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Trieste e gli agenti uccisi in Questura, così non si può andare avanti

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La Questura di Trieste; nel riquadro i due agenti uccisi: da sinistra, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego

Trieste: la cronaca dell’omicidio dei due agenti di Polizia nella Questura della città giuliana fa rabbia. E sicuramente la morte assurda di Pierluigi Rotta e di Matteo Demenego, adesso sarà seguita da uno strascico di polemiche alimentate da chi cercherà di strumentalizzare l’accaduto.

Soprattutto perché i due poliziotti trentenni ieri sono caduti sotto i colpi sparati dal coetaneo Alejandro Augusto Stephan Meran, un immigrato dominicano in Questura col fratello Carlysle Stephan per rispondere di un furto. Durante una colluttazione, lo straniero, pare regolarmente in Italia e affetto da disturbi psichici, avrebbe sottratto la pistola d’ordinanza a un agente e fatto fuoco, uccidendo i due poliziotti e ferendone un terzo fuori dalla Questura, prima di essere arrestato come il fratello, rimasto invece all’interno dell’edificio.

Per Stefano Paoloni, segretario del Sap, il Sindacato autonomo di Polizia, si è arrivati al limite. “Siamo continuamente vittime di balordi. Questa è l’ennesima aggressione che contiamo dal primo giugno; ma con un tragico epilogo che ci lascia sgomenti”, ha dichiarato a ilgiornale.it. “Abbiamo bisogno di maggiori tutele mentre siamo in strada a rendere il nostro servizio alla comunità e servono pene severe per chi attenta alla nostra vita”.

La consapevolezza di restare impuniti per Paoloni “alimenta condotte come questa che ci porta a piangere due giovani colleghi, appena trentenni, un agente e un agente scelto, ‘colpevoli’ di indossare una divisa. È da tempo che chiediamo a gran voce dotazioni idonee come il taser e come riconoscimento a quelli che sono i pericoli che ogni giorno fronteggiamo su strada. Non è accettabile morire così e per mano di chi non ha rispetto per la vita e della legge”.

Oltre Trieste

Paoloni ha parlato di balordi, senza mettere in rilievo la nazionalità dell’omicida. Ma proprio ieri, il capo della Polizia Franco Gabrielli, ancora ignaro di quanto stava accadendo a Trieste, ha parlato del rapporto tra criminalità e immigrazione al Festival delle Città in corso a Roma. Con una lucidità disarmante, Gabrielli ha spiegato alcune cose da tenere bene a mente.

I reati sono in diminuzione. Il trend è in calo da una decina d’anni. Ma un altro dato incontrovertibile ci dice che c’è un aumento degli stranieri coinvolti nei reati. “Nel 2016, su 893mila persone denunciate o arrestate, il 29,2% erano stranieri; nel 2017 gli stranieri sono aumentati al 29,8% e nel 2018 al 32%”. Stesso discorso per i primi nove mesi del 2019: “Il trend viene confermato perché il dato si attesta poco al di sotto del 32%”.

E il capo della Polizia, come riporta anche today.it, ha aggiunto: “Se pensiamo che gli stranieri presenti nel nostro Paese – tenuto conto sia di quelli legalmente presenti sia di quelli non legalmente presenti – costituiscono circa il 12% della popolazione complessiva, è ovvio che un dato che supera il 30% è il segno che c’è un problema”.

La ricetta di Gabrielli

E che problema, ci viene da dire, guardando purtroppo anche a quello che è avvenuto a Trieste. Per il capo della Polizia “fino a che il nostro Paese continuerà a gestire questo fenomeno con un approccio alla ‘volemose bene, tengo famiglia’ e non con un approccio che abbia una prospettiva strutturale, noi continueremo ad alimentare una percezione di insicurezza nei nostri territori”.

I punti chiave per affrontare il problema secondo Gabrielli sono tre.
Il primo è quello della gestione degli arrivi, “fatta sia in termini di limitazione dei flussi illeciti, sia presupponendo modalità lecite di accesso” al territorio italiano.

Il secondo è quello dei rimpatri. Ma bisogna evitare gli equivoci: “Al di là di ogni approccio buonista, c’è un numero significativo di persone che devono essere rimpatriate. Ma per farlo servono accordi forti e strutturati con i Paesi d’origine”. Tradotto: dobbiamo essere disposti a pagare. “Sappiamo che per i Paesi d’origine i migranti sono una fonte di reddito”; anche considerando solo le piccole rimesse che partono dall’Italia. Allora, “come si può immaginare che i Paesi accolgano gratis i loro connazionali per farti un favore?”.

Infine, al netto di flussi e rimpatri, bisogna fare i conti con l’integrazione. “Perché una parte significativa di queste persone permarranno sul nostro territorio. E tanto più non avremo costituito percorsi di integrazione e tanto più questi costituiranno e alimenteranno illegalità, degrado, criminalità e terrorismo. Non sono cose che nascono sotto i cavoli, sono le conseguenze di tutto questo”, ha concluso Gabrielli.

Trieste non resti un ricordo

Noi ai tre punti del capo della Polizia ci permettiamo di aggiungerne un paio. La questione va affrontata anche con maggiori e sostanziose risorse da mettere a disposizione delle Forze dell’ordine. La nuova legge di Bilancio deve prevederle senza se e senza ma. Poi serve una stretta vera, che trasformi quella consapevolezza di restare impuniti di cui parla Paoloni nell’esatto contrario per chiunque delinque nel nostro Paese. Adesso basta, a maggior ragione dopo la tragedia di Trieste.

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