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Covid-19: a Piacenza c’erano già 102 casi prima della zona rossa di Codogno

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Covid-19: a Piacenza c’erano già 102 casi prima del 21 febbraio. E cioè prima della scoperta del paziente 1 di Codogno e prima della zona rossa in 10 Comuni del Basso Lodigiano a due passi dalla città emiliana.
Una notizia sconcertante attribuita all’Ausl. E che potrebbe riscrivere tutta la storia epidemiologica (e delle responsabilità) di questi tragici mesi in balìa del Coronavirus. Un’epidemia che a Piacenza ha causato finora 879 morti ufficiali e che conta ancora 4.214 positivi.

La relazione dell’Ausl

Ma andiamo con ordine. E vediamo prima di tutto dov’è nascosta questa notizia. Si trova in due righe di uno studio attribuito appunto all’Azienda sanitaria (niente logo e niente firma, ma pubblicato come tale da piacenzasera.it) intitolato Epidemia di COVID-19 in provincia di Piacenza: relazione tecnica.
L’elaborato inizia con questa considerazione: “Il primo caso in provincia di Piacenza è stato individuato in data 22 febbraio ed è stato collegato con il focolaio lombardo. Il giorno 25 febbraio è stato diagnosticato per la prima volta un caso che sarebbe stato successivamente identificato come il primo secondario con trasmissione autoctona”.

Dopo aver elencato i criteri dello studio, basato sul numero di tamponi effettuati, si afferma che “per tutti i soggetti individuati come positivi è stata realizzata l’indagine epidemiologica. Nell’ambito di questa attività sono stati tracciati, dal 21 febbraio al 24 aprile, 13.972 tra contatti stretti asintomatici e casi sospetti da sottoporre ad isolamento domiciliare preventivo”.

La relazione sul territorio di Piacenza prosegue spiegando che “le indagini epidemiologiche hanno consentito anche di ricostruire, per 3526 su 3989 (88%) dei casi accertati fino al 27 aprile (data di invio del tampone in laboratorio; analisi svolta sui dati disponibili al 28 aprile), la data di effettivo esordio della sintomatologia. Per i restanti 463 casi non è stato possibile ricostruire l’effettivo esordio dei sintomi perché il soggetto è rimasto asintomatico o con sintomatologia sfumata, oppure per difficoltà nel reperimento delle informazioni necessarie”.

I 102 casi di Piacenza

Fin qui dunque niente di strano. Poi si arriva a un grafico che riporta “la curva epidemica della provincia di Piacenza costruita per data inizio sintomi. Quando la data di inizio dei sintomi non è disponibile si è utilizzata la data di effettuazione del tampone diagnostico”. 

Ed ecco la clamorosa rivelazione: “In 102 casi, l’indagine epidemiologica ha rilevato che i sintomi della malattia erano iniziati in date comprese tra il 10 e il 21 febbraio, data in cui è stato confermato il primo caso in Italia”.
Abbiamo capito bene? Sì, secondo l’Ausl sarebbe proprio così: a Piacenza e provincia tra il 10 e il 21 febbraio c’erano già 102 ammalati con sintomi di Covid-19. Dunque ben prima della scoperta del paziente 1 di Codogno; del focolaio e della zona rossa nel Basso Lodigiano; dell’inizio di una strage da 879 morti ufficiali.

Lo stato di emergenza

Si tratta di un’affermazione che non solo apre scenari sconcertanti sulla diffusione del Coronavirus. Ma anche su quanto è avvenuto nella città emiliana e nel suo territorio a livello sanitario in quel mese di febbraio. Lo stato di emergenza era stato dichiarato dal Governo il 31 gennaio. Con il ministero della Salute e la Protezione civile che avevano lanciato l’allerta sul rischio epidemia a tutte le competenti autorità sanitarie italiane.

Possibile che nonostante lo stato di emergenza a Piacenza tra il 10 e il 21 febbraio nessuno si sia accorto di nulla? Stiamo parlando di 102 casi in 11 giorni. Non di una decina che comunque sarebbero già troppi come abbiamo imparato dal diffondersi dell’epidemia. Nessun focolaio? Erano tutti ammalati con “sintomatologia sfumata”? Tutti i 102 casi? Nessuno di loro in quel periodo si è rivolto a un pronto soccorso con febbre e difficoltà respiratorie? Nessuno è stato ricoverato in ospedale per una polmonite?

Senza risposte

La ricerca attribuita all’Ausl, che è votata a dimostrare come la situazione piacentina stia migliorando grazie al gran lavoro sui tamponi, non risponde a queste domande. E guarda caso gli altri grafici a corredo della relazione, che potrebbero fornirle, partono tutti da date successive al periodo 10-21 febbraio. Dal 28 febbraio iniziano i grafici su “Pazienti con malattia in corso”, “Pazienti ricoverati Covid”, “Pazienti ricoverati Covid in terapia intensiva”; dal 29 febbraio quelli su “Ricoveri in corso per polmonite” e “Nuovi ricoveri”; e dal 1° marzo quello su “Accessi al pronto soccorso per polmonite-Covid”.

Quindi buio assoluto addirittura fino al 27 febbraio e non solo nel periodo 10-21 febbraio; questo nonostante i 102 casi siano comunque emersi dalle indagini epidemiologiche sui positivi. E allora, siccome appare sempre più chiaro che qualcosa non ha funzionato e potrebbe non funzionare in futuro, rifacciamo la domanda: come mai in quegli 11 giorni, nonostante lo stato di emergenza, nessuno ha scoperto a Piacenza anche uno solo dei 102 casi di Covid-19? E fermiamoci qui. Perché chiedersi se c’è stato qualcuno che l’ha scoperto e non l’ha denunciato per chissà quale motivo, sarebbe davvero troppo.

 

 

 

 

 

 

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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