì sia nata la sua fortuna, perché il direttore della Ricci Oddi stravedeva per lei oltre i suoi meriti: che ne dice?
“È una lettura molto interessante, perché nasce sull’onda lunga del berlusconismo, dove noi siamo abituati a vedere qualcuno che fa un percorso di crescita personale come necessitante di spiegazioni che siano altre rispetto al suo lavoro e al suo talento. Mi spiego meglio: se uno è alla terza generazione di una famiglia di notai e diventa tale tutto bene. Se invece qualcun altro raggiunge questo risultato, e diventa un notaio, allora evidentemente ha tramato alle spalle. La sensazione che si possa lavorare, studiare, impegnarsi per raggiungere dei risultati – che tutto sommato è una spiegazione molto semplice e razionale – non pertiene da trent’anni a questa parte alla mentalità italiana. E adesso le dico quello che Stefano Fugazza aveva trovato in me”.

Prego…
“Una cosa assolutamente normale: quello che un professore universitario trova in un allievo al quale passare informazioni e formazione. Per merito, niente di più. Certo, il tutto è stato condito anche da un po’ di fortuna, che non guasta mai. Poi, se permette, c’è dell’altro”.

Cioè?
“Stefano Fugazza è mancato 11 anni fa. Nel frattempo, Gabriele Dadati ha pubblicato libri per diversi editori nazionali; ha collaborato cinque anni con Nando Dalla Chiesa; lavora ai collaterali per Corriere della sera e Repubblica; è tradotto in alcuni Paesi stranieri; ha partecipato ai festival letterari di mezz’Europa ed è volato in Canada per tenere conferenze… Le basta? Da quei tempi di strada ne ha fatta e le ricordo che partiamo da Piacenza”.

Probabilmente è bastato a Cugini e al Pd per candidarla a consigliere della Ricci Oddi.
“Li ringrazio per aver pensato a me, e credo che sia una buona indicazione quella di Corradini per la Fondazione Teatri. Ma nello specifico della Ricci Oddi, vorrei sottolineare un altro passaggio che mi riguarda”.

Ci dica…
“Sono la persona che ha svolto il secondo lavoro scientifico in ordine di importanza mai fatto sulla Galleria. Il primo è il Catalogo generale di Ferdinando Arisi nelle sue varie edizioni, per il museo un patrimonio assoluto. Il secondo lavoro è il riordino dell’Archivio storico della Galleria che ho curato io; poi ho pubblicato saggi e articoli e curato mostre, collaborando anche con critici d’arte come Vittorio Sgarbi“.

Quindi le piacerebbe diventare consigliere della Ricci Oddi? E cosa porterebbe in dote?
“Sì, senz’altro. Intanto potrei portare un pezzo di memoria storica di tipo eminentemente culturale, sulle carte e sulla collezione, avendola lungamente studiata. E poi potrei portare un patrimonio di relazioni costruite in questi anni a livello nazionale e internazionale”.

Come si rilancia questa Galleria?
“Le strategie da adottare credo siano chiare a tutti. Intanto va perseguito un dialogo con le realtà extra-museali di tutti i livelli e progettualità che favoriscano i consumi del turismo culturale: visite, presenze, pernottamenti e così via. Piacenza non vuol dire solo Klimt o Ecce Homo, ma con loro può promuovere un marketing territoriale che deve avere un ritorno economico per tutte le categorie locali, guardando all’intera provincia. Gli studi ci dicono che negli anni buoni le grandi mostre avevano un moltiplicatore anche di sette: ogni milione investito nell’evento ne fruttava appunto sette di ricaduta sul tessuto economico circostante. Detto questo, alla Ricci Oddi servono al più presto una nuova direzione scientifico-manageriale, e più fondi per assumere altre figure professionali, come per esempio un social media manager che lavori sui contenuti della Galleria”.

Per fare che cosa?
“Guardi, ho lavorato molto sul Canova, l’ultimo degli antichi e il padre del design; basta guardare come il museo di Possagno rilancia con video e foto i suoi contenuti e le sue iniziative sui social network per capire queste dinamiche; un’attività di cui oggi non si può fare a meno per attirare nuovi visitatori”.

Lei conosce bene anche i depositi della Ricci Oddi e cioè le opere non esposte: potrebbero davvero moltiplicare le potenzialità della Galleria?
“Credo che la strategia giusta sia quella della Banca di Piacenza che ha puntato sulle mostre temporanee; cosa che ai tempi di Fugazza avevamo fatto con quelle estive a Rivergaro e a Castell’Arquato. Francamente non conosco nei depositi opere che abbiano un valore decisivo rispetto a quelle esposte; senza dimenticare che comunque ci si rivolge a un’utenza media che vede e si porta a casa un’idea sulle scuole regionali italiane, perché poi è questo che racconta la Galleria. Oltre alle opere degli artisti più amati, come Fontanesi e Mancini, scelte da un uomo dal gusto tradizionale, com’era Ricci Oddi. Tornando alle mostre temporanee, e guardando ai depositi, penso che proprio Fontanesi, per esempio, potrebbe essere ancora un autore da giocare al meglio”.

In che senso?
“Lo so, i Fontanesi dei depositi sono già usciti due volte, dimostrando che questo artista era anche un grafico straordinario, capace di incisioni bellissime. Ad esempio si dovrebbe puntare sul Giappone…”.

Da Piacenza al Giappone? Per quale motivo?
“Fontanesi è uno dei tre o quattro artisti italiani più conosciuti in Giappone, al pari di Leonardo e Raffaello, perché ha vissuto là per più di tre anni ed ha insegnato nelle loro accademie. A metà dell’Ottocento il governo nipponico aveva deciso infatti di investire nelle arti e aveva chiamato i migliori, e cioè gli italiani, pittori e architetti. Molti erano tornati dopo poco tempo. Fontanesi invece era rimasto a lungo, anche per la sua propensione alla didattica, influenzando molti artisti giapponesi diventati suoi allievi. Quindi, se oggi si decidesse di fare una nuova mostra su di lui, il marketing andrebbe fatto là, attraverso un percorso internazionale e non nei dintorni di Piacenza. Insomma, per mettere in piedi una progettualità vincente serve conoscere il patrimonio e le sue potenzialità, puntando anche su una politica di scambi internazionali con altre collezioni. Pensi, naturalmente dopo esserci goduto il Klimt per un po’ di tempo: il nostro Ritratto di Signora a L’Aia e la Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer a Piacenza…”.

Gira e rigira si torna sempre al Klimt: Fugazza le aveva mai parlato del furto? E come la pensa il romanziere Dadati sul ritrovamento di questo capolavoro, che resta un vero giallo?
“Del furto Stefano non ne parlava mai; credo che per lui fosse una grande ferita. E quando qualcuno magari lo citava anche per scherzo, il suo sguardo si adombrava come se un lutto gli tornasse alla mente. Il ritrovamento è stato davvero molto strano; può darsi che chi ha fatto trovare il quadro volesse intorbidare le acque, sfruttando proprio la settimana dedicata alla mostra su Fugazza, un particolare odioso ma non assurdo. Sento dire che una possibile storia sarebbe quella dell’opera tenuta per molti anni da un collezionista che poi è venuto a mancare di recente. La sua famiglia, trovando in qualche modo un percorso sicuro per salvaguardarne la memoria, alla fine avrebbe deciso di riconsegnare il Klimt. Uno scambio molto discutibile, ma che alla fine ha ridato a Piacenza il suo capolavoro“.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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