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Zingaretti: i 5 Stelle nel mirino e le paludi del Pd

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Zingaretti: i 5 Stelle nel mirino. La prima mossa del neo segretario del Partito democratico, eletto con una maggioranza inaspettata (ma di questo parleremo dopo), è stata “un viaggio” nella Tav. L’alta velocità Torino-Lione per Zingaretti è da fare senza se e senza ma. “I bandi non si interrompano”, ha detto Zingaretti dal capoluogo piemontese. “Sarebbe criminale pensare di perdere centinaia di milioni di investimenti e migliaia di posti di lavoro”. Un affondo naturalmente studiato ad arte, proprio mentre sulla Tav il Movimento di Di Maio è sempre più diviso.

Operazione sorpasso

Il governatore del Lazio d’altra parte non ha alternative per consolidare da subito la sua fresca leadership. Prima di tutto deve cercare di recuperare tutti i consensi possibili in uscita dai 5 Stelle, con l’obiettivo di superarli alle europee del 26 maggio. Guardando ai sondaggi, un traguardo non peregrino. Il Movimento vive un’emorragia mai vista e ormai sta scivolando pericolosamente verso la soglia del 20%, mentre il Pd è stabile attorno al 18.

Ce la farà? È probabile. Ma evidenziando quanto Di Maio sia succube di Salvini, Zingaretti dovrà tenere aperto un dialogo con la sinistra del Movimento che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico, punto di riferimento dell’ala sinistra dei 5 Stelle, per non chiudere i ponti sui possibili scenari in caso di una crisi di governo. Un gioco non facile. Soprattutto perché il tentativo di spaccare i grillini potrebbe anche generare l’effetto contrario. E paradossalmente ricompattare le fila dei pentastellati in vista delle europee.

L’ombra di Renzi

L’altra partita di Zingaretti, forse più difficile, è cercare di rimettere in piedi il Pd. Il risultato dei gazebo ha messo nell’angolo Renzi e la sua corte, divisa tra i voti per Giachetti e Martina. Ma se adesso qualcuno grida alla fine del renzismo lo dice senza aver fatto i conti con l’ex segretario, che a suo tempo ha riempito gli scranni della Camera e soprattutto del Senato di suoi accoliti. E anche sul territorio Renzi ha ancora un bel seguito.

Mister 70%

Zingaretti dalla sua ha quel gradimento vicino al 70% su cui pochi avrebbero scommesso prima delle primarie del 3 marzo. Una voglia più esplicita della base di voltare pagina e di affidarsi a un nuovo capo, in questo momento della storia del Pd, non poteva essere manifestata in modo più chiaro. Un leader capace di far uscire il partito dalle paludi dei veti e dei controveti di quel notabilato che prima si è affidato a Renzi e al suo giglio magico in tutto e per tutto, e dopo l’ultima sconfitta alle politiche non è stato capace di scaricarlo definitivamente.

Oltre Gentiloni

Per questo, al di là di Gentiloni che pare proporrà per la presidenza del Pd, Nicola Zingaretti deve trovare alla svelta volti nuovi sia ai vertici che in periferia. Ma non da stemperare nel “quadro aperto” di cui adesso tutti parlano – soprattutto dopo il successo della manifestazione “Prima le persone” di Milano – per rilanciare il centrosinistra in funzione anti-Lega.

Il Pd per sopravvivere deve prima di tutto ritrovare la sua identità e la sua centralità. Deve trasformarsi in un punto di sintesi che non origini sempre nuove scissioni. Di Zingaretti si dice che sia un buon mediatore, ma questo non basta. Solo se sarà coraggioso e proverà a bonificare le paludi piddine potrebbe durare a lungo.

 

 

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