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Pagani (Ordine dei medici): a Piacenza situazione gravissima, i contagi sono molti di più

Coronavirus: per Augusto Pagani, presidente dell’Ordine dei medici di Piacenza, “la situazione è straordinariamente grave”. Ed è il momento di fare scelte più coraggiose per contenere l’epidemia. “Vanno limitate ancora le uscite e i contatti tra le persone. Perché dopo tre settimane, come in Lombardia la diffusione del contagio sta mettendo a dura prova il sistema sanitario di Piacenza”, afferma Pagani. “In Lombardia non ci sono più posti nelle terapie intensive. E adesso cominciano a scarseggiare anche a Piacenza. Ma la situazione è molto seria anche per un altro motivo.”

Ci spieghi, dottor Pagani…

“A Piacenza abbiamo molti medici e molti infermieri che sono stati contagiati. Come in Lombardia e in Veneto, sul personale sanitario inizialmente non sono stati fatti tamponi, una procedura che invece, assieme a un’adeguata presenza dei sistemi di protezione, avrebbe evitato un problema di dimensioni così rilevanti. La loro assenza si va ad aggiungere ad altre carenze d’organico che esistevano ancora prima dell’inizio della crisi. E che rendono eroico lo sforzo di chi è sul campo e deve continuare a garantire l’assistenza a tutti i pazienti che ogni giorno arrivano con un quadro di polmonite interstiziale che molte volte è un quadro grave”.

I dati dicono che la maggioranza dei pazienti che arrivano al pronto soccorso è rappresentata da soggetti anziani.

“Questo non è sempre vero. Perché ci sono anche pazienti giovani o di mezza età che hanno un quadro particolarmente serio, più spesso maschi e qualche volta anche senza patologie preesistenti”.

Si muore con il coronavirus o per il coronavirus? E quindi al di là delle patologie pregresse, come sostiene il virologo Roberto Burioni?

“L’aumento della mortalità che abbiamo visto queste settimane è dovuto al coronavirus che spesso porta ad un aggravamento importante di patologie pregresse. Ma qualche volta, come ho detto, si manifesta con particolare aggressività anche in persone precedentemente sane e non di età particolarmente avanzata. Non si deve generare il panico immotivato, ma credo che sia giusto e doveroso dare ai cittadini informazioni corrette e utili. Corrette perché aderenti al vero; utili perché adatte a favorire dei comportamenti indispensabili per cercare di rallentare l’epidemia”.

C’è chi lamenta che la Regione Emilia-Romagna non comunichi dati chiari; per esempio sui posti in terapia intensiva o sul numero degli operatori sanitari di Piacenza positivi al coronavirus: lei come la pensa?

“Anch’io non ho questi dati. Li apprendo dalle conferenze stampa della Protezione civile a livello nazionale e da quelle del Commissario Venturi per l’Emilia-Romagna e Piacenza. Al pari dei miei omologhi delle altre province, non ho alcun tipo di informazione diretta e precisa né dalla Regione, né dall’Azienda sanitaria locale”.

E questo per i medici di famiglia non pensa sia un errore?

“Credo di sì, ma non mi faccia dire altro”.

Come valuta i dati che vengono diffusi a livello nazionale e regionale?

“Sono dati epidemiologici e statistici che a mio modo di vedere non rappresentano compiutamente la realtà. Considerando per esempio il numero dei contagiati, e cioè delle persone che hanno fatto un tampone e sono risultate positive, ritengo che questo dato non sia rappresentativo della diffusione del coronavirus sul nostro territorio. Anzi, penso che sia fuorviante”.

Per quale motivo?

“Perché l’impressione di noi medici di medicina generale, sulla base del numero di pazienti che sentiamo e curiamo a domicilio per i casi più lievi, ci dà la convinzione che il rapporto fra i tamponi positivi e i malati di coronavirus sia da cinque a dieci volte quello riscontrato dai tamponi positivi. Probabilmente più vicino al dieci che al cinque, ma certamente non meno. Quindi la diffusione del coronavirus è molto superiore a quella che viene comunicata. A Piacenza e provincia, per esempio, stimiamo almeno 15-20mila persone positive”.

Come si può monitorare la situazione in modo più corretto?

