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Sabbioneta: basterà il codice rosso a evitare altri casi di violenza sulle donne?

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La casa di Sabbioneta (Mantova) dove è avvenuto l'incendio; nel riquadro, Silvia Fojtikova con il figlio Marco

Sabbioneta: nella giornata contro la violenza sulle donne, con l’annuncio del “codice rosso” per dare priorità a denunce del genere, la mente non può che tornare a ciò che avvenuto nella località del mantovano giovedì scorso. Gianfranco Zani, un artigiano di 52 anni ha dato fuoco alla casa dove abitava l’ex moglie, Silvia Fojtikova, provocando la morte di Marco, il figlio undicenne.

Sabbioneta: l’inutile Daspo

La cronaca parla di violenze sulla ex e sui figli che duravano da tempo, con quattro denunce e più di un intervento dei Carabinieri. Così la morte del piccolo Marco ha generato anche commenti scomposti sulla presunta inefficienza della magistratura che “arriva sempre troppo tardi”. In questo caso il giudice aveva ordinato una sorta di Daspo. E cioè l’allontanamento di Zani dalla casa coniugale, con la prescrizione di non avvicinarsi a meno di cento metri dalla casa, dall’ex moglie e dai tre figli.

Dall’arresto alla casa protetta

Ora, col senno di poi, si dice che la misura non è stata sufficiente ad evitare la tragedia. Si poteva fare diversamente? In teoria sì. Il giudice aveva altre due alternative.
La prima e più radicale, arrestare Zani. Ma, va ricordato, per farlo occorrono fatti ben precisi e non semplici sospetti della moglie, che potrebbe anche mentire. Dunque atteggiamenti minacciosi del marito, lettere o telefonate minatorie, aggressioni che hanno lasciato un segno. Cioè fatti concreti, circostanziati e dimostrabili che consentano di elevare un’imputazione di stalking, di minacce gravi, di violenza privata, di lesioni personali o peggio.

Oppure il giudice avrebbe potuto disporre l’allontanamento della famiglia dalla casa coniugale di Sabbioneta, con il ricovero della stessa in una residenza protetta, meglio se lontano dai luoghi frequentati abitualmente dall’ex marito. Soluzione costosa, non sempre gradita dalla stessa vittima, che deve abbandonare le sue normali frequentazioni. In più, non del tutto sicura. È capitato diverse volte infatti che il partner violento sia riuscito ad identificare la nuova residenza della famiglia che necessariamente deve frequentare scuole, ambienti di lavoro o parenti, vanificando così la misura.

In sostanza, se può essere vero che a volte magistratura e forze dell’ordine sottovalutano le denunce provenienti dalle vittime, non esiste nessuna bacchetta magica che valga per tutti. Col rischio che, stante l’aumento dei casi Sabbioneta, con la costante mancanza di uomini e risorse per combatterli, spesso ci si focalizzi sui fatti più clamorosi, tralasciando quelli all’apparenza meno pesanti.

Arriva il codice rosso

Intanto il premier Giuseppe Conte annuncia via Twitter una nuova misura volta a cambiare le cose. “D’accordo con i ministri Bonafede e Bongiorno martedì approveremo in Consiglio dei ministri il ‘codice rosso’ contro la violenza sulle donne. Offriremo una corsia preferenziale alle denunce, imporremo indagini più rapide. Lo Stato è dalla parte delle donne”.
A spiegare nel dettaglio il disegno di legge – ispirato dall’associazione Doppia Difesa, che oltre al ministro Bongiorno coinvolge Michelle Hunziker – è il Guardasigilli Bonafede.
“Come avviene al pronto soccorso, alle denunce delle donne per maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate commessi in contesti familiari o di semplice convivenza, sarà applicato un ‘codice rosso’. La denuncia sarà portata direttamente sulla scrivania del pm che avrà un termine ristrettissimo – 3 giorni – per sentire la donna. E la polizia giudiziaria dovrà dare priorità alle indagini”.

Numeri da paura

Basterà a fermare nuovi casi Sabbioneta? Non sarà facile se come dicevamo non aumenteranno uomini e mezzi a disposizione. I dati raccontano che la violenza sulle donne è sempre di più all’ordine del giorno. Bonafede su Facebook parla di 130 femminicidi registrati tra luglio 2017 e luglio 2018. “Omicidi consumati nei contesti familiari per mano di mariti o partner, ex o altri familiari. Le sentenze ci dicono che sul totale delle condanne per omicidi di donne, l’85% sono classificabili come femminicidio, perché avvenuti in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali poco stabili. Nel 2017 sono state 2.018 le sentenze definitive per violenza sessuale, 1.827 quelle per stalking. Si tratta di numeri che descrivono, soltanto parzialmente, la tragedia che si consuma quotidianamente nella nostra società. Non c’è più tempo da perdere”. Come non dargli ragione?

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