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Sforza Fogliani, il presidente senza censure: ecco quello che non ho mai detto

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L'avvocato Corrado Sforza Fogliani, presidente esecutivo della Banca di Piacenza, di Assopopolari e vicepresidente dell'Abi

Sforza Fogliani: la verità sul Klimt e l’Ecce Homo; poi le critiche al centrodestra di Palazzo Mercanti, con uno sguardo alle prossime elezioni comunali, e non solo. Senza dimenticare naturalmente la Banca di Piacenza e le sue prossime mosse. Il presidente Sforza Fogliani ci racconta e si racconta senza remore e senza lasciare nulla al caso. Un punto di vista unico sulla realtà piacentina, che non fa sconti a nessuno.

Presidente, partiamo da domani, con l’inaugurazione, purtroppo in streaming, delle mostre sul Klimt, alla Galleria Ricci Oddi, e sull’Ecce Homo, a Palazzo Galli. Ha avuto lei l’idea delle due mostre lo stesso giorno? 
“Si, è vero. Lo dico senza falsa modestia. I giornali nazionali l’hanno scritto, tutti. Quelli locali non mi citano solamente che per cercare di farmi le pulci…”.

Ci racconta la storia del Klimt?
“La vera storia, che nessuno ha ancora scritto, è questa. Noi della Ricci Oddi (Sforza è nel Cda, ndr) avevamo già programmato – superando le resistenze di chi parlava di evento internazionale o, meglio ancora, mondiale e intanto faceva niente, se non riuscire a far passare il tempo per avvicinarsi al 2021, altro anno di Parma Capitale della Cultura – di fare una gran giornata e di esporre il Klimt il 4 luglio. Di ridarlo ai piacentini per Sant’Antonino. Un regalo alla città a sei mesi dal ritrovamento. Era ora, ma ci siamo trovati ancora contro chi voleva ritardare tutto, e sventolava anche possibili finanziamenti regionali che non sono ancora arrivati. Capìto tutto, abbiamo rotto gli indugi e fissata la data di domani. Andasse come andasse, pericolo Covid ben presente. Ma piuttosto di andare in coda a Parma, bisognava comunque muoversi, se non altro per un po’ di orgoglio e, aggiungerei, di buona dignità piacentina. E così sarà, ci siamo riusciti”.

Per l’Ecce Homo invece com’è andata? 
“Qui b
isogna ringraziare l’Opera pia Alberoni e il suo presidente, Giorgio Braghieri. Un giorno viene in Banca a chiedere se avremmo potuto ospitare il celebre quadro di Antonello nel nostro caveau, come già per il Klimt. Dovevano fare dei lavori all’appartamento del Cardinale, dove il quadro è abitualmente esposto. E volevano farlo in sicurezza, perché non capitasse quello che, durante i lavori in Galleria disposti dal Comune, era successo al Klimt con il furto del 1997″.

Quindi?
“Col Comitato esecutivo, dico di sì alle stesse condizioni della custodia del Klimt. Siamo la Banca del territorio: tutto gratis, cioè, anche assumendoci le spese di un’assicurazione ben maggiorata e di una vigilanza rafforzata. Perché ricordiamolo, l’Ecce homo è il quadro più importante che abbiamo a Piacenza, sia per qualità che per valore venale. Ma torniamo al colloquio con il presidente dell’Opera pia”.

Ci dica…
“Mi resta impressa una frase di Braghieri: ‘Noi ci siamo…, noi ci siamo…’. L’idea di esporre Klimt e Antonello se non nello stesso luogo – per non sollevare le solite inutili, piccole chiacchiere da ballatoio, in questa strana città, dove se uno va avanti, pur nell’interesse di tutti, gli invidiosi gli sparano addosso – è nata da lì. Esporre i due quadri, dicevo, in luoghi diversi, ma almeno lo stesso giorno. E così abbiamo fatto. Nonostante tutto, la Ricci Oddi riesce, con enormi fatiche, a fissare il 28 novembre. Braghieri ed io le siamo andati dietro. La Banca era ben contenta, unanime, senza neanche pensarci; siamo fatti così, quando c’è di mezzo Piacenza”.

I problemi non sono finiti, o sbaglio?
“In un certo senso, sì. Insorge una questione interpretativa in tema di legge per i Beni culturali. Deposito temporaneo o prestito, normativa dell’uno o normativa dell’altro caso?”.

E allora?
“Prendo borsa e penna, come si suol dire, e vado a Roma. il Ministero risolve subito tutto: deposito temporaneo, senza dubbio. Possiamo così partire per organizzare tutto per il 28. Poi, il Covid: c’era, più che la possibilità, il diritto di fare un evento in presenza, osservando il distanziamento interpersonale. Ma don Abbondio il coraggio non poteva darselo. Per non far preoccupar nessuno, decidiamo di fare (come si farà) tutto in diretta streaming dal sito della Banca, 20 eventi fruibili liberamente. Mai prima d’ora, se non per il Pordenone, s’erano visti tanti eventi collaterali. Tutti così: con personaggi come Sgarbi e il primo studioso di Antonello in assoluto, il professor Villa“.

