Piacenza

Borotti (Unicoop): adesso basta, troppi ritardi nella riapertura degli asili nido

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Stefano Borotti: dalla battaglia vinta contro il Covid a quella per la riapertura degli asili nido in massima sicurezza. E se lo propone lui, diciamo che si può stare tranquilli. A Piacenza ormai lo chiamano il signor Zero-Covid. E il direttore di Unicoop, la principale cooperativa sociale di città e provincia, impegnata prevalentemente nei servizi per anziani, disabili e prima infanzia (360 operatori e 1.200 utenti), se lo merita.

Nella Piacenza dei 944 morti per Coronavirus, le tre strutture per anziani e le due per disabili di Unicoop infatti hanno letteralmente lasciato il Covid-19 fuori dalla porta. “Dal 22 febbraio abbiamo ingaggiato una battaglia contro l’epidemia per evitare il contagio, salvando la vita dei nostri ospiti e tutelando quella dei nostri operatori”, racconta Borotti. Il risultato? “Su 120 ospiti nei servizi residenziali abbiamo avuto zero decessi e solo due casi di Covid curati internamente. E oggi, come confermano anche gli ultimi tamponi, siamo Covid-free”.

Dottor Borotti, come ha fatto a raggiungere questo risultato straordinario?

“Sostanzialmente partendo da due scelte condivise con la mia equipe: il 22 di febbraio abbiamo chiuso subito le strutture, impedendo gli accessi. E poi avevamo già in casa importanti quantitativi di dispositivi di protezione individuale acquistati via via dalla fine di gennaio. Così dal 22 febbraio avevamo tutti i nostri operatori protetti con mascherine, guanti e camici”.

Quanto ha speso?

“Compresi gli acquisti fatti il 25 febbraio, quando avevamo trovato ancora disponibilità di Dpi presso i nostri fornitori, abbiamo sborsato circa 50mila euro”.

Mai soldi sono stati investiti meglio…

“Senza dubbio, è stata un’operazione azzeccata. Poi via via abbiamo modificato le prassi di lavoro, con attente procedure di igienizzazione e sanificazione. D’altro canto i nostri ospiti hanno iniziato a vivere in una condizione di maggiore isolamento. Tenga conto per esempio che ancora oggi i pasti si consumano nelle stanze e non negli spazi comuni; e se ci sono persone rivelano sintomi sospetti vengono subito isolate e trattate come se fossero positive. Insomma non abbiamo assolutamente abbassato la guardia, anzi. Perché la fase 2 per noi è forse più pericolosa del lockdown…”.

Come mai?

“Per le case di riposo è presto detto: gli operatori prima facevano avanti e indietro tra casa e lavoro e al massimo andavano a fare al spesa in un supermercato. Adesso possono frequentare altri luoghi nel loro tempo libero, bar, ristoranti, negozi e così via; quindi possono entrare in contatto con molte più persone. E questo comporta da parte nostra una serie di controlli più intensi sul personale”.

Del tipo?

“Abbiamo ingaggiato un esperto come il dottor Marzio Sisti, e con la sua consulenza abbiamo stabilito una serie di verifiche e controlli per monitorare la situazione ed evitare sorprese. Per esempio, test e tamponi periodici, proseguendo con grande attenzione nell’igienizzazione in entrata e in uscita dall’ambiente di lavoro”.

Se le case di riposo le avete chiuse voi lasciando fuori il Covid, gli asili nido, che sono un’altra fetta importante delle vostre attività, li ha chiusi il Governo…

“Sì, e a suo tempo ha fatto bene. Una scelta che a noi è costata cara sul piano delle attività. Pensi ai 13 asili nido che gestiamo a Piacenza e in altri 9 Comuni della provincia, per un totale di 300 bambini. Ma anche all’assistenza che forniamo con 70 operatori agli alunni disabili che con la chiusura della scuola sono andati anche loro in Cassa integrazione, riprendendo poi il lavoro ad aprile. Una situazione che fin quando ha visto gran parte dei genitori a casa poteva avere una logica, ma dopo il 4 maggio non più”.

E cioè dalla prima riapertura delle attività.

“Infatti. Oltre al tema dell’incertezza sul futuro per chi è andato in Cig, che va ricordato percepisce solo il 65-70% dello stipendio, c’è quello della famiglie che hanno ripreso il lavoro soprattutto a partire dal 4 maggio. Perché quei 300 bambini che venivano al nido, quasi sempre hanno dietro due genitori che lavorano. E in molti da allora hanno ripreso l’attività arrangiandosi in qualche modo”.

