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Non solo Cavanna, a Piacenza c’è di più

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Dall'alto, nei riquadri a destra: i medici Michele Argenti, Giuliana Rapacioli e Augusto Pagani

A Piacenza esplode il caso Cavanna. Tutto nasce dall’ennesima intervista del noto primario di oncoematologia dell’Ospedale della città emiliana. Stavolta è il Corriere della Sera che ne glorifica l’operato. E fa apparire sostanzialmente il dottor Cavanna come l’unico protagonista dell’assistenza domiciliare nella lotta contro il Covid degli ultimi mesi.

Insomma, dopo i servizi in tv e quello su Time, diciamo che la pagina sul quotidiano milanese è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Con tanti medici piacentini che adesso dicono basta al protagonismo del primario che alle porte della pensione per molti è solo a caccia di nuovi e prestigiosi incarichi.

Così intanto chiedono di dare a Cesare quel che è di Cesare. E cioè che i meriti dei successi ottenuti con l’assistenza domiciliare vengano riconosciuti a tutti coloro che si sono spesi nel lavoro di cura dei pazienti casa per casa. Un lavoro estenuante e rischioso, fatto in silenzio e senza rincorrere i titoli dei giornali. Un lavoro che tanti medici hanno iniziato sul territorio ben prima del dottor Luigi Cavanna. E che li ha visti andare per giorni al domicilio dei loro pazienti senza essere “vestiti da astronauta”. Quindi ben prima dell’arrivo delle Usca (le Unità speciali di continuità assistenziale) e solo con una misera mascherina e un paio di guanti usa e getta.

Una donna in prima linea

«Io sono una di loro», racconta la dottoressa Giuliana Rapacioli, direttrice sanitaria del Poliambulatorio Health. «In quei primi giorni di marzo, quando ci è arrivato addosso lo tsunami, molti medici, me compresa, andavano a domicilio dai loro pazienti con protezioni di fortuna. Ma nessuno di noi si è fatto bello per questo, cercando pubblicità sui giornali. Abbiamo fatto i medici, rispondendo semplicemente ai bisogni dei nostri pazienti».

Poi sono arrivate le Usca. «Pochi giorni dopo – prosegue la dottoressa – l’Ausl ha pensato a queste unità territoriali, grazie all’intuizione in primis del dottor Pagani, della dottoressa Andena e del dottor Cosentino. Mi telefona Andena e mi chiede: “so che vai già sul territorio, sali a bordo con noi?”. Come medico non potevo dire di no alla mia città. E così ho formato il primo equipaggio con l’infermiere Mirko Zardi. E via via sono arrivate le altre squadre, composte da colleghi giovanissimi, più anziani e anche da medici ospedalieri come il dottor Giangregorio o il dottor Moretto».

Da allora, sottolinea Rapacioli, «abbiamo visto 2.600 pazienti, con venti medici che hanno dedicato due mesi della loro vita alle Usca». La dimostrazione di come a Piacenza non ci sia stato un uomo solo al comando, ma abbia giocato una squadra «che ha compreso anche i medici di medicina generale, sempre al nostro fianco», conclude la direttrice di Health.

Senza clamore

Sulla stessa linea d’onda della dottoressa Rapacioli c’è un altro medico piacentino, il dottor Michele Argenti, segretario provinciale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di famiglia. «Se siamo riusciti ad arrivare a zero decessi è perché tutti hanno collaborato, dai medici ospedalieri a quelli di medicina generale. In questi mesi ci saranno anche state delle mele marce che si sono tirate indietro; ma come tantissimi miei colleghi nel pieno dell’epidemia io non mi sono mai rifiutato di andare a casa di un mio paziente che chiedeva di essere visitato. Anche senza avere tutti i dispositivi di protezione e rischiando di prendermi l’infezione. Cosa vuole che le dica, sono stato solo fortunato, mi è andata bene».

In più, evidenzia Argenti, «all’inizio abbiamo affrontato questa battaglia con le armi spuntate perché non avevamo a disposizione i farmaci che possiamo prescrivere oggi».  E quindi a maggior ragione «non mi sembra giusto che adesso qualcuno si prenda tutti i meriti, facendo il fenomeno e calpestando il lavoro degli altri. Anche Cavanna ha fatto di sicuro la sua parte, ma l’hanno fatta senza tanto clamore molti altri medici che si sono trovati in prima linea contro il Covid e magari prima di lui».

Il metodo Cavanna

Anche il presidente dell’Ordine dei medici Augusto Pagani stigmatizza il protagonismo del primario espresso senza remore nell’intervista al Corriere, firmata dal famoso giornalista piacentino Giangiacomo Schiavi. «Mi dispiace che Luigi Cavanna non si renda conto che le sue affermazioni sono ingiuste e offensive nei confronti di tanti bravi colleghi che prestano assistenza sul territorio, nei loro studi, al domicilio dei pazienti, nelle sedi di continuità assistenziale e nelle Usca. Colleghi che fanno fino in fondo il loro dovere. E spesso molto di più di quello, come ho già affermato nella lettera aperta che recentemente ho indirizzato loro per ringraziarli del lavoro fatto in questi mesi».

