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Anac: i punti salienti del report 2024 su corruzione, appalti e…

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Giuseppe Busia, presidente dell'Anac

L’Anac ha presentato al Parlamento il suo report annuale. E dai dati presentati dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, emerge un quadro che desta più di una preoccupazione. Per esempio, tra il 2015 e il 2020, nel 27% dei Comuni con più di 15mila abitanti (203 su 745) si è verificato almeno un caso di corruzione. Circa il 46% di questi casi (93 su 203) ha riguardato l’area di rischio dei contratti pubblici, “confermando l’opinione, diffusa nella letteratura e nella prassi manageriale, che i processi di procurement risultano essere un’area particolarmente esposta a rischi di fenomeni corruttivi”.

Danni inestimabili

Per il presidente dell’Anac “la corruzione mortifica legittime aspettative, deteriora la qualità dei servizi pubblici, rafforza le mafie, inquina la democrazia. Ha un costo, quindi, sociale, civile e umano, oltre che economico. È essenziale, quindi prevenirla ancor prima che reprimerla, per evitare che la sua ombra si distenda sulla società, sull’apparato pubblico e sul tessuto produttivo, pregiudicando prospettive di lavoro e di vita”.

Anche quando non uccide, come nel caso dei troppi morti sul lavoro, spesso vittime della catena di contratti di subappalto poco vigilata, “la corruzione arreca danni inestimabili, affinando le sue armi con mezzi sempre più subdoli. Opere non ultimate, o completate con smodati ritardi e sperpero di risorse pubbliche. Imprese sane che falliscono a causa di un mercato poco aperto e trasparente. Giovani eccellenze costrette a cercare all’estero chance di realizzazione professionale, sottratte in patria da concorsi poco trasparenti”.

Pnrr e appalti

Nel report dell’Anac si evidenziano i risultati ottenuti dall’Italia grazie al Pnrr. “Un’opportunità irripetibile per colmare le lacune e i ritardi storici del Paese. Alla sua attuazione il Governo attribuisce ben il 90% (+0,9%) della pur modesta crescita attesa per il 2024 (+1%)”. E si giudica “positivo” l’impulso dato alla contrattualistica pubblica “con un valore complessivo degli appalti avviati di importo pari o superiore a 40.000 euro che si attesta attorno ai 283,4 miliardi di euro” per più di 267mila contratti. Si tratta di un aumento “del 36,4% a confronto con il 2021, e addirittura del 65,9% rispetto al 2019”.

In questo quadro si registra però anche un boom degli affidamenti diretti: nel 2023 sono arrivati al 49,6% degli appalti totali di importo pari o superiore ai 40.000 euro. Se si considera la totalità degli appalti a prescindere dall’importo, quindi anche quelli sotto i 40.000 euro, gli affidamenti diretti nel 2023 hanno rappresentato, per numero, oltre il 90% del totale. Un dato che sale oltre il 95% se si considerano anche le procedure negoziate. 

Per il 78,1% degli appalti (208.954 su 267.403) le amministrazioni hanno optato per procedure non pienamente concorrenziali. Così, a fronte di questi dati, nel report dell’Anac si chiedono “correttivi” al Codice degli appalti. Con l’attenzione posta anche sul reato di abuso d’ufficio. Senza dimenticare che in Italia manca ancora una disciplina che regoli le attività delle lobby.

I correttivi al Codice

Per quanto riguarda i correttivi al Codice degli appalti, il presidente Busia ricorda come non preveda “l’obbligo di avvisi o bandi per i lavori fino a 5 milioni di euro” e consenta “di acquistare beni o affidare servizi fino a 140.000 euro senza neanche il vincolo di richiedere più preventivi. In sede di discussione della normativa, avevamo evidenziato il conseguente rischio di affidamenti agli operatori più vicini e collegati, invece che a quelli più meritevoli, con un prevedibile aumento dei costi”.

Pertanto, sottolinea il presidente dell’Anac, “abbiamo salutato con favore il il fatto che il Ministero delle Infrastrutture sia poi intervenuto per mitigare tali effetti e sanare un possibile contrasto con i principi delle Direttive, attraverso una circolare interpretativa. Auspichiamo che tale orientamento trovi adesso riconoscimento normativo, nel presupposto che, se non vi sono particolari profili di urgenza, sia opportuno verificare cosa propone il mercato, così da offrire ai cittadini le soluzioni migliori e più convenienti”.

L’abuso d’ufficio

Se con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio verrà meno verrà meno la tutela penale, cosa fare nel caso di conflitti di interesse? Per Busia “occorrerà rafforzare i presìdi di prevenzione amministrativa, dotando Anac di maggiori strumenti di intervento e prevedendo adeguate sanzioni per chi omette di dichiarare i conflitti e di astenersi dalle decisioni che possono favorire se stesso o le persone vicine”.

Oltretutto “i possibili conflitti di interessi non si esauriscono nel momento in cui si ricopre una determinata carica, ma si estendono anche a quello successivo. Occorre infatti evitare che qualcuno, grazie alle funzioni esercitate in ambito pubblico ed a discapito dell’interesse generale, si precostituisca lo spazio per essere poi assunto, e così ripagato, dalle imprese che hanno beneficiato delle sue decisioni. Ed è in quest’ottica che abbiamo voluto valorizzare l’istituto del divieto di pantouflage, da ultimo anche con l’approvazione di apposite linee guida. Dobbiamo tuttavia, ancora una volta, sottolineare l’urgenza di un intervento del legislatore, anche per rendere più efficace il divieto nei casi di grandi gruppi societari”.

Lobby e trasparenza

Infine, sul tema delle lobby il presidente dell’Anac ricorda che “nonostante i solleciti venuti anche da organismi internazionali, nel nostro Paese manca ancora una disciplina organica. Una normativa che, rifuggendo da tentazioni criminalizzatrici, si ponga l’obiettivo di garantire piena trasparenza sull’attività dei portatori di interesse, anche mediante la creazione di canali digitali, accessibili a tutti, attraverso i quali tanto le lobby più organizzate e strutturate, quanto quelle dotate di mezzi minori, possano far pervenire le proprie proposte ed osservazioni”.

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