“Indietro non si può tornare; ma per avere dati più precisi sul numero dei nuovi malati sarebbe utile chiedere ai medici di famiglia o ad una parte di loro (medici sentinella) di segnalare giorno dopo giorno il numero dei contatti che hanno avuto in quella giornata con pazienti che riportano di una patologia compatibile con il coronavirus. Se questo si facesse nelle regioni dove il contagio non è ancora così diffuso come da noi, si avrebbe una rappresentazione molto fedele dei numeri in gioco. Con grandi vantaggi anche da un altro punto di vista”.

Quale, dottor Pagani?

“Si potrebbero prevedere soprattutto le necessità di ospedalizzazione e di terapia intensiva necessarie dopo 8-10 giorni”.

Ci può fare un esempio? 

“Se so che la percentuale di coloro che vanno in terapia intensiva è del 5%, significa che dopo 8-10 ogni mille nuovi casi mi serviranno 30-40 posti in terapia intensiva. E come può ben capire stimare i flussi con un anticipo del genere sarebbe molto importante”.

Al di là della situazione di Piacenza, le sue sembrano critiche severe a come è stata affrontata finora l’epidemia in generale…

“Si tratta di una situazione nuova, molto grave, che nessuno era preparato ad affrontare. Non voglio dare lezioni o criticare nessuno. Tutti abbiamo commesso errori di sottovalutazione, anche noi medici quando abbiamo detto che nella maggioranza dei casi il coronavirus è più o meno un’influenza. In realtà è vero, ma nei casi in cui l’infezione prende una strada diversa tutto diventa drammaticamente differente, perché un numero adeguato di respiratori meccanici per così tanti pazienti non li ha nessuno”.

E quindi?

“Penso che l’esperienza che stiamo facendo e gli errori che abbiamo fatto dovrebbero servire anche alle altre regioni italiane per cercare di limitare i danni ed essere più efficaci.

Con quali misure?

Adotterei il sistema di monitoraggio di cui ho parlato e misure di contenimento e quindi di isolamento molto più drastiche e tempestive per contenere l’infezione”.

Come la pensa sui tamponi?

“Credo che i tamponi siano molto importanti. Ma l’utilizzo dei tamponi è differente a seconda della fase dell’epidemia. In quella iniziale serve per accertare la positività di un sospetto e dei suoi contatti. Se i tamponi fossero stati fatti da subito e in modo massiccio, avrebbero sicuramente aiutato a contenere i contagi. Soprattutto per evitare quelli tra gli operatori sanitari”.

A Piacenza e nel Nord Italia, che cosa si può fare?

“Penso che anche da noi si debba fare tutto il possibile per rallentare la diffusione del contagio perché siamo già al limite. Se non lo si fa, le conseguenze saranno ancora peggiori. Capisco che chi deve prendere questa decisione deve tenere conto anche di problemi di carattere sociale ed economico. Ma credo che in realtà non ci sia nessun altra alternativa a misure più restrittive”.

E sul piano sanitario, a Piacenza basta il nuovo ospedale da campo o servono altri interventi?

“Abbiamo chiesto al presidente Bonaccini e all’assessore Donini un intervento urgente e importante a sostegno di Piacenza in termini di personale sanitario qualificato, e quindi rianimatori, in termini di respiratori meccanici e di dispositivi di protezione. L’ospedale da campo allestito vicino al nosocomio permetterà un’attività di assistenza coordinata che condivido. Sul fatto che sia sufficiente, nessuno può dire quali saranno i numeri dei prossimi giorni. La mia sensazione e quella di altri colleghi con cui mi sono confrontato è che negli ultimi due o tre giorni il numero dei nuovi casi segnalati sia un po’ calato. Se ciò verrà confermato, è un ottimo segnale a dimostrazione che le misure restrittive sulle uscite e sui contatti tra le persone sono la scelta giusta. E che si deve continuare su questa strada rendendole ancora più rigide”.

Un’ultima domanda: crede nelle proiezioni su un picco del coronavirus a livello nazionale?

“No, non credo a un picco unico per tutta l’Italia. Ogni singola realtà avrà il suo, determinato da quando è arrivata l’epidemia e da quello che si è fatto per contenerla”.

 

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

1 commento

  1. Grazie Giovanni, le sue interviste sempre molto chiare e dirette danno modo ad ognuno di comprendere la situazione.

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