Ma il dottor Pagani non si ferma qui. Ed entra nel merito dell’ultimo articolo dedicato all’illustre collega contestandolo in diversi punti. «È scorretto e ingiusto affermare che “la politica negli ultimi anni ha ridimensionato la medicina del territorio riducendola a burocratica routine”. Fa pensare che i medici impegnati in questo settore siano diventati solo dei passacarte che fanno ricette e certificati e non è affatto vero».

La scoperta dell’acqua calda

Altra affermazione che il presidente dell’Ordine piacentino non ha digerito è quella sulle cure dei pazienti a casa. «E cioè, quando Cavanna dice: “Le cure a domicilio con monitoraggio costante si possono allargare anche ad altre malattie”. Naturalmente sono d’accordo. Ma forse il dottor Cavanna non sa che questa strada si è già intrapresa da almeno quattro anni. Per esempio tra diabetologi e medici di famiglia per la gestione integrata dei pazienti diabetici. Un progetto iniziato a Piacenza con la dottoressa Zavaroni e proseguito con il dottor Bianco. Senza dimenticare quello altrettanto importante ed apprezzato della rete di cure palliative domiciliari. Una rete realizzata con i medici di famiglia dalla dottoressa Bertè e dai suoi validissimi collaboratori, medici, psicologi e infermieri».

E c’è di più, come sottolinea Pagani: «Analoghi progetti infatti sono iniziati o inizieranno a breve per le patologie croniche in ambito psichiatrico, cardiologico, pneumologico e nefrologico». Sono progetti per cui non serve la bacchetta magica di qualche medico speciale. «Crescono con il confronto, il dialogo e la collaborazione tra colleghi che hanno competenze diverse, ma un unico comune obiettivo: porsi al servizio del paziente su un piano paritario con reciproco rispetto. E con la consapevolezza che le diverse esperienze professionali portano a un reciproco arricchimento».

L’umanità di tutti

Da ultimo il presidente dell’Ordine piacentino conclude soffermandosi sulla frase finale dell’intervista del primario, «quella dove fa riferimento alla solitudine degli anziani e all’umanità che è necessaria per approcciare i pazienti più fragili; come se solo lui avesse compreso questa verità, che invece è ben nota a tutti noi e con cui moltissimi colleghi si confrontano ogni giorno con grande sensibilità». Insomma, dottor Cavanna o no, sul territorio di Piacenza c’è già chi sa quello che fa ed è pronto a fare ancora di più per il bene dei suoi pazienti.

 

 

 

 

 

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

10 Commenti

  1. C’è da chiedersi se senza l’intervento e l’organizzazione di Cavanna, che ha codificato e sistematizzato l’intervento precoce sul territorio (impiegando al meglio le conoscenze scientifiche acquisite nelle varie fasi della pandemia), il territorio piacentino non avrebbe sofferto ancor più casi gravi e vittime. Secondo me assolutamente sì, nonostante i proclama un po’ invidiosi di questi suoi colleghi che sostengono di avere avuto l’idea prima. Il prof. Cavanna ha salvato molte vite, e volendo le si può anche contare. Coloro che in modo poco corretto sputano veleno in questo articolo, quante ne hanno salvate? E come? Quante ore sul campo? Come dicono a Roma, le chiacchiere stanno a zero. Infatti penso proprio Cavanna non risponderà a queste critiche, limitandosi come ha sempre fatto a lavorare, e bene, senza chiacchiere.

    P.S. Forse questo messaggio non passerà la censura. In ogni caso l’ho salvato e se non compare qui lo invierò ad altre testate.

    • Gentile Lettore, su chi per primo fa “i proclama” ci sarebbe da discutere… Ma non è questo il punto. Sappia che a Il Mio Giornale rispettiamo l’opinione di tutti, se viene espressa in modo corretto e nei limiti della buona educazione. Quindi per favore non usi la parola censura: se si rispettano questi due semplici parametri, pensi che pubblichiamo anche commenti come il suo che hanno “il pregio” di non essere firmati con nome e cognome.

      • La ringrazio molto e le riconosco grande correttezza professionale nel pubblicare commenti come il mio, protetto dall’anonimato per ragioni personali e professionali. Non so se l’ha già fatto, ma sarebbe ancora più corretto se interpellasse Cavanna per chiedere una replica. Grazie.

  2. Gentile direttore,
    il grassetto “la scoperta dell’acqua calda” all’interno del suo pezzo, l’impostazione delle prime 4 righe che introducono il pezzo stesso, e il fatto che testate come Time e il Corriere della Sera scrivano cose con un tono un poco diverso per forma e sostanza da quelle descritte su il mio giornale in questo articolo, dovrebbero fare riflettere il lettore. Riflettere a lungo.

    Roberto Zanetti

  3. Buonasera, ringrazio la dottoressa Rapacioli e tutti i medici come lei che hanno svolto il loro lavoro ininterrottamente per tutto il periodo del’emergenza, senza accendere le luci della ribalta su di loro, e soprattutto senza darsi meriti non loro. Ringrazio anche gli infermieri.

