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Stefano Bertuzzi, lo scienziato-manager che da Piacenza ha conquistato gli Stati Uniti

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Stefano Bertuzzi ha una storia unica, di quelle che meritano di essere raccontate. Piacentino, 56 anni, oggi è uno dei top manager più importanti del mondo scientifico americano. Ricercatore di fama internazionale, Bertuzzi è il Ceo dell’American Society for Microbiology (Asm), che dirige a Washington D.C. Un ruolo così significativo che nell’aprile scorso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di conferirgli il titolo di Cavaliere della stella d’Italia: una prestigiosa onorificenza dedicata agli italiani che all’estero si sono particolarmente distinti dando grande lustro al nostro Paese. 

Insomma, Stefano Bertuzzi, che di recente ha lavorato anche sulle politiche sanitarie per il controllo del Covid al fianco di Anthony Fauci, è quello che si può definire un pezzo grosso. E da scienziato o da top manager che sia, potrebbe darsi un sacco di arie. Invece quando lo incontri – a noi è successo durante una sua recente visita a Piacenza a cui è legatissimo – si rivela una persona semplice e diretta, raffinata e ricca di umanità. 

Professor Bertuzzi, partiamo dall’inizio: dopo un diploma al Liceo Gioia e una laurea in Agraria alla Cattolica, come si fa a partire da Piacenza per andare alla conquista del mondo scientifico americano?
“Non è facile da spiegare; come si suol dire, si vive guardando avanti, ma si capisce guardando indietro. E se mi volgo alle spalle devo dire che la passione per la biologia è stata determinante per la mia carriera. Grazie al consiglio della mia grande insegnante di scienze del liceo, la professoressa Giuseppina Silva, che mi suggerisce di sostanziare l’interesse per questa materia in modo applicativo, scelgo la facoltà di Agraria. Mi laureo con una tesi a cavallo tra l’entomologia e proprio la microbiologia, e proseguo con un dottorato sempre in microbiologia alla Cattolica, con il professor Vittorio Bottazzi. Così vado negli Stati Uniti per fare la mia tesi di dottorato. Dovevo rimanere sei mesi e dopo trent’anni sono ancora là”. 

Come se lo spiega?
“Beh, mi sono sentito un po’ come un bambino in un negozio di cioccolato. Appena arrivato ho visto un modo di fare ricerca e delle risorse inimmaginabili… Non potevo che rimanere pur tra mille difficoltà”. 

Di quali difficoltà sta parlando?
“Tenga presente che era la prima volta che andavo negli Stati Uniti, quindi partivo letteralmente da zero. Trent’anni fa, perché tanti ne sono passati, non c’erano tutti i contatti possibili oggi con internet, smartphone e così via. Poi la mia borsa di studio era da 13 milioni di vecchie lire all’anno, circa 6.700 euro di oggi. Chi aveva un lavoro fisso era mia moglie Elena, che avevo sposato 15 giorni prima di partire dall’Italia. Dopo tre mesi la convinco: si licenzia dall’ufficio del commercialista di Piacenza dove lavorava e anche lei si trasferisce a Washington. All’inizio avevamo a disposizione solo i soldi della borsa di studio. Vivevamo nel seminterrato di una casetta non lontana dal mio laboratorio e sa qual era la scelta quotidiana che avevamo in quel periodo?” 

Ci dica…
“Mangiare o pagare l’affitto”. 

Vi siete presi dei bei rischi.
“Certo, ma seguivamo le nostre passioni e avevamo l’età giusta. Pensavo che a 26 anni, se avessimo sbagliato, avremmo avuto il tempo di riparare. Quando parlo ai ragazzi che incontro all’università lo dico sempre: chiedetevi che cosa vi piace fare, per che cosa vale la pena spendersi e provate a farlo; un lavoro normale poi si fa sempre in tempo a trovarlo. Quel che conta è avere via via consapevolezza di quello che con la passione si può costruire; perché la passione è uno strumento e non un obiettivo. Poi per carità si può sbagliare, con umiltà va riconosciuto e nel caso si ricomincia. L’importante è imparare dai nostri errori. Se uno non sbaglia mai, vuol dire che non ha osato abbastanza! Noi abbiamo provato, abbiamo fatto certamente in nostri errori, ma ci è andata bene, dai!”. 

