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Pagani (Ordine dei medici): quelle scomode verità su un anno di Covid

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Augusto Pagani non si tira indietro. E quando con il presidente dell’Ordine dei medici di Piacenza iniziamo a parlare di un anno di Covid, non possiamo fare a meno di citare Bertolt Brecht e la sua celebre frase “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Come mai? Perché da giorni, per ricordare l’anniversario di quel 22 febbraio 2020, la prima zona rossa di Codogno, sui media si leggono fiumi d’inchiostro che raccontano la tragedia “cantando”, appunto e soprattutto gli eroi. Quasi che quei 1.500 morti piacentini, gli oltre 10mila in Emilia-Romagna e gli ormai 100mila in Italia, con tutto il dolore che hanno causato, fossero comunque un prezzo da pagare.

“È giusto rendere omaggio a tutti coloro che hanno combattuto questa battaglia con tanto coraggio; e di certo vanno ringraziati per tutto quello che hanno fatto, medici e operatori sanitari in primis”, afferma Pagani. “Ma d’altra parte non si può lasciare solo sullo sfondo un po’ di giusta autocritica”.

E allora proviamo a rompere il leitmotiv di questa narrazione “epica”, che cerca di riscrivere il racconto di un’epidemia che a Piacenza come in altre parti d’Italia è stata tanto tragica anche per gli errori commessi, le carenze e le sottovalutazioni. Questo non per accusare qualcuno che aveva più responsabilità di altri e che comunque dovrà fare i conti soprattutto con la propria coscienza. Ma per capire dove abbiamo sbagliato e cosa fare guardando avanti. Perché non va dimenticato che il virus è ancora qui e la lotta continua.

Dottor Pagani, parlando di Piacenza non possiamo che partire dalla mancata zona rossa
“Alla luce di quanto è successo, oggi è facile dire che sia stato un errore non farla. Ma ammetterlo a chiare lettere è importante. Ci vuole l’onestà intellettuale di dire che se Piacenza fosse stata dichiarata zona rossa fin da subito sarebbe stato molto meglio; sicuramente avremmo evitato tanti malati e tanti morti. Certo, c’erano molte pressioni per evitarla, non dipendeva da noi e la malattia ha avuto un’evoluzione che nessuno poteva immaginare. Anche perché le informazioni che arrivavano dalla Cina erano del tutto insufficienti e inadeguate. Senza dimenticare che non potevamo nemmeno basarci su altre esperienze, perché dopo la Cina siamo stati i primi in Europa e nel mondo a gestire questa situazione. La zona rossa comunque sarebbe stata molto importante perché avrebbe enfatizzato gli effetti positivi dell’unica arma che avevamo a disposizione e cioè il distanziamento fisico. E non va nemmeno dimenticato che comunque abbiamo affrontato il Covid senza altri mezzi”.

Per quali motivi?
“Tutto si è sviluppato nell’arco di dieci giorni con una rapidità incredibile. Ma ci siamo trovati a fare i conti anche con un’assoluta inadeguatezza dei mezzi di protezione, un’assoluta assenza di coordinamento e di strategie. E non solo a Piacenza, come poi è stato ammesso da tutti. Dovevamo combattere una malattia sconosciuta e non avevamo gli strumenti per farlo. Eravamo senza armi e senza organizzazione”.

Perché abbiamo avuto tanti morti? L’ingegner Baldino, direttore generale dell’Ausl, nei giorni scorsi ha dichiarato al quotidiano Libertà che “Piacenza rendiconta più decessi di Covid rispetto agli altri, forse perché siamo più ligi nel seguire le regole ministeriali, ad esempio facendo tutti i tamponi post mortem”; lei come la pensa?
“Sono convinto che abbiamo avuto più decessi degli altri; nel senso che non abbiamo contezza di quanti erano allora i malati di Covid, perché i tamponi si facevano a una parte minimale dei pazienti coinvolti. Quindi, quanti fossero in realtà i malati non lo sappiamo. Per questo sono portato a credere che allora ce ne fossero molti di più di quelli che pensavamo; e quindi che il numero dei nostri morti sia proporzionale a un numero di malati ben superiore di quelli conosciuti ufficialmente”.

Quindi ha pesato anche la lentezza con cui a Piacenza si è iniziato a fare i tamponi su larga scala?
“In parte sì; ma al di là dei tamponi, a cascata abbiamo pagato l’impreparazione a livello generale. Nonostante fosse stata dichiarata l’emergenza nazionale, non era stato fatto l’approvvigionamento dei dispositivi che servivano, non era stato aggiornato il piano pandemico che avrebbe dovuto consentire l’attuazione di strategie già codificate e sperimentate. E poi non dobbiamo dimenticare un altro aspetto della vicenda”.

