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Primo maggio: celebriamo pure il lavoro, ma da domani affrontiamo la realtà

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Primo maggio: parlare di lavoro oggi è una banalità? Un accodarsi alle liturgie più o meno post marxiste che restano come polvere da spazzare sulle strade di un futuro fatto di precariato? La domanda, anzi le domande, partono sempre dall’articolo 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Ma di domande ce ne sono anche altre: che cos’è diventato il lavoro in Italia? Che dignità ha questa parola?

Primo maggio & indignazione

Oggi, primo maggio 2018, tutti ne parlano. Tutti lanciano strali, ricordando i tanti e sempre troppi morti sul lavoro, senza chiedersi se si fa davvero abbastanza per evitarli e per aiutare le famiglie delle vittime. Tutti ricordano, strumentale che sia, la colf in nero del politico del momento, per parlare scandalizzati di sommerso. E in tanti condannano sdegnati il lavoro offerto dai nuovi re del mondo globalizzato, che sfruttano le persone come facevano i vecchi padroni delle ferriere.

Fatevi un giro in rete e sui social. Tutti coinvolti, tutto da “Concertone”, altra stentorea e un po’ ammuffita liturgia del primo maggio. Si dirà, almeno per un giorno la bilancia pende dalla parte dei più deboli. Di chi prende 5 euro l’ora per consegnare pasti in bici o per spedire pacchi e magari ha in tasca una laurea. Per non parlare di chi, italiano o straniero che sia, in questo periodo trapianta pomodori nei campi di tutt’Italia. O di chi (un esempio intellettuale ci vuole) sogna il giornalismo e scrive per per un pugno di euro senza futuro.

L’altra faccia della medaglia

Tutto vero, per carità. E indignarsi, stringendosi attorno ai sindacati, non è un male. Ma da lì a prendere coscienza del problema fino in fondo ce ne corre. Insomma, da domani, dal 2 maggio, che cosa cambia dopo l’ennesima Festa del lavoro? Perché il mercato non aspetta e i freddi numeri delle statistiche raccontano anche altro. Parlano non solo di percentuali di disoccupati e occupati inchiodate da anni, Jobs Act o no. Di una nuova categoria di poveri che lavorano tanto e in regola, ma che poveri restano e non riescono a costruirsi un futuro.

Poi però parlano anche di privilegiati, vedi i furbetti del cartellino, che ingrossano le fila dei posti pubblici e ingrassano impuniti all’ombra della burocrazia. Di bamboccioni (ma si possono ancora chiamare così?) che invece di accettare un lavoro magari non proprio qualificante per le loro aspettative, o troppo lontano da casa, preferiscono vivere alle spalle delle pensioni più o meno d’oro di nonni e genitori. Di una scuola che incurante delle domande del mercato sforna fior di diplomati e laureati che con il loro pezzo di carta non interessano alle imprese, in cerca di altre figure, ma guai a dirlo. E fermiamoci a questi pochi esempi, solo all’apparenza contraddittori.

Il ruolo della politica

Sono meccanismi ed errori che continueranno all’infinito se non si riparte dall’altra parola, dignità, che va a braccetto con lavoro. L’errore della politica è stato e sarà continuare a separarle, lasciando l’interesse economico padrone dei giochi e soprattutto delle regole che ne determinano il funzionamento. Il che non vuol dire andare verso l’imposizione di regole di tutela sociale che fanno strame di quelle dell’economia. Parole come competitività e meritocrazia, come serietà, impegno e responsabilità contano anche nel lavoro, e sono parole chiave proprio per definire la dignità dei lavoratori.

Il primo maggio dei robot

Ma forse a sistemare le cose, a dettare nuove regole, ci penserà qualcun altro. Quando arriveranno davvero i robot ci sarà ancora la Festa del lavoro? Perché il loro arrivo, ormai alle porte, ribalterà il tavolo. E anche parole dal sapore già negativo che vanno sempre per la maggiore come delocalizzazione, globalizzazione e così via perderanno significato o lo cambieranno, probabilmente in peggio, per tutti. E allora anche per la politica forse sarà troppo tardi per provare a recuperare.

 

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