Ha avuto dei riscontri dai familiari che mandano i figli da voi? 

“Con i nidi chiusi, e ce lo conferma sempre il dottor Sisti, si è tornati per esempio alla situazione più pericolosa e cioè portare i bambini ai nonni: perché i piccoli si infettano e non si ammalano; baciano il nonno e invece lui si ammala. La seconda soluzione è quella delle babysitter, che saranno anche ragazze straordinarie, ma difficilmente adottano una stretta sorveglianza sanitaria. Poi c’è la terza, con gruppi di vicinato che autogestiscono la situazione piazzando tre o quattro bambini da un vicino di casa disponibile”.

Tre scelte piuttosto rischiose…

“Di certo più della riapertura degli asili nido”.

Voi che cosa potreste fare al momento?

“Solo interventi individuali: l’educatore potrebbe andare a domicilio a fare attività di assistenza educativa e di custodia dei bambini”.

Una bella soluzione, che avrebbe permesso almeno in parte di evitare da un lato le spese per la Cig e dall’altro per i bonus babysitter…

“Certo, ma per trasformare il servizio nido in un servizio a domicilio occorre che i Comuni riprogettino con noi le attività. L’abbiamo proposto ormai da un mese a quelli con cui lavoriamo e per ora siamo a buon punto con il Comune di Piacenza: dopo aver firmato un protocollo d’intesa lunedì scorso, speriamo di abbattere i tempi della burocrazia e di poter fornire questo servizio. Il rapporto diventerebbe un educatore per bambino, e quindi non potremmo accontentare tutti, ma selezionando le richieste sulla base delle esigenze più urgenti, di chi non ha alternative o ha più figli potremmo dare il nostro contributo. Ma non mi faccio grandi illusioni…”.

Come mai dottor Borotti?

“Perché al di là della buona volontà dei singoli abbiamo una burocrazia complicata e asfissiante, che blocca tutto il buono che si può mettere in piedi. Guardi per esempio quello che stiamo vivendo sulla riapertura dei nidi che restano chiusi perché in sostanza è chiusa la scuola che dal 2017 include anche la cosiddetta fascia 0-6 anni. E questo accade anche se i nidi possono dare ben altre garanzie di sicurezza”.

Ci spieghi…

“Siamo in un ritardo pazzesco sempre a causa della burocrazia, che però ha riaperto i bar. Adesso si riaprono i centri estivi dall’8 giugno che non danno le nostre garanzie e noi restiamo al palo. Qui la responsabilità non è solo del governo ma anche della Regione Emilia-Romagna, che è in ritardo rispetto ad altre realtà come la Liguria o la Provincia di Bolzano. Buttiamo via risorse per pagare educatori che sono in Cig, ne sprechiamo altre oltretutto facilitando soluzioni più pericolose come quella delle babysitter e noi che siamo gli esperti del settore, e non parlo solo di Unicoop, restiamo al palo”.

Che cosa proponete?

“Da noi si possono riprogettare procedure di sicurezza ben più stringenti di quelle richieste per i centri estivi che sono addirittura inferiori ai nostri standard e che invece hanno avuto il via libera. Non ne nego l’importanza per le famiglie, ma le assicuro che è molto più facile riaprire i nidi in sicurezza che oltretutto o sono a gestione pubblica o a gestione privato aziendale e quindi ben strutturati e già finanziati da risorse pubbliche. Abbiamo  proposto di inserirci nella logica dei centri estivi, aprendoli alla fascia 1-3 anni, mettendo a disposizione i nostri operatori anche per i bambini più grandi che conoscono già dai tempi del nido, ma niente. Si privilegiano spazi offerti da centri sportivi o di altro genere, mentre i nostri che per esempio hanno già servizi igienici e spazi verdi meglio strutturati per ora vengono esclusi”.

Insomma, dottor Borotti lei ha battuto il Covid, ma la burocrazia è un osso ancora più duro…

“Guardi io non demordo e le dico che ci stiamo preparando a fornire anche l’apertura dei nidi in agosto e la frequenza part-time nelle strutture su due turni mattina-pomeriggio per garantire più sicurezza e il distanziamento necessario. Non dimentichiamo tra l’altro che il nostro settore rappresenta una realtà economica rilevante, con un altissimo tasso di lavoro femminile. Anche per tutti questi motivi siamo stanchi di scartoffie e come noi molti sindaci e amministrazioni con cui collaboriamo. Adesso aspettiamo delle risposte serie da Governo e Regione Emilia-Romagna, che per gli asili nido non possono più tardare”.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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