A Nicola Arcelli la riforma del Governo che in prospettiva vuol trasformare i medici di famiglia in dipendenti pubblici non piace dalla prima all’ultima riga. “Cancellerà il rapporto tra i medici e i pazienti, che saranno lasciati soli a risolvere i loro problemi di salute”, afferma il presidente di Snami Piacenza, il Sindacato nazionale autonomo dei medici italiani.
Perché vede così nero dottor Arcelli?
“Partiamo dai dati di fatto, che sembra siano stati proprio dimenticati dagli estensori di questa riforma, operativa dal 1° gennaio 2025. Prevede che il medico di famiglia dovrà destinare una parte delle ore della sua giornata lavorando anche per l’Ausl e non più solamente per i suoi pazienti. Oggi tra l’altro non si sa neppure per svolgere quali mansioni nel servizio sanitario pubblico. Ma il problema iniziale è un altro. E cioè che il medico di famiglia non ha comunque la disponibilità di queste ore nella sua agenda quotidiana”.
Ci può fare un esempio concreto?
“Un medico di famiglia massimalista, con 1.800 pazienti, per contratto è impegnato 20 ore a settimana. Ma si tratta di un enorme equivoco, perché questo dato è riferito solo alle visite in ambulatorio, mentre il medico di famiglia non lavora solo 4 ore al giorno nel suo studio. In media è impegnato almeno 10 ore al giorno al servizio dei suoi pazienti”.
Addirittura, non le sembrano un po’ troppe?
“Guardi, basta fare due conti. Prima di tutto le visite ambulatoriali sforano sempre le 4 ore previste dal contratto. In più il medico di famiglia ha anche un’altra serie di impegni a cui non può derogare, come le visite a casa degli ammalati che non possono venire in ambulatorio. Poi c’è la presa in carico dell’assistenza domiciliare integrata per i pazienti gravi che vanno visitati sempre a casa periodicamente, anche una volta alla settimana. Si aggiungono le attività relative ai Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali, con la presa in carico di malati cronici, come per esempio quelli affetti dal diabete, con visite ed esami periodici da prescrivere e poi naturalmente da valutare. Tutte attività a cui se ne sommano altre, come gli impegni per le campagne vaccinali per influenza, covid, pneumococco ed herpes zoster”.
Una lunga lista…
“E non è finita qui. Ci sono anche le incombenze burocratiche. Il medico curante ha in carico infatti una trentina di certificazioni che può sottoscrivere per i suoi pazienti solo dopo una visita ad hoc. Senza contare tutte le telefonate, i messaggi e le mail che il medico di famiglia riceve quotidianamente con richieste di ogni tipo, che occupano tempo e non sono meno impegnative del lavoro in ambulatorio. Se infatti il medico di famiglia per contratto non ha l’obbligo della reperibilità, quando riceve una chiamata non esita mai a rispondere e spesso si prende comunque responsabilità importanti per la cura dei suoi pazienti”.
Senta, mettiamo che qualche ora di disponibilità nell’agenda settimanale del medico di famiglia ci sia: come verrà impiegata nel servizio sanitario pubblico?
“Parlare di qualche ora mi pare ottimistico. Prendiamo ad esempio i colleghi che hanno tra i 1.000 e i 1.200 pazienti. Per loro la riforma governativa prevede una disponibilità di 12 ore a settimana a favore dell’Ausl. Il problema è che non si sa a che scopo. Il medico di famiglia potrebbe essere impiegato nei Cau, nel servizio di continuità assistenziale o guardia medica che dir si voglia, oppure per svolgere altre attività, come quelle vaccinali sui luoghi di lavoro per il servizio sanitario, perdendo di vista i suoi pazienti. E la situazione potrà solo peggiorare”.
Perché dottor Arcelli?
“La norma non è ancora passata, ma qualcuno l’ha proposta: addirittura si prevede che i nuovi medici di famiglia siano assunti dal Servizio sanitario nazionale, diventando dipendenti pubblici. E allora per i pazienti resteranno davvero solo le strette ore di ambulatorio, e magari nemmeno per le visite domiciliari, senza un minuto in più per rispondere al telefono men che meno fuori orario, perché il medico di famiglia oltre ai suoi pazienti dovrà dedicarsi ad altro, seguendo i dettami dell’Ausl. Una situazione che porterà al peggioramento del rapporto tra medico e paziente fino a far scomparire la medicina generale”.
A vantaggio di chi?
“È chiaro che in un quadro del genere l’ammalato per curarsi sarà spinto a rivolgersi sempre di più fuori dal contesto del Servizio sanitario nazionale, a tutto vantaggio della sanità privata”.
Ci sono alternative a questa riforma?
“Credo proprio di sì. Basterebbe implementare quello che c’è e dà ottimi risultati. Penso alle medicine di gruppo che oggi funzionano molto bene e offrono servizi sanitari al cittadino di alto livello sul territorio. A queste unità servirebbero nuove risorse per aumentare il personale di segreteria e infermieristico da affiancare ai medici di famiglia. Ma l’impressione è che chi ha disegnato questa riforma non abbia contezza della realtà e voglia stabilire le nuove regole di un gioco che non conosce. Con il rischio di provocare un danno incalcolabile”.
Quale, dottor Arcelli?
“La perdita della posta in gioco: un patrimonio che si chiama salute dei cittadini”.
Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.
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