Alla fine una bella soddisfazione.
“Sì. Per Piacenza. Ricordo che di iniziative la Banca ne ha fatte: quasi 500 restauri, religiosi e civili, dal dopoguerra. È stata la Banca (imitata e non citata) a inaugurare i cortili in concerto, tante altre manifestazioni, e i giornali parlati, i convegni di livello nuova formula, a tavola rotonda…”.

Nonostante questo, però, lei sa che a Piacenza qualcuno non le vuol bene…
“Banchiere da 44 anni, lo capisco bene. Non si può dare soldi a tutti, come non si può assumere tutti i figli… Ma questo, ci sta. Va messo in conto. Non sopporto, invece, i protagonisti della servitù volontaria.”

Cioè?
“Chi pospone Piacenza ad altri territori; in particolare chi vorrebbe mettere in coda Piacenza per mettere avanti se stesso, magari. Bisogna capire che gettare via centinaia di migliaia di euro per una giornata di divertimento per i piacentini, è male. A Piacenza non si ferma niente. Piacenza non ha bisogno di mezza giornata o di una serata di divertimento. Deve contare su eventi non a mezzadria (a noi il divertimento, ad un’altra città l’investimento). Gli eventi devono anche fornire mezzi per far crescere la nostra terra, non solo per spillare quattrini”.

Eppure in molti casi le organizzazioni di categoria sono tutte compatte. Per esempio, nel Consorzio di Bonifica.
“Non mi faccia parlare. È una tristezza… e pensare che ci sono delle associazioni che hanno un passato glorioso, all’avanguardia. Vedere come sono ridotte ora, fa davvero male al cuore (piacentino). Ne era rimasta fuori una, pensi un po’ a che livello siamo, e adesso c’è andata dentro anche lei, per partecipare al banchetto consortile”.

Ma coi “soldi pubblici”, la Fondazione ad esempio fa belle cose.
“Certo che fa anche belle cose. Ma bisogna vedere, specie in questo momento storico, se sia la destinazione giusta dei soldi pubblici e se sia la prima priorità. Ma anche di questo, non voglio parlare. Dico solo che quando c’era Nicolini assessore alla Cultura di Roma, 30 o 40 anni fa, ha finanziato per la prima volta l’effimero, facendo scalpore”.

Perché è così critico?
“Sono soldi che vengono su dalle tasse… Devono servire solo ai compiti di Istituto, si diceva. Ora, per i Sindaci fare i clown, cioè far divertire la gente, è normale. E la gente applaude, va a divertirsi gratis e non capisce che quegli spettacoli non li offre il Sindaco ma li pagano loro. Le Fondazioni, come quella di Piacenza e Vigevano, poi, sono enti fatti a modo loro, non rispondono a nessuno; molti a Piacenza non sanno neppure che i fondi li usano a modo loro (lo decidono non degli eletti da noi ma i rappresentanti di 13 enti scelti 30 anni fa). Forse a Piacenza non sanno come risolvere il problema di spendere 4 milioni all’anno. La Banca ne distribuisce al territorio 60 all’anno, e senza contare i finanziamenti”.

E sono 60 milioni tutti privati?
“Certo, tutti privati. Prodotti da quella che è, la nostra Banca appunto, la prima azienda piacentina per lavoratori occupati nel territorio piacentino. Un sostegno alla nostra gente non eguagliato da alcuno. Anzi, c’è chi viene perfino dall’estero per portar via soldi guadagnati da piacentini. Ma tant’è: i politici forse non lo sanno, certo non lo dicono, corrono dietro a quattro soldi. E la nostra terra, la provincia nel suo complesso, va indietro, ha perso gran parte dei centri decisionali. Un piacentino su tre lavora per aziende governate da fuori Piacenza”. 

Abbiamo quindi una dipendenza pronunciata?
“Sì, l’ho detto per vent’anni alle assemblee della Banca di Piacenza, lodando invece chi ha capito che cosa vuol dire una banca locale, che investe qua quel che guadagna qua”.

L’indipendenza prima di tutto?
“Il concetto di indipendenza mi ossessiona. Sono indipendente più che posso. Ogni mattina verso le 6 faccio un paio di tweet (per uno sono arrivato fino a 75mila visualizzazioni) per questo. Perché sono e voglio rimanere indipendente, un uomo libero, come mio papà m’ha insegnato sempre. Voglio esprimere liberamente il mio pensiero, anche se mi può provocare invidie, malintesi, o musi lunghi”.

