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Hi-tech e il caso Huawei: cosa c’è dietro lo scontro tra Usa e Cina?

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Xi Jinping e Donald Trump

Hi-tech e il caso Huawei: che cosa si nasconde dietro lo scontro tra Usa e Cina? Per spiegarlo bastano tre ingredienti del mondo digitale: 5G, intelligenza artificiale e chip. Perché chi ne avrà il controllo – per dirla con Vladimir Putin – domani dominerà il mondo.

L’arresto in Canada su richiesta statunitense di Meng Wanzhou, la top manager del colosso cinese Huawei, è solo la punta dell’iceberg. Un iceberg colossale, che rischia di mandare in tilt non solo le relazioni sino-americane. Ma andiamo con ordine e vediamo uno per uno i campi dell’hi-tech dove Donald Trump Xi Jinping si affrontano senza esclusione di colpi.

Connessioni hi-tech

5G è il termine che identifica le connessioni di nuova generazione. Più sono veloci e continue, meglio è. Dalle necessità civili a quelle militari. E quindi dai semplici cellulari o dalle auto a guida autonoma, che domani saranno connesse full time per muoversi nel traffico con sicurezza, ai mezzi più sofisticati del settore della difesa per garantire decisioni in tempo reale e precisione.

Il tutto è sufficiente per capire come il 5G sia un’infrastruttura strategica, che secondo Washington potrebbe essere utilizzata anche per spiare o boicottare le attività di un Paese. Così gli americani non vogliono che la Cina con le sue aziende ci metta il naso. La parola d’ordine è bandire Huawei dagli appalti per la costruzione delle reti 5G. Scelta già fatta, come ricorda anche Il Foglio, da australiani e neozelandesi, che presto potrebbero essere seguiti da Canada e Regno Unito, gli altri fedelissimi di Washington nelle alleanze sull’intelligence e la sicurezza. Una decisione che potrebbe far perdere al colosso cinese dell’hi-tech miliardi di dollari.

I geni degli algoritmi

Se i dati devono viaggiare più velocemente e senza interruzioni, ci vuole anche chi ne elabora i contenuti in modo sempre più sofisticato. E qui entra in gioco l’intelligenza artificiale, che funziona attraverso gli algoritmi per far svolgere alle macchine attività sempre più complesse come nel caso dei robot.

In questo settore dell’hi-tech la Cina ha fatto passi da gigante e cerca di proteggere in tutti i modi il suo mercato dai big statunitensi. In più punta a rivaleggiare con gli Usa ingolosendo le menti migliori che lavorano nella Silicon Valley. È già successo con Andrew Ng, passato da Google a Baidu. E potrebbe succedere con altri geni dell’informatica specializzati nell’intelligenza artificiale.

La corsa dei chip

E siamo all’ultimo lato di questo triangolo dell’hi-tech. Dopo il 5G per far viaggiare i dati ad altissima velocità, dopo l’intelligenza artificiale che genera comportamenti sempre più complessi, servono microprocessori sempre più potenti, per garantire tutti i calcoli nel minor tempo possibile.

Sui chip, alla base di qualsiasi realtà digitale e con un giro d’affari di oltre 400 miliardi di dollari, Trump è in vantaggio su Xi, perché le aziende americane sono leader nella componentistica dei circuiti integrati. E senza il loro apporto tutto diventa più difficile. Così i cinesi hanno predisposto una serie di investimenti miliardari per colmare il gap tecnologico al massimo in una decina d’anni, forti della crescita di Huawei, che di recente ha sbandierato i suoi miglioramenti nella produzione di chip per l’intelligenza artificiale.

Gli ordini di Pechino

Ma è soprattutto il dirigismo economico che alla lunga potrebbe dare a Pechino un’arma in più nella corsa al predominio nell’hi-tech. Perché se negli Usa vige il libero mercato e a volte le aziende recalcitrano rispetto alle richieste governative, quelle cinesi sono ancora legate in modo quasi indissolubile alle indicazioni dell’esecutivo e del partito comunista.

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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