Ci dica, dottor Pagani…
“In quel periodo si sono ammalati di Covid anche molti medici e molti infermieri, cosa che ha messo ancor di più sotto stress gli operatori sanitari durante un’emergenza mai vista prima e così grave. Credo che al di là del lockdown totale poco di più si sarebbe potuto fare se non avere un aiuto ancor più tempestivo e consistente di quello che c’è stato per il trasferimento dei malati più gravi da Piacenza ad altri ospedali”.

Come sono andate le cose su quei trasferimenti?
“In certi momenti avevamo 70, 80 pazienti in Pronto soccorso senza posto letto, con carenze drammatiche di respiratori e di posti in terapia intensiva. Informato dai colleghi ospedalieri, in qualità di presidente dell’Ordine avevo sollecitato un intervento della Regione su Piacenza per risolvere questa situazione, parlando anche con l’assessore Donini. E quando finalmente da Bologna sono venuti di persona, in occasione dell’apertura dell’ospedale militare da campo in appoggio al Pronto soccorso, il presidente Bonaccini e il sottosegretario Baruffi hanno capito fino in fondo la gravità della situazione. Così è iniziato finalmente il trasferimento dei nostri malati in altri ospedali dell’Emilia-Romagna. Poi le cose hanno cominciato a migliorare”.

Lei quindi non avrebbe rinunciato a mandare i malati piacentini a Francoforte, come ha svelato l’ex commissario Venturi riferendosi alle scelte di Baldino?
“Li avrei mandati ovunque ci fosse stato un posto disponibile per essere curati in una terapia intensiva”.

Passiamo dall’ambiente ospedaliero al territorio: lei ha sempre denunciato il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nell’affrontare la pandemia.
“Soprattutto nelle prime fasi, ma anche dopo ho sempre detto che c’è stato un certo distacco tra l’organizzazione e la gestione della risposta sanitaria messa in campo dall’Ausl negli ospedali rispetto a quello che veniva fatto sul territorio. E che la comunicazione e il coinvolgimento sono stati spesso tardivi e insufficienti, cosa che purtroppo succede ancora”.

Ci fa un esempio?
“Anche recentemente il presidente Bonaccini ha annunciato la partenza della campagna di vaccinazione per gli insegnanti il prossimo 22 febbraio, affermando che avrebbe coinvolto i medici di medicina generale e suggerendo di chiamarli per prenotare un appuntamento. I medici non ne sapevamo nulla; i nostri sindacati non avevano firmato nessun accordo. E a tutt’oggi siamo all’oscuro delle modalità di questa operazione. Insomma, spesso si fa ancora della comunicazione forse precipitosa e magari inopportuna”.

Parliamo delle Usca, sono state davvero così determinanti?
“Le faccio una premessa: all’inizio dell’epidemia i medici di famiglia non avevano gli strumenti per andare a visitare i loro pazienti in sicurezza. Pensi che ci era stata consegnata una mascherina a settimana… E voglio ricordare che a Piacenza sono morti sette medici e 300 in Italia. Le Usca, grazie a tutti gli strumenti necessari, hanno rappresentato una soluzione territoriale valida e competente per affrontare le cure domiciliari dei pazienti Covid e sgravare gli ospedali. Indubbiamente un passaggio importante per consentire ai pazienti di non intasare il Pronto soccorso e poi magari essere rispediti a casa”.

Adesso come vanno le cose?
“Molto meglio, anche grazie all’esperienza che abbiamo maturato, alla disponibilità degli strumenti di protezione e in particolare alla piattaforma Igea che integra e velocizza le segnalazioni dei medici di famiglia con le visite delle Usca e il lavoro dell’Igiene pubblica. Intanto sono state riaperte dalla direzione dell’Azienda sanitaria alcune attività chirurgiche e cliniche, ma ancora non siamo ritornati alla normalità né nei tempi, né nei modi. Direi inevitabilmente, perché comunque, se non come in passato, con il Covid dovremo fare i conti ancora per un po’, sperando di raggiungere risultati importanti con la campagna vaccinale. Ma soprattutto bisogna valorizzare il contributo di tutti gli attori in campo”.

In che senso, dottor Pagani?
“Devo dire che non è stato gratificante per i medici di famiglia leggere (sempre su Libertà, ndr) le dichiarazioni dell’ingegner Baldino che richiesto di una valutazione sull’attività delle Usca ha espresso la propria soddisfazione per avere finalmente 40 medici sul territorio che ‘mettono le mani sulla pancia degli assistiti’, concludendo che vede il potenziamento della sanità territoriale piacentina passare attraverso un aumento degli infermieri ed una stabilizzazione dei medici oggi impegnati nelle Usca”.

Che augurio si fa per il futuro?
“Ci vorrà del tempo, ma spero soprattutto di arrivare a una sanità che non abbia più bisogno di eroi”.

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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