E dopo questo periodo da bohémien?
“Dopo il nostro ‘Rodolfo bruciam la sedia’, ho fatto un altro dottorato con il professor Dulbecco come mentore, a San Diego in California. Sono rientrato per un breve periodo in Italia con la Fondazione Telethon, dove mi sono trovato benissimo. Ma poi sono subito ripartito dopo qualche anno per Washington perché mia moglie aveva trovato lavoro là. Allora io ho iniziato a lavorare per il National Institutes of Health di Bethesda”. 

Di che cosa si tratta?
“In sostanza, l’Nih è un’agenzia federale equiparabile a un ministero della ricerca biomedica. In quel periodo, erano i tempi dell’amministrazione del presidente George W. Bush, facevo sia il ricercatore sia l’amministratore, come consigliere scientifico del direttore dell’Nih, il dottor Elias Zerhouni, che gestiva un budget di 40 miliardi di dollari. Avevamo una storia simile. Zerhouni, dopo la laurea ad Algeri, era partito per gli Stati Uniti con niente in tasca. E spesso, pensando a noi due, mi dicevo che grande Paese erano gli Stati Uniti…”. 

Perché?
“Le rispondo con una domanda: quale altro Paese avrebbe lasciato in mano a due immigrati, uno algerino e uno italiano, un budget e una responsabilità del genere? Avevamo il compito di decidere le politiche della ricerca di tutti gli Stati Uniti, non so se mi spiego. È stato uno dei periodi fondamentali della mia carriera, in cui ho capito che vale veramente la pena spendersi. Una volta finita l’amministrazione Bush, come vuole la prassi dello spoil system, Zerhouni ha lasciato. Invece io sono rimasto ancora un anno con il presidente Obama“. 

E terminata quest’esperienza? 
“Sono entrato nel mondo delle fondazioni per la ricerca non profit, prima nella società di biologia cellulare; poi, dopo tre anni, sono entrato nell’Asm, tornando ad occuparmi soprattutto di microbiologia, un po’ un ritorno alle mie origini, bellissimo”. 

Una scelta azzeccata, professor Bertuzzi?
“Direi di sì: primo perché la microbiologia mi ha riportato un po’ agli inizi della mia carriera, tenuto conto che negli anni questo settore, dalle potenzialità enormi, si è completamente trasformato. La microbiologia è diventata un settore nevralgico della ricerca, ha vissuto una sorta di Rinascimento, grazie a tecnologie rivoluzionarie; e poi, come ci ha dimostrato anche con la pandemia, non è che sia una cosa proprio irrilevante!  Inoltre, l’Asm, fondata oltre 110 anni fa, ha una storia di eccellenza, conta più di 40mila membri ed è una società scientifica tra le meglio capitalizzate nel mondo, che gode di grandi finanziamenti, sia privati che pubblici. Pensi che pubblichiamo circa il 20% degli studi internazionali e, ancor più importante, sia nella ricerca di base sia clinica, siamo citati nel 40% dei casi da altri studi. E queste citazioni fanno capire quale sia la qualità della nostra ricerca, che sta dando grandi risultati. Asm è probabilmente il più grande editore di microbiologia al mondo”.

In che campi?
“Tanti, visto che andiamo dagli aspetti legati alla salute degli esseri umani a quelli energetici e ambientali, come nel caso degli ecosistemi oceanici; in campo medico, le cito un programma a finanziamento pubblico: quello di microbiologia nei Paesi in via di sviluppo, in particolare nell’Africa subsahariana, per progredire nella diagnostica delle malattie infettive. Senza dimenticare che con Asm noi certifichiamo dal punto di vista clinico tutti i laboratori di microbiologia clinica degli Stati Uniti e svolgiamo un’importante attività di lobbying al Congresso americano per tutelare gli interessi della microbiologia sul piano legislativo”. 

