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Piacenza Expo e il caso Fivi: basta ipocrisie, diciamoci la verità

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Piacenza Expo e il caso Fivi. La Fiera dei vignaioli indipendenti potrebbe cambiare sede. Addio ai padiglioni di Le Mose per andare a Rimini, che ha steso tappeti rossi per avere questa manifestazione. Un evento che negli anni si è ritagliato un ruolo di primo piano, per gli esperti secondo solo al Vinitaly di Verona.

Il motivo che spinge la Fivi ad andarsene? Piacenza Expo così com’è gli va stretta. Senza ampliamenti per aumentare il numero degli espositori, gli organizzatori della fiera potrebbero cedere alla corte dei romagnoli, che offrono indubbi vantaggi: più spazi e padiglioni a 300 metri dalla stazione ferroviaria, con una capacità di accoglienza che Piacenza si sogna. Quindi, come biasimarli, visto che oltretutto Ieg, la società che gestisce le fiere di Rimini e Vicenza, è sulla cresta dell’onda con un piano d’investimenti da 267 milioni di euro in 5 anni, e punta addirittura a prendersi Bologna Fiere?

Intanto a Piacenza si prova a trattenere i vignaioli, proponendo nuove strutture per ospitare più espositori, più parcheggi, con un servizio navette che colleghi Le Mose e la stazione ferroviaria. Ma la sensazione è quella di soluzioni messe in piedi alla bell’e meglio. Che magari convinceranno gli organizzatori della Fivi a restare a Piacenza ancora una volta. Ma dopo un’altra edizione di successo, che ne dimostri ulteriormente le potenzialità, i motori sono accesi per lasciare una terra di vini come il Piacentino. Con il decollo verso Rimini che per la Fivi potrebbe avvenire a condizioni ancora migliori.

La punta dell’iceberg

E allora diciamocela tutta. Il caso Fivi è solo la punta dell’iceberg del vero problema. Piacenza e il suo tessuto economico quanto credono sul serio nelle potenzialità del quartiere fieristico? Quanto ci crede il Comune, che ha in tasca oltre il 50% delle azioni di Piacenza Expo? E quanto la Camera di Commercio, con il suo 20%, che oltretutto è in procinto di fondersi con Parma e Reggio nella Camera dell’Emilia?

Senza nulla togliere all’impegno e al lavoro dell’amministratore unico (in scadenza) Giuseppe Cavalli, bisogna fare i conti con un aumento di capitale lanciato per 2,5 milioni di euro che alla fine è stato coperto per 1,8 milioni. Per carità, non saranno briciole (guardando a Ieg forse sì…), ma nemmeno quanto serve al salto di qualità per trasformare davvero Piacenza Expo nella portaerei economica e del marketing del territorio, il mantra di Cavalli in questi anni. 

Per capirlo basta andare a Le Mose e guardarsi attorno. Da una parte, a poche decine di metri, gentili signore esercitano una delle professioni più vecchie del mondo. Dall’altra Cascina San Savino cade a pezzi. Non entriamo nell’annosa vicenda che riguarda la sua ristrutturazione. Un progetto che sembrava fattibile fino a pochi mesi fa, ma che poi non ha visto l’arrivo dei finanziamenti necessari. Sta di fatto che oggi Cascina San Savino è l’emblema di quello che Piacenza Expo potrebbe essere ma non è.

In cerca d’identità

Cosa vogliamo dire? Che l’ente fieristico oggi non è né carne né pesce. Con l’aumento di capitale di poco più di un anno fa tutti i soci piacentini hanno messo mano al portafoglio. Ma quei soldi non bastano certo a far diventare Piacenza Expo una concorrente temibile delle fiere di categoria superiore e forse nemmeno della sua taglia, nonostante l’impareggiabile posizione logistica. Quindi la sensazione è che nessuno creda fino in fondo alla sua crescita autonoma e quantitativa.

D’alto canto, se quest’ipotesi pare rischiosa o fantasiosa, nessuno pensa nemmeno di fare, come amava dire Corrado Sforza Fogliani, “il passo che la gamba consente” (o che potrebbe consentire, aggiungiamo noi). Piacenza Expo non potrà mai diventare una grande fiera con altre migliaia di metri quadrati di spazi espositivi e di visitatori? D’accordo, ma almeno un bel quartiere fieristico sì. Dove chi punta ad eventi di nicchia e di qualità faccia la fila per proporre manifestazioni e paghi bene per acquistare gli spazi e attirare i visitatori giusti.

Parliamo di un incubatore per far crescere nuove fiere; di un laboratorio dove sperimentare eventi da esportare verso altri lidi superata una certa taglia, con le dovute royalties per Piacenza Expo. Il tutto in uno scenario che la valorizzi appieno, cancellando il degrado di oggi. Pensate a Cascina San Savino finalmente (e finemente) restaurata, che ne diventa il biglietto da visita. Insomma, con le alleanze giuste, anche sul fronte degli investimenti, si può scegliere di puntare sulla qualità dell’offerta. Allora sì che Piacenza Expo potrebbe trasformarsi nel fiore all’occhiello o nella boutique di circuiti fieristici dai grandi numeri, valorizzando il nostro territorio nel modo migliore.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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