Cosa significa indipendenza per lei?
“Indipendenza non significa intolleranza, anzi. Ascolto tutti, la porta del mio studio è aperta a tutti, come quella in Banca. Ma a un patto: che ci sia la schiettezza, e concretezza, piacentina, alla base”.

Nelle sue parole, mi sembra di cogliere una certa critica alla maggioranza di centrodestra in Comune.
“Certamente, e non ne faccio mistero. È stata una grande delusione. Si sono limitati a finire le opere impostate dalla precedente maggioranza di sinistra. Niente di nuovo, di significativo, niente di caratterizzante, che la Sinistra non avrebbe fatto. E allora, ma perché andare a votare per la Destra o la Sinistra? Tutti pensano alle proprie cose, tutti criticano lo Stato che gli dà pochi soldi e così via. Tutti uguali. Nei confronti della Banca di Piacenza, poi, non parliamone. Non l’ho mai detto pubblicamente, ma adesso devo dirlo”.

Prego…
“Pensi che non possiamo mettere fuori l’insegna del Palabanca perché dovremmo pagare al Comune 15mila euro. Ho detto ai tifosi che questi soldi la Banca non li pagherà mai, per principio. Abbiamo dato alla pallavolo 250mila euro, quest’anno, e poi dobbiamo dare 15mila euro al Comune per chiamare Palabanca, in un’insegna, il Palabanca? E non è la tassa di pubblicità e neanche quella sulle insegne, intendiamoci. Difatti, non s’è mai pagata. È un’ingiusta richiesta, proprio solo per l’insegna stabilita nella concessione comunale… Robe veramente dell’altro mondo!”.

Lei quindi la ritiene anche un’offesa alla Banca di Piacenza?
“Sì. E guardi che io passo sopra a tante cose, ma non a chi offende la Banca, o non ne riconosce la funzione, come anche in altri casi questa amministrazione ha fatto, per esempio per il teatro, quando l’amministrazione Dosi aveva invece tenuto un comportamento esemplare. Con l’Expo, idem”.

Insomma, presidente Sforza, guardandosi attorno, lei ha molti avversari…
“Certo, ho molti avversari. Ma se ci fa caso, all’origine c’è sempre la Banca. Se non ci arriva da solo (perché non conosce certi fatti) me lo dica che glielo spiego io. Perdòno tutto, anche chi mi offende personalmente. Ma non chi fa, volutamente, un torto alla Banca, a questo baluardo piacentino e della piacentinità. Secondo lei, io lavoro 18 ore al giorno (ma lavoro davvero, senza contare cerimonie e riunioni perditempo) per fare soldi? L’indennità che prendo, la tirerei a casa con due pareri legali in più. Lo faccio per difendere un’istituzione che è ormai l’unica cosa importante creata per i piacentini rimasta a Piacenza”.

Anche con l’informazione locale ha un rapporto conflittuale?
“Proprio no. Ce l’ho solo con la stampa cartacea. È una vecchia storia, dura da 30 anni”.

Sta parlando della battaglia per la conquista del quotidiano Libertà negli anni 90?
“Sì. Un conflitto nato per avere fatto il banchiere, per avere finanziato chi era venuto a chiedere soldi e ha fatto spendere di più a chi ha vinto. Ma cosa c’entro io?”.

Torniamo all’attualità: perché la Banca non ha aderito all’iniziativa di Insieme Piacenza (Comune, Diocesi, Fondazione, Crédit Agricole e Caritas) per il microcredito?
“Il microcredito noi lo facciamo da 22 anni, sempre ampiamente pubblicizzato anche dal settimanale cattolico Il Nuovo Giornale. I risultati sono buoni. Abbiamo aiutato tanti bisognosi, ma anche tanti piccoli artigiani in difficoltà (abbiamo la forma di microcredito sia personale che di impresa, infatti). E poi, Piacenza Insieme è una filiazione di quella che la gente chiama ‘la banda dei soldi pubblici'”.

In che senso?
“Utilizzano per le loro iniziative le tasse comunali; l’8 per mille; i contributi camerali obbligatori; gli interessi dei soldi pubblici forniti per secoli dalla Cassa di Risparmio. E poi la Banca di Piacenza fa le stesse iniziative, con mezza spesa, giovandosi di prestazioni lavorative volontarie del nostro personale, affezionato all’Istituto. Tenga presente che la Banca ha una policy per cui le nostre iniziative devono pagarsi per la metà, coi prezzi d’ingresso o sponsor. Da ultimo, non siamo abituati a che, quando si vara un’iniziativa comune, qualcuno faccia una corsa in avanti e ne dia l’annuncio. Quello che è capitato proprio per questa iniziativa. Non mi pare corretto. Ne siamo rimasti fuori anche per questo, e la Caritas avrebbe dovuto dirlo”.