Si può dire che dopo anni di ricerca, svestito il camice bianco da laboratorio, lei oggi ha indossato i panni del top manager a tutti tondo…
“È proprio così; e grazie a questa esperienza sul campo c’è il vantaggio di capire subito come stanno le cose quando arriva qualcuno a proporti delle nuove attività di ricerca, anche se va detto che sul piano dell’innovazione purtroppo negli Stati Uniti non è un momento facile”. 

Dalle sue parole traspare una certa preoccupazione, come mai?
“Gli Stati Uniti, grazie al loro spirito pionieristico sono sempre stati il Paese dell’innovazione. Per questo sono un Paese che ha sposato la ricerca come nessun altro al mondo e che ha sempre abbracciato chi pensa diversamente ed è foriero di nuove idee, sostenendo chi propone qualcosa di innovativo dicendo: ‘perché no, provaci!’. Negli ultimi tempi però ho l’impressione che questa mentalità si stia un po’ perdendo nei confronti dell’immigrazione, della diversità e soprattutto della scienza. Quello che succede in Italia con i no vax negli Stati Uniti in questo periodo è diventato esponenziale”. 

Da dove nasce questa inversione di tendenza?
“Credo sia partita dall’avvento della globalizzazione, che poi è diventata un fenomeno soprattutto finanziario come ha dimostrato la crisi del 2008. E negli Stati Uniti come in Europa lo spostamento di tante produzioni in Estremo Oriente ha devastato intere categorie di lavoratori, come i cosiddetti blue collar. Si sono sentiti abbandonati e poi sono diventati i principali sostenitori di Trump. Dico questo senza alcun giudizio politico, solo guardando a un dato di fatto. Queste persone non sono come qualcuno dice degli ignoranti, sono persone che hanno sofferto e reagito contro chi li ha ignorati. E noi come scienziati anche in questo caso abbiamo delle grandi responsabilità”. 

In che senso?
“Noi abbiamo il compito di rispondere ai bisogni della gente, facciamo ricerca per quello. Dunque abbiamo anche il compito di abbattere questa nuova diffidenza che si è aggravata con la pandemia. Abbiamo dati recentissimi che indicano un calo del 10% della fiducia negli scienziati da parte della popolazione americana”.

Effettivamente non è un bel segnale…
“È un dato che mi tiene sveglio la notte e mi fa pensare a quello che disse il presidente Abraham Lincoln: ‘Il supporto dell’opinione pubblica è tutto. Con il suo supporto, niente può fallire; senza, nulla può avere successo’. Negli Stati Uniti, almeno è proprio così. Non scordiamoci che è solo relativamente da poco che la società americana ha deciso di investire ingenti risorse in ricerca, essenzialmente dalla Seconda guerra mondiale. È un imperativo che la scienza si connetta in modo costruttivo e positivo con la società, non da élite, non ex cathedra. Deve farlo in modo autorevole, ma rispettoso e dialogante. Senza il supporto dell’opinione pubblica, nulla può avere successo. Pensiamoci”. 

Come vede il nostro futuro da questo punto di vista, cosa dobbiamo aspettarci?
“Abbiamo visto i disastri causati da un nuovo virus che si trasmette facilmente passando per vie respiratorie. Può essere il primo di tanti altri, soprattutto a causa dell’urbanizzazione di tante zone selvagge, un fenomeno che facilita lo spillover tra mondo animale ed esseri umani. Senza dimenticare la facilità di trasmissione sul piano territoriale causata dalla agevolezza di trasporto da una parte all’altra del pianeta. Il problema con virus del genere non è vaccinare le stesse persone 15 volte, ma vaccinare tutti, il mondo intero”. 

E a chi pensa che tutto sia orchestrato dal business, invece cosa risponde professor Bertuzzi?
“Non temo di dire che ho una visione capitalista: auguro a tutte le case farmaceutiche di guadagnare bene e sempre di più. Talmente bene da stimolare nuovi imprenditori ad investire ancora di più in ricerca e innovazione. Però serve un capitalismo responsabile, regolato, che attraverso delle politiche globali, soprattutto in campo sanitario, metta i successi della ricerca anche a disposizione dei Paesi più poveri a costi accessibili”.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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