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L’omicidio di Elisa Pomarelli: adesso basta, diamoci tutti una calmata

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Elisa Pomarelli: il dolore è tanto, tantissimo, per una ragazza di 28 anni che non c’è più. Lo si percepisce girando per le vie di Carpaneto Piacentino e ascoltando i discorsi della gente per strada, nei bar, nei negozi. Dolore per lei e un misto di molta rabbia e un po’ di pietà nei confronti di Massimo Sebastiani, il compaesano quarantenne che l’ha strangolata togliendole la vita.

Lo diciamo subito: le iperboli e le ricostruzioni di questi giorni non ci sono piaciute. Il gigante buono, il Rambo, il raptus omicida per troppo amore, i racconti più o meno fantasiosi da romanzo d’appendice (sì, vincono anche nell’era dei social) non hanno niente a che fare con il diritto (e il dovere) di cronaca.

Non si uccide quando si ama. Si uccide quando non si è mai amato e si odia profondamente anche solo per un attimo fatale. Pensate poi al ritornello del Rambo: per giorni ci hanno detto che quest’uomo era imprendibile nei boschi del Piacentino. Poi Sebastiani non l’hanno trovato sulla cima di un albero e coperto di frasche, ma nel solaio di un casolare dove si trovava da giorni, coperto dalla complicità di un amico che adesso è nei guai fino al collo.

Stesso discorso per quanto abbiamo sentito dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Elisa Pomarelli. Non ci è piaciuta la corsa all’intestarsi questa drammatica pagina di cronaca nera. Slogan del tipo “Elisa è stata uccisa due volte perché era una donna e perché era una lesbica” ci fanno rabbrividire. E se possibile uccidono Elisa una terza volta. Perché la sua tragedia adesso viene pure strumentalizzata, aizzando la sensibilità sociale su temi molto delicati come quelli della violenza sulle donne e dell’omosessualità. Temi che meritano di essere affrontati con ben altro rigore e spessore intellettuale.

Elisa è morta per essersi fidata di un uomo, di un amico a cui ha detto no. Di certo non era consapevole dei rischi che correva in questo rapporto e non doveva assolutamente morire qualsiasi cosa fosse accaduta tra lei e Sebastiani. E cioè qualsiasi fosse stato il suo orientamento sessuale, o anche se ci fosse del vero in ciò che raccontato quelli del “sì, ma…”. Voci che serpeggiano e descrivono un rapporto dove Elisa era la più forte, la figura dominante; colei che da Sebastiani, un sempliciotto facilmente manipolabile, otteneva tutto ciò che voleva, ma senza esaudire i suoi desideri. Lui si sarebbe ribellato e tutto è finito in tragedia. Come se una delusione cocente, un no adirato, un addio definitivo possano quasi giustificare un omicidio.

Insomma, adesso la misura è colma. Fermiamo questo gioco al massacro e diamoci tutti una calmata. Serve un po’ di silenzio. Per la famiglia di Elisa che piange la sua tragica scomparsa. Per una comunità che si interroga affranta su questa drammatica vicenda. E per consentire ai magistrati di ricostruire quanto è accaduto con la massima serenità possibile. Perché tocca a loro fare chiarezza e fare giustizia. Quella giustizia che non ci ridarà mai il bellissimo sorriso di Elisa, ma di cui tutti abbiamo bisogno.

 

 

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