  4. Quello che mi colpisce è che nessuno pensa alla lezione da trarre dall’esperienza vissuta, ma ci si perde in sterili polemiche. Polemiche inutili: Cavanna o lo si odia o lo si ama, ma rendetevi conto che il suo modo di essere è legato alla sua forza di non arrendersi mai e continuare a mettersi in gioco per sfondare anche platealmente gli schemi. Se qualcosa serve, lo dice su tutti i canali possibili perché sia utile x tutti. E non importa chi sia partito prima, la dott.ssa Rapacioli e i colleghi o il Prof. Luigi Cavanna: non mi interessa. Mi interessa (e questa è la lezione da imparare) che l’intervento sul territorio ha fatto la differenza, ha salvato vite, ha permesso alle persone di curarsi a casa propria senza sentirsi abbandonate e senza intasare gli ospedali. Siamo pronti in questo senso per la prossima epidemia? Vogliamo strutturare gli interventi in modo concreto? Vogliamo collaborare tra ospedale e territorio o ci perdiamo in polemiche che non servono?

  5. Non penso siano polemiche , ma solo essere corretti nelle cose che si fanno, e in questo caso è giusto dare valore a chi ha contribuito con idee e lavoro

  6. Sono anch’io schierato al riconoscimento del valore e dell’impegno di tanti Colleghi che in silenzio hanno e lavorano ancora oggi, lo fanno verso il tema dell’assistenza ed aiuto ai tanti cittadini bisognosi e necessitanti di accoglienza e cura; il sottoscritto pure lo ha fatto e continua a farlo, pur avendo attraversato la fase della quarantena.
    Non aggiungo altro se non questo pensiero di solidale presenza e colleganza verso l’impegno ora e sempre, i protagonismi servono davvero molto poco ed è anche per questo che dico bravo e complimenti, ancor di più, al Presidente Augusto Pagani ed a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di esserci e dire il proprio parere in merito!

  7. Egregio Direttore,
    desidero informarla circa la mia personale esperienza:
    mia madre è deceduta per Covid lo scorso 30 marzo, ed unitamente ai miei familiari esprimo un senso di infinita gratitudine al prof. Cavanna, il quale, oltre ai medici del reparto di geriatria del nostro Ospedale, è stato l’unico che si è preso cura di lei, in quanto il nostro Medico di Medicina Generale non é mai venuto a visitarla a casa, nonostante la sintomatologia del mio genitore 90 enne facesse sospettare seriamente un’infezione da Covid e non si è mai informato circa le sue condizioni di salute. Ero sempre io che gli telefonavo e talvolta mi rispondeva anche in malo modo. A mezzo del telefono (quando rispondeva, solitamente mai prima delle 10 del mattino), mi diceva quali farmaci somministrarle senza vederla e solo sulla base della mia preoccupata descrizione dell’evoluzione della malattia.
    Quando abbiamo ricoverato mia madre siamo riusciti a contattare il prof. Luigi Cavanna che aveva da poco istituito il servizio di visite domiciliari e lo stesso, con estrema premura, si è recato personalmente nel reparto ove lei era ricoverata per valutare le sue condizioni di salute. Ormai era tardi… il Coronavirus era in una fase troppo avanzata e anche i farmaci mirati non erano più in grado di salvarla.
    Desidero pertanto ringraziare pubblicamente e dal profondo del cuore il prof. Luigi Cavanna per l’umanità e la professionalità con cui si è preso cura della mia mamma.

  8. Egregio Direttore, volevo esporre una testimonianza. Un mio grande amico è morto di covid 19 il 22 marzo, abbandonato a casa e “assistito” telefonicamente dal suo medico di base, che gli prescriveva di continuare a prendere della tachipirina, nonostante, oltre alla febbre alta manifestava i sintomi della mancanza di sapori. Nessuno di quei signori che ADESSO dicono che loro sono sempre andati dappertutto a curare i malati a domicilio, si è schiodato dalla poltrona. Naturalmente, quando è stato ricoverato, dietro pressioni mie e di amici (non sto a specificare quali, tanto oggi non serve parlare di questo) gli sono stati riscontrati i polmoni compromessi al 90%. Due giorni dopo è morto. Il mi amico è stato sfortunato, perché se si fosse ammalato soltanto una settimana dopo, quando il servizio “inventato” da Cavanna cominciava a funzionare, forse il mio amico sarebbe ancora vivo. Perché al di là dei se e dei ma, lui è uscito dalla trincea e ha affrontato il nemico casa per casa. Portando un saturimetro, un ecografo ed eventuali medicinali, ma soprattutto cercando di portare umanità nei confronti di quei malati impauriti. Certo tanti altri medici, per fortuna, hanno seguito poi il suo esempio, e a loro va un immenso ringraziamento, ma il dottor Cavanna è stato il primo. E scusate se per questa piccola città provinciale, conta poco. D’altronde si sa, la gratitudine non è di questo mondo, e tanto meno appartiene a Piacenza e ai piacentini, che in passato si sono meritati l’appellativo di “piasintéin ladra e assasséin” avendo ucciso il loro re (il duca Pierluigi Farnese) e il loro vescovo San Bonizzone.

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