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Diga del Brugneto: ecco i veri motivi per cui da Genova si chiudono i rubinetti a Piacenza

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Diga del Brugneto: la disputa attorno al bacino artificiale da oltre 25 milioni di metri cubi si fa sempre più complessa. Al centro del tavolo c’è il rinnovo della convenzione scaduta da tempo che regola i rilasci idrici sul versante emiliano, poiché le acque intercettate dall’invaso ligure defluiscono naturalmente verso la provincia di Piacenza.

Da una parte c’è l’Emilia-Romagna: i sindaci della Val Trebbia, la prima cittadina Pd di Piacenza, Katia Tarasconi, e il presidente della Regione, Michele de Pascale, chiedono a gran voce una revisione al rialzo degli storici 2,5 milioni di metri cubi annui. Una posizione bipartisan, avvalorata dall’appoggio del ministro piacentino di Fratelli d’Italia Tommaso Foti. La richiesta, anticipata da de Pascale sul quotidiano Libertà, propone una forchetta che va da 4 a 8 milioni di metri cubi, essenziali per sostenere il settore agricolo durante le sempre più torride stagioni estive.

Dall’altra ci sono il Comune di Genova e il Gruppo Iren (con Ireti gestisce la diga del Brugneto) che frenano su un ampliamento della nuova concessione idrica; con una posizione più disponibile ad accogliere le richieste emiliane invece da parte della Regione Liguria, che sarebbe d’accordo sui 4-8 milioni di metri cubi annui per la Val Trebbia.

Il paradosso demografico

Il principale scudo difensivo sollevato dalla sponda ligure è la necessità di garantire l’acqua ai rubinetti dei genovesi. Una motivazione che sulla carta appare inattaccabile: l’uso umano ha sempre la priorità sull’uso agricolo. Eppure, incrociando i dati sui consumi con quelli dell’Istat, emerge un evidente paradosso.

Negli anni in cui la diga fu progettata e costruita (tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60), Genova era una città industriale in espansione, che galoppava verso il picco storico di oltre 800.000 abitanti. Oggi, la fotografia demografica è radicalmente mutata. Gli ultimi dati certificano un inesorabile declino: la popolazione nel capoluogo ligure è scesa a circa 560.000 residenti.

A questo crollo demografico si associa una profonda deindustrializzazione, con la chiusura di numerosi impianti manifatturieri. Se i residenti calano drasticamente e l’industria pesante si contrae, il fabbisogno idrico complessivo della città non può che essersi ridotto, anche nella stagione estiva. Come si giustifica, allora, l’impossibilità di cedere qualche milione di metri cubi in più alla vicina Emilia? La risposta non si trova nei tubi dell’acquedotto, ma forse nei cavi dell’alta tensione.

Il tesoro blu

Per capire quella che potrebbe essere la motivazione della resistenza ligure, bisogna seguire il percorso che l’acqua compie prima di arrivare ai rubinetti genovesi. Perché quella del Brugneto non è solo un bene vitale. Oggi è anche una materia prima per la produzione di ricchezza energetica.

Infatti quest’acqua prima di essere potabilizzata nell’impianto di Prato, compie un percorso ingegneristico straordinario. Dopo un primo passaggio nell’impianto idroelettrico della diga, l’acqua del Brugneto scorre lungo un canale in galleria di 14 chilometri e si tuffa in una condotta forzata con un salto netto di oltre 520 metri. Questo dislivello alimenta le turbine della centrale idroelettrica di Canate sempre gestita dal Gruppo Iren.

La cruda realtà non lascia scampo: ogni metro cubo d’acqua che si rilascia nel Trebbia per irrigare i pomodori e il mais dei coltivatori piacentini è un metro cubo d’acqua che non passerà mai attraverso le turbine Pelton di Canate. L’impianto ha una potenza di circa 9 MW e garantisce una produzione media annua stimata tra i 33 e i 37 GWh di energia pulita. In un contesto macroeconomico in cui la transizione ecologica valorizza enormemente l’energia da fonti rinnovabili, la produzione idroelettrica rappresenta così una macchina da profitto ad alto margine economico-finanziario.

Il mercato dell’energia

La redditività di queste centrali infatti è strettamente legata ai volumi d’acqua turbinati. E soprattutto alle tempistiche con cui questi volumi vengono rilasciati. Il mercato dell’energia elettrica è un mercato variabile: l’elettricità non ha lo stesso prezzo a tutte le ore del giorno o in tutti i mesi dell’anno. La forza di un bacino idroelettrico a invaso sta proprio nella capacità di trattenere l’acqua quando l’energia costa poco e di “sganciarla” nelle turbine nei momenti di picco della domanda, quando il prezzo dell’energia sale alle stelle sulla Borsa elettrica.

Ecco quello che sembra essere il vero motivo del braccio di ferro. L’agricoltura piacentina ha bisogno di acqua (i 4-8 milioni di metri cubi richiesti da de Pascale) in un periodo molto specifico: l’estate. Rilasciare quei volumi idrici nel fiume Trebbia significa sottrarli alla centrale di Canate o quantomeno perdere il controllo sulle tempistiche ottimali di turbinazione per massimizzare i profitti stagionali. Così, si torna all’esempio di prima: ogni metro cubo d’acqua inviato nei campi piacentini è un metro cubo di energia elettrica e di fatturato sottratto ai bilanci del Gruppo Iren.

Davide contro Golia

A questo punto c’è da domandarsi: ma se Iren è un’azienda a maggioranza pubblica, com’è possibile che le istituzioni non trovino un punto di caduta equo? La risposta probabilmente risiede nella governance della multiutility, che rispecchia fedelmente i rapporti di forza tra i territori genovese e piacentino.

Iren è una società quotata in Borsa, ma è controllata da un patto parasociale tra i Comuni fondatori della multiutility. In questo assetto societario, il Comune di Genova, guidato dal sindaco di centrosinistra Silvia Salis, è il secondo azionista del gruppo con una quota di oltre il 18,8% del capitale. Questa posizione garantisce a Palazzo Tursi non solo una voce determinante nella nomina dei vertici aziendali, ma soprattutto una pioggia di milioni di euro ogni anno sotto forma di dividendi.

E Piacenza? Il capoluogo emiliano siede allo stesso tavolo, ma su uno sgabello molto più piccolo: detiene solo l’1,37% del pacchetto azionario. In Consiglio di amministrazione, la matematica non lascia scampo. Quando c’è da decidere se privilegiare l’ottimizzazione degli utili (che in questo caso sorridono soprattutto al bilancio di Genova) oppure rinunciarvi per salvare i raccolti della Val Trebbia, l’esito appare scontato: Genova difende la redditività di Iren, e Iren difende i dividendi di Genova.

La battaglia per l’acqua del Brugneto, dunque, sembra aver poco a che fare con la sete dei cittadini genovesi contro quella dei campi piacentini. Pare uno scontro commerciale in cui la demografia smentisce le scuse ufficiali, la produzione di energia detta i ritmi del business e le quote azionarie stabiliscono chi ha il diritto di chiudere o aprire i rubinetti. Almeno fino a quando la politica, nazionale e regionale, non interverrà per riequilibrare questa situazione.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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