Katia Tarasconi non vuole fare polemiche ma proposte. La consigliera regionale del Partito democratico di Piacenza, di fronte all’annuncio dell’esclusione dell’ospedale cittadino dall’Hub nazionale di Terapia Intensiva in Emilia-Romagna, non si straccia le vesti, anzi. “Non bisogna reagire di pancia ma a mente fredda”, dice.
Per i piacentini non è facile dopo l’annuncio arrivato da Bologna.
“Guardi, credo che per come siamo messi non sia possibile pensare di portare a Piacenza nuovi posti letto per curare pazienti in arrivo anche da altre realtà nazionali e regionali, come prevede la rete del Covid Intensive Care, visto che abbiamo circa 100 nostri pazienti ricoverati in altri ospedali. Quelli dove la Regione ha deciso di fare l’hub (Parma, Modena, Bologna, Rimini, ndr) sono le strutture dove c’è più spazio, con dei piani liberi o delle zone disponibili ‘attaccate’ all’ospedale. A Piacenza dove li mettiamo i posti in più? E non abbiamo neanche numericamente i medici per gestirli. Quello che dobbiamo chiedere a Bonaccini è altro…”
Ci spieghi, consigliera Tarasconi.
“All’inizio di questa tragedia a Piacenza avevamo 15 posti letto di terapia intensiva, il numero previsto dai protocolli sanitari per una popolazione di circa 300mila abitanti come quella della nostra provincia. In due mesi con uno sforzo enorme li abbiamo triplicati e oggi in funzione ce ne sono 45. Ecco, quello che dobbiamo chiedere a Bonaccini è che questo numero di posti letto venga confermato anche per il futuro. E che diventi strutturale in caso di altre emergenze sul nostro territorio”.
Quindi non ritiene che essere parte della rete del Covid Intensive Care possa dare dei vantaggi a Piacenza, per esempio sotto il profilo tecnologico o specialistico…
“Non è che non dia vantaggi. E in rete ci siamo già, basti pensare a cosa stanno facendo i nostri medici a Castel San Giovanni con i test sull’eparina. In Regione hanno fatto delle valutazioni a breve, brevissimo termine. Tutto deve essere pronto nell’arco massimo di due mesi. Il problema reale, come ho spiegato, è che l’ospedale di Piacenza al momento non è in grado di affrontare l’ampliamento necessario. Non dico che in futuro non sia qualcosa di ipotizzabile. Dico che oggi non si può fare. Quindi non mi sento particolarmente discriminata in questa vicenda. Poi vediamo come evolve la situazione e quali investimenti verranno fatti sul territorio, su questo sì che dovremo agire”.
Sta pensando alla partita che si giocherà sugli investimenti per la medicina territoriale?
“In questo campo, siccome siamo stati molto bravi, perché il professor Cavanna ha iniziato precocemente questo percorso e abbiamo visto che dà risultati molto importanti, dovremo investire tanto. E il modello Piacenza potrebbe diventare un rifermento per tutti. Senza dimenticare naturalmente il nuovo ospedale”.
In che senso?
“Sul nuovo ospedale, che sarà il primo post Covid della regione, dico che si deve velocizzare moltissimo l’iter per la sua realizzazione. E su questo voglio sperare che tutti – e quando dico tutti intendo tutte le forze politiche – lavorino insieme per partire il prima possibile con la nuova costruzione. Non dimentichiamo che da questo punto di vista la Regione Emilia-Romagna nella scorsa legislatura ha deciso di investire in due comunità: Cesena e Piacenza. Anche se siamo più piccoli, si è capito che c’era un’esigenza strutturale vera e quindi c’è stato il via libera in un’ottica sanitaria regionale. E di questo i piacentini devono essere consapevoli”.
Per l’ospedale di Piacenza quindi lei lancia l’idea di un modello Genova, velocizzando iter burocratico e costruzione com’è stato fatto per il nuovo ponte Morandi?
“Non so se Genova sia il riferimento corretto. Ma sicuramente dobbiamo guardare a un modello molto più performante e veloce nei tempi di costruzione. Non possiamo permetterci di avere il nuovo ospedale fra 10 anni”.
In che tempi va fatto?
“Credo che si debba puntare alla realizzazione del nuovo ospedale entro la fine di questa legislatura regionale. Se ci arrivassimo al massimo in 5 anni sarebbe l’ideale. È una sfida anche per tutto il sistema Piacenza. Dopo questa tragica emergenza sanitaria, dobbiamo imparare a lavorare insieme sui grandi obiettivi. Ed è una sfida fondamentale per la politica, e non solo a livello locale, per far sì che ai cittadini arrivi quello che gli serve come appunto nel campo sanitario”.
Passiamo alla gestione dell’emergenza Coronavirus: il commissario regionale Venturi ha ammesso dei ritardi nelle restrizioni a Piacenza; insomma, la zona rossa andava fatta prima…
“Sono assolutamente d’accordo, basti pensare ai rapporti strettissimi tra Piacenza e Codogno a tutti i livelli. Ma all’inizio un po’ tutti, compresa la comunità scientifica, abbiamo sottovalutato la portata di quello che stava succedendo. Ognuno di noi non conosceva la gravità di quello a cui si andava incontro. Col senno di poi adesso tutto sembra chiaro, però allora nessuno si aspettava uno sviluppo del genere, se no tutti avremmo spinto per chiudere Piacenza immediatamente”.
La Sindaca Patrizia Barbieri ha ribadito di aver chiesto aiuto diverse volte, scrivendo a Governo e Regione, senza avere risposta: doveva fare di più per trasformare subito Piacenza in zona rossa?
“Onestamente non me la sento di criticare l’operato della Sindaca; guardiamo avanti, è inutile puntare il dito e perdere tempo con i soliti ‘io l’avevo detto o io avrei fatto’. Oltre alla crisi sanitaria, dobbiamo pensare a quella economica con una ripresa delle attività molto complessa”.
Come vede la fase 2?
“Il problema non c’è solo a Piacenza. Servono regole chiare e sottolineo non interpretabili per tutti i luoghi di lavoro a livello nazionale. Con rigore e disciplina devono essere fatti i necessari controlli affinché tutti le rispettino per salvaguardare la salute dei lavoratori”.
E se qualche imprenditore non segue queste norme?
“Chiude l’azienda fino a quando non è terminata l’emergenza sanitaria”.
Bisogna aspettare i test sierologici?
“Guardi, anche se non sono perfetti, anche se c’è un margine di errore, comunque bisogna ripartire, altrimenti non ci rialziamo più”.
Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.
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