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Corea del Nord: il bastone e la carota nelle mani di Pechino

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Donald Trump e Xi Jinping

Corea del Nord: Donald Trump è arrivato ai confini del grande nemico. E da Tokyo a Pechino, passando per Seul, il tour in Estremo Oriente del presidente americano continua con un denominatore comune: il regime di Pyongyang e il suo dittatore. Tanto da far diventare Kim Jong-un il vero protagonista del viaggio di Trump. L’altro aspetto a farla da padrone è l’approccio vecchio come il mondo alla minaccia nordcoreana: quello del bastone e la carota. Ma forse nella sua valigia il presidente americano non ha né l’uno né l’altra.

Le dichiarazioni di Seul

Nella capitale sudcoreana Trump ha dichiarato: “Siamo pronti a utilizzare la totalità delle nostre imbattibili capacità militari se fosse necessario”. Ma ha aggiunto di sperare che “mai debbano essere utilizzate“. Ricordate? In patria e dal palco dell’Onu aveva usato parole ben più aggressive e sguaiate per disegnare l’eventuale soluzione americana. L’inquilino della Casa Bianca ha poi esortato la comunità internazionale, “comprese Cina e Russia“, a lavorare insieme per dare una soluzione alla crisi nordcoreana. E a “fare in modo che abbandoni il suo programma nucleare“. Della serie, agito il bastone e lascio intravedere la carota delle trattative che interromperebbero le sanzioni. Ma la chiamata in causa di Mosca e Pechino la dice lunga sui limiti odierni della politica estera americana. Un approccio che prepara la visita di Trump, a Pechino dall’8 al 10 novembre. Ad accoglierlo, un Xi Jinping più potente che mai, dopo la sua “incoronazione” a leader totale nel XIX Congresso del Partito comunista cinese.

Corea del Nord: Xi padrone del campo

Secondo Trump, “la Cina si sta impegnando molto per risolvere il problema della Corea del Nord”. Una dichiarazione che nasconde una verità incontrovertibile. Il bastone e la carota che possono risolvere la crisi con Kim sono a Pechino. E solo Xi li può usare a sua discrezione. La Cina di fatto controlla quasi interamente gli scambi commerciali della Corea del Nord. Pyongyang vende oltre l’80% delle sue produzioni in Cina e acquista dal colosso asiatico il 90% di ciò che importa dall’estero. A settembre Pechino ha dato il via alle sanzioni stabilite dall’Onu, un segnale chiaro al regime nordcoreano, che presto inizierà a risentire di questa decisione. Ma non è certo che questo mulinare del bastone sia sufficiente per piegare Kim a una trattativa sul suo arsenale nucleare. E paradossalmente l’accresciuto potere di Xi lo mette in una situazione ancora più difficile.

Corea del Nord: il rompicapo di Xi

Il leader cinese a questo punto ha addosso gli occhi di tutti. E l’arrivo di Trump a Pechino non fa altro che aumentare la pressione su di lui. Da un lato Xi deve dimostrare al mondo di essere un leader di livello mondiale, il padrone del campo capace di piegare Kim. Dall’altro deve fare i conti con i problemi interni che questo potrebbe comportare. La Corea del Nord è un regime comunista come la Cina, uno dei pochi Paesi fratelli rimasti in auge nel mondo. Ed essere il responsabile dell’inizio di un processo che potrebbe portare alla sua scomparsa politica è l’ultima cosa che vuole Xi. Come mai? È un leader che fonda il suo potere su un partito che ha lo stesso Dna. Come reagirebbero i cinesi davanti alla fine dell’ennesimo regime comunista, oltretutto a due passi da casa? Questo è il vero asso che Kim ha nella manica, ne è perfettamente cosciente e bombe o no, sa che è la sua arma più potente. Che cosa farà Xi? È chiaro, dovrà usare il bastone e la carota, ma trovare il giusto equilibrio non sarà facile.

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