E sulle prossime mosse della Banca di Piacenza cosa ci dice? Si è parlato di un interessamento per l’acquisizione di una banca emiliana.
“Confermo la trattativa, ma non è andata a buon fine e abbiamo rinunciato. D’altro canto, abbiamo a disposizione una grande liquidità. E quindi la necessità di andare a investire in territori attivi che possano utilizzare questa liquidità”.

Scusi, ma come mai la Banca del territorio non investe tutto a Piacenza?
“Perché purtroppo non ci sono iniziative che meritano di essere finanziate dal punto di vista del loro rendimento economico”.

Prima parlava della sua ossessione per l’indipendenza: anche in politica sembra così…
“Guardi, ero Segretario provinciale del Partito liberale appena laureato, a poco più che vent’anni. Sono stato consigliere comunale di Piacenza per circa trent’anni, con brevi intervalli, e anche consigliere provinciale. Di fare il parlamentare non mi è mai interessato e ho rifiutato ogni offerta, specie alla caduta della prima Repubblica”.

E oggi?
“Seguo la politica più che altro via Twitter. E torno a quello che ho già detto: mi dispiace che una Giunta di centrodestra faccia tutto, meno che una politica innovativa e liberale. Seguo, certo, l’Associazione liberali, una fucina di giovani che sanno di crescere col confronto, leale, delle idee”.

Sui due consiglieri liberali a Palazzo Mercanti, Gian Paolo Ultori e Antonio Levoni, come la pensa?
“Sono bravi entrambi, anche se a volte – a ragione – scalpitano. Ultori è stato nominato consigliere delegato, ha fatto tutto lui, l’associazione ha solo dato il via libera”.

Nessuno scambio o riavvicinamento al Sindaco Patrizia Barbieri, quindi?
“No, la nostra posizione critica rimane tale; l’abbiamo ribadita in questi giorni anche in incontri di maggioranza che sono in corso”.

E Levoni?
“Non è pragmatico come Ultori; Levoni è uomo schiettamente piacentino, di una grande generosità, effervescente nello spirito liberale che ha sempre caratterizzato sia lo zio che il papà, uomo libero per eccellenza”.

Se Patrizia Barbieri decidesse di ricandidarsi nella primavera del 2022, la sosterrà?
“Lei in quanto tale no, ci pensa già l’onorevole Foti… e bisognerà vedere quale sarà lo schieramento al suo sostegno. Le dirò, prevedo sia a destra che a sinistra la formazione di schieramenti senza caratterizzazioni partitiche”.

Finiamo con un sogno piacentino.
“Tutte le volte che passo davanti all’ex Hotel San Marco – dove andava Verdi, dove andava Luzzatti, dopo essere stato alla Banca popolare a Palazzo Galli, nelle sue venute a Piacenza per aiutare lo spirito cooperativo – mi piange il cuore. Come fa Piacenza a lasciar andare in malora questo palazzo, accreditato (ma non so quanto legittimamente, e certo non appropriatamente) all’Ausl, che comunque dovrebbe venderlo invece di pretendere una somma enorme per poi non venderlo? È in corso il rinnovo dei vertici della Fondazione, bisognerebbe mandare solo chi si impegnasse a fare questa operazione, da tempo chiesta da Italia nostra, anche nazionale. Doveva già farlo anche il Consiglio uscente della Fondazione. Che invece ha preferito destinare risorse ad una mostra coi tavoli opere d’arte sui tetti ed i gioco bimbi artisti sprecati”.

Cosa intende dire?
“La Fondazione aveva acquistato il palazzo ex Enel per consentire l’allargamento della Ricci Oddi, che ha un migliaio di quadri in cantina, 300 dei quali (già esposti a Palazzo Galli in una mostra temporanea della Banca) avrebbero fatto della Ricci Oddi la prima Galleria d’arte moderna d’Italia. Con i mezzi impegnati là, la Fondazione avrebbe potuto sistemare anche il San Marco. Ad acquistarlo avrebbe dato una mano anche la Banca. Invece s’è fatta la discutibile operazione dell’acquisto e risistemazione ex Enel; il consigliere Milani è stato accontentato, ma il resto… ve lo immaginate?”.

Ci aiuti, presidente Sforza…
“Ricci Oddi comunque allargata; San Marco museo di testimonianza della piacentinità di Verdi, che qui aveva gli amici più veri. Invece, niente. Se poi il Comune avesse avuto un po’ di fantasia, avesse rifiutato di spendere 5 milioni e mezzo per (rovinare, ma se anche così non fosse…) il Carmine, chiedendo alla Regione di dirottare su questo piano il suo finanziamento, tutto sarebbe a posto. Una cosa eccezionale. Il Comune invece non ha profferito verbo, ha solo dato man forte alla Fondazione nel destinare il Palazzo ex Enel al programma Milani. Giudicate voi…”.   

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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