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Canepari (Snami): la verità su liste d’attesa e medicina territoriale dell’Ausl di Piacenza

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Davide Canepari: “Noi a questi giochi non ci stiamo. I medici e non solo quelli di famiglia meritano ben altra considerazione. Sono quelli che dovrebbero essere al centro di qualsiasi logica e strategia organizzativa, sia ospedaliera che territoriale, nell’interesse dei pazienti. Invece sembra proprio che non sia così”. Il presidente provinciale dello Snami (Sindacato nazionale autonomo dei medici italiani) si è preso qualche giorno di riflessione prima di dire la sua sull’emergenza delle liste d’attesa all’Ausl di Piacenza e sull’ultimo convegno tenuto dall’Azienda sanitaria dove si è parlato del ridisegno delle cure territoriali in base al decreto ministeriale 71. Ma il piglio è battagliero.

Presidente, partiamo dalla dichiarazione della direttrice generale dell’Ausl Giuliana Bensa di qualche giorno fa. Sull’emergenza delle liste di attesa ha chiamato in causa anche i medici di famiglia, sostenendo che per tutte le situazioni che ritengono di urgenza, hanno la possibilità di attivare con l’Ausl specifici canali di presa in carico di visite specialistiche ed esami diagnostici in tempi rapidi. 
“La direttrice Bensa dice che i tempi lunghi delle liste d’attesa sono attribuibili anche a noi, ma non è così. E forse sarebbe meglio che prima di fare certe affermazioni alla stampa, in questo caso a Libertà, si informi meglio. Per prima cosa precisiamo che l’urgenza per una visita specialistica o un esame diagnostico non viene decisa a sua discrezione dal medico curante, spuntando semplicemente la casella urgenza sulla ricetta. Vanno seguiti dei protocolli specifici per malattie standardizzate con tempistiche di esecuzione già fissate attraverso un apposito numero verde dell’Ausl”.

Cosa significa?
“Che se viene richiesta dal medico curante una certa prestazione per una malattia che non rientra nei protocolli, deve seguire i canali normali. È capitato però che anche seguendo i protocolli d’urgenza, la tempistica per l’esame diagnostico o la visita specialistica non venga rispettata”.

Ci fa un esempio?
“Per una risonanza all’addome con mezzo di contrasto che dovrebbe essere eseguita entro 10 giorni, i tempi si dilatano a uno o due mesi a seconda dell’ospedale interpellato. Questo sistema per certe malattie è efficace ma per altre no. Basti pensare che se un paziente che presenta sangue occulto nelle feci o ha avuto una proctoragia (sangue vivo emesso dal retto, ndr), l’esecuzione della colonscopia, l’esame che si esegue in tali casi come urgenza, non è contemplata, ma deve seguire i canali normali delle prenotazioni”.

Tempi di attesa?
“Sei mesi. E tenga presente che il sangue occulto nelle feci o una proctoragia possono essere la spia di un problema importante, come una neoplasia intestinale. Quindi non è concepibile che un paziente in queste condizioni debba aspettare sei mesi, oppure per fare la colonscopia debba rivolgersi al privato. Pertanto vorrei ribadire un concetto”.

Prego dottor Canepari…
“Prima di fare certe affermazioni e di scaricare la colpa dei ritardi delle prestazioni sui medici di famiglia, invitiamo tutti a documentarsi meglio. Basandosi su fatti e realtà. Ricordando altresì che i medici di medicina generale hanno sempre fatto il loro lavoro con zelo, spirito di sacrificio e abnegazione oltre ogni limite. Soprattutto in questi ultimi tempi di emergenza sanitaria. Senza dimenticare l’aumento dei carichi burocratici inerenti la gestione della pandemia di Covid, che non sarebbero spettati al medico di famiglia. Un compito che però, essendo l’unico punto di riferimento dei suoi assistiti, ha svolto ugualmente”.

Veniamo al recente convegno sulla medicina territoriale dell’Azienda sanitaria: che impressione ne ha avuto?
“Valuto negativamente le strategie dell’Ausl di Piacenza e della Regione Emilia-Romagna. I medici di medicina generale sono stati invitati a partecipare solo come auditori e non in qualità di relatori ai tavoli del convegno. Un vero errore”.

Infatti al centro del dibattito sono stati messi gli infermieri di famiglia e gli Ospedali di comunità (Osco), lasciando i medici sullo sfondo.
“Proprio così; e non si è capito come infermieri di famiglia e Osco dovrebbero interagire con le altre realtà presenti sul territorio. Il ruolo e la centralità del medico di medicina generale sono stati messi in secondo piano, per non dire marginalizzati. Mi chiedo: come si può pensare di migliorare e potenziare la medicina del territorio senza coinvolgere in prima istanza i medici di famiglia? Chi gestirà le cronicità in futuro?”.

Risponda lei a queste domande…
“Guardi, se verrà a mancare la centralità dei medici di famiglia il Servizio sanitario nazionale non avrà grandi prospettive. Ricordiamoci che il privato è subito pronto a farsi avanti. Ma non tutti i cittadini sono in grado di pagarsi le cure di cui necessitano. E questo anche nelle regioni più ricche del Paese come la nostra”.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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