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Francia: giusto farsi rispettare, ma senza rischiare l’isolamento

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Il presidente francese Emmanuel Macron e il premier Giuseppe Conte

Francia: alla fine stiamo facendo un favore a Macron. Con i consensi ai minimi storici, la crisi con l’Italia sta aiutando l’inquilino dell’Eliseo a rialzare la testa. E a trovare un “nemico” – l’Italia sovranista e populista – che gli farà gioco per serrare le fila nel solco del tipico sciovinismo d’oltralpe anche in vista delle prossime europee.

Richiamare a Parigi l’ambasciatore francese a Roma Christian Masset per consultazioni è stato indubbiamente un coup de théâtre diplomatico. Non succedeva dai tempi dell’entrata dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale. E forse è stato un gesto un po’ troppo duro.

Ma d’altro canto – e qui studiare un po’ di relazioni internazionali sarebbe utile – un vicepremier italiano qual è Di Maio non può andare a Parigi per incontrare come se niente fosse una delegazione dei Gilet gialli che negli ultimi mesi hanno messo la Francia a ferro e fuoco.

Un conto è muoversi da capo di partito libero da incarichi istituzionali. E un altro è avere anche un ruolo nel governo come quello del leader dei 5 Stelle. Insomma, Di Maio, anche se in crisi di consensi, non è un Di Battista qualsiasi, che si può “esibire” come meglio crede per mettere il cappello sui potenziali simpatizzanti italiani dei Gilet gialli.

L’ira di Francia

“Le buone maniere, la cortesia più elementare avrebbero voluto che il governo fosse avvertito”, ha sottolineato il portavoce dell’esecutivo francese Benjamin Gruveaux. E questo senza dimenticare quanto ha evidenziato il ministro per gli Affari europei,  Nathalie Loiseau: “Non era mai successo che un membro di un governo straniero venisse in Francia a sostenere non un leader politico, ma qualcuno che ha fatto appello alla guerra civile. Qualcuno che ha fatto appello al rovesciamento di un presidente e a un governo militare”.

Così è stato facile per Parigi catalogare l’incontro tra Di Maio e i Gilet gialli come “un’ingerenza inopportuna. Un gesto non amichevole da parte di persone che sono al governo e la cui priorità dovrebbe essere rappresentata dagli interessi degli italiani”, ha sintetizzato lapidaria la Loiseau.

Un ragionamento che non fa una piega. Mettiamoci nei loro panni: come avrebbe reagito il nostro governo se per esempio un ministro francese avesse incontrato a Torino le tranquille madamine sì Tav solidarizzando con loro?

Rapporti tesi

Certo, dall’insediamento del governo Conte i nostri rapporti con la Francia si sono irrigiditi parecchio. E anche noi abbiamo le nostre buonissime ragioni per lamentarci. Le vicende dei migranti, per esempio. Senza tirare in ballo l’Aquarius, basta citare casi come quello di Bardonecchia o di altri sconfinamenti dei gendarmi francesi, in violazione quantomeno di altrettante elementari regole di buon vicinato.

E tutti gli sgarbi sulla complicatissima questione libica? O la vicenda dei cantieri nautici Saint-Nazaire? Macron, appena insediato, ha cambiato le carte in tavola impedendone di fatto l’acquisizione da parte della nostra Fincantieri.

Quindi anche i francesi devono darsi una bella regolata. Ma la mossa avventata di Di Maio adesso ci sta facendo passare dalla parte del torto anche agli occhi degli altri partner europei, senza scomodare il tira e molla sulla Tav.

Il peso dell’economia

Sono tensioni che tra l’altro si potrebbero riflettere negativamente anche sul piano economico, che presenta numeri di assoluto rilievo. La Francia, dopo la Germania, è il Paese dove esportiamo di più: quasi 44,8 miliardi di euro nei primi 11 mesi del 2018 (+4,4%). Con un avanzo che supera gli 11 miliardi rispetto agli oltre 33,6 miliardi di importazioni.

Non tutti sanno poi che in Italia ci sono più di 1.900 aziende controllate dai francesi che danno lavoro a circa 250mila persone. Partendo dal settore bancario-assicurativo, come segnala anche l’Agi, gli intrecci si sprecano. I francesi sono ben presenti in Generali (l’amministratore delegato del Leone di Trieste è Philippe Donnet) e in Unicredit (dove l’ad è Jean Pierre Mustier).

In più, i cugini d’oltralpe operano da anni sul nostro territorio con altri colossi bancari come Bnp-Paribas e Crédit Agricole. Ancora: il finanziere bretone Vincent Bolloré con una quota all’incirca dell’8% è il secondo azionista di Mediobanca. E con Vivendi detiene il 24% di Telecom Italia e quasi il 29% di Mediaset.

Dal lusso all’energia

Vogliamo passare a moda e lusso? Bernard Arnault con Lvmh vanta nella sua scuderia aziende come Bulgari, Fendi, Emilio Pucci, Loro Piana, Acqua di Parma, Cova. E François-Henri Pinault con Kering controlla Gucci, Bottega Veneta, Richard Ginori, Brioni e Pomellato.

Nell’agroalimentare la famiglia Besnier, attraverso Lactalis, ha in portafoglio Parmalat e Galbani. Nel settore energetico Edison è nelle mani di Edf. Poi, scorrendo altri marchi francesi presenti in Italia ecco nomi ben conosciuti nella grande distribuzione come Carrefour, Auchan, Decathlon o Leroy Merlin con migliaia di dipendenti.

Gli italiani di Francia

Anche noi siamo presenti in territorio francese. Ma in modo più contenuto: si contano oltre un migliaio di aziende con una presenza italiana che “vale” circa 100mila dipendenti, da Fiat ad Autogrill, da Campari alla Luxottica di Leonardo Del Vecchio.

A questo punto evitiamo la retorica e il timore di rappresaglie, e poniamoci una domanda molto pragmatica: con la nostra economia indebolita dalla recessione, conviene continuare a premere sull’acceleratore “ideologico” contro Parigi?

Macron non ci sarà simpatico. Ma per fare gli interessi del nostro Paese serve una visione politica e diplomatica dei rapporti con la Francia che di certo non si può fermare ai Gilet gialli. Come su Maduro e il Venezuela rischiamo l’isolamento anche su scala europea e speriamo che nei dintorni di palazzo Chigi qualcuno lo capisca alla svelta.

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