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Rizzi: da Armani all’automazione, ecco gli assi per il rilancio di Piacenza

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A destra, Paolo Rizzi: è docente di Politica economica, Marketing territoriale e direttore del Laboratorio di Economia locale dell'Università Cattolica di Piacenza

Da Giorgio Armani all’automazione: per il professor Paolo Rizzi Piacenza ha tante carte da giocare per rilanciarsi dopo l’epidemia di Coronavirus. E il docente di Politica economica, Marketing territoriale e direttore del Laboratorio di Economia locale dell’Università Cattolica (competitor di Patrizia Barbieri alle ultime elezioni con il centrosinistra) le analizza scendendo nel concreto.

Professor Rizzi, partiamo dal quadro generale, come sta Piacenza?

“La situazione è quella di quasi tutta l’Italia e di gran parte del mondo occidentale. È una recessione indotta dal lockdown di questi mesi. Dalle stime ha un’intensità più forte di quella del 2008 e paragonabile alla crisi del 1929. Ma tutto sommato, proprio per la sua natura totalmente esogena, le previsioni non sono così drammatiche. È una recessione che sul piano nazionale potrà arrivare anche al 10% del Pil (quella del 2008 era arrivata al 5-6%); ma si spera che non appena ci sia la ripartenza delle attività riprendano i flussi economici. Affiancati dall’apertura di un secondo fronte che potrebbe aiutare…”

Di che cosa si tratta?

“Sto parlando della de-globalizzazione, che si stava già manifestando prima dell’epidemia. Un quadro composto da diversi fenomeni: la riduzione dei flussi commerciali provocata negli ultimi anni dal protezionismo e dalle guerre dei dazi aperte da Trump con uno stop and go che ha generato molta incertezza; le tensioni politiche indotte dal sovranismo, che spingono per una maggiore autonomia anche economica; e terzo punto, più recente, le riflessioni legate all’autosufficienza anche alla luce di questa crisi provocata dall’epidemia”.

Ci fa un esempio su quest’ultimo punto?

“Abbiamo scoperto che l’autosufficienza è un valore. Prenda il caso delle mascherine: abbiamo capito che non potevamo dipendere totalmente dalla Cina o dagli altri Paesi che le producono a basso costo. La punta di un iceberg che ci dice come la globalizzazione selvaggia di questi ultimi trent’anni, già un po’ in crisi, adesso la è ancor di più. E questo vale per tutti. Insomma, una spinta che potrebbe accelerare il cosiddetto reshoring, facendo tornare a casa molte imprese italiane dalla Romania o dalla Malesia”.

Veniamo a Piacenza…

“Grazie a settori come quello della logistica, sul mercato del lavoro negli ultimi anni il nostro territorio non ha avuto crisi particolari, calando meno di altri anche in Emilia-Romagna”.

In sostanza sta parlando dell’effetto Amazon?

“Certo, di quella logistica che se occupa grandi spazi con i magazzini garantisce anche l’impiego di migliaia di lavoratori. Ma questo non senza ombre, come la qualità dell’occupazione con basse qualifiche e bassi profili e talvolta con problemi di diritto del lavoro per i subappalti non controllati. Senza dimenticare i problemi ambientali indotti da una forte circolazione delle merci su gomma e correlati all’inquinamento della Pianura Padana che come abbiamo visto paiono legati anche alla diffusione del virus“.

Detto questo, logistica o no, la crisi c’è anche a Piacenza.

“Ma non bisogna fasciarsi la testa, perché in un momento così possono nascere anche molte idee interessanti per ripensare il futuro a tutti i livelli”.

Ci spieghi, professor Rizzi…

“Piacenza e il suo territorio hanno la fortuna di avere una dimensione medio-piccola, con una qualità della vita migliore che in altri luoghi. Una dimensione molto propizia per una parola che in questi mesi abbiamo imparato a riconsiderare e cioè comunità. Ecco, il futuro deve essere orientato al concetto di comunità in tutti i settori”.

Quali in particolare?

“Pensi al welfare che abbiamo costruito in Emilia-Romagna e in generale in Italia, con un mix di pubblico-privato e sanità sociale che sono all’avanguardia. Anche se a volte ci lamentiamo delle inefficienze, pensi a che cosa sarebbe successo con l’epidemia di Coronavirus senza questa rete di sanità pubblica. Poi tutto si può migliorare, con meno ospedalizzazione e più medicina territoriale, con modelli diversi per la cura degli anziani, ma la strada della comunità è quella giusta. E questo vale anche in campo economico”.

Quindi, che cosa si può fare in concreto? 

“Questa taglia territoriale permette alle imprese, alle associazioni di categoria, industriali, artigiani, commercianti e professionisti di condividere progetti e ipotesi. Tentativi già fatti nel 2000 con il Patto per lo sviluppo e nel 2006 con Piacenza vision 2020“.

Sarebbe interessante capire cosa di quanto progettato allora è stato realizzato…

“Ce ne sono molte di cose non realizzate. E gliene dico subito una che dopo welfare ed economia tocca il terzo punto di questo concetto di comunità. E cioè quello ambientale. Allora si parlava di città del sole, di città del ferro, per creare un polo logistico tutto puntato sull’intermodale e sulle energie rinnovabili. Purtroppo non siamo riusciti a realizzarlo. Per non parlare del tema della rigenerazione urbana, dove Piacenza sembra totalmente ferma e non se lo può più permettere”.

Perché è così critico? 

“Una città che pensa al futuro deve pensare a cose grandi…”

Del tipo?

“Togliere l’autostrada a ridosso del centro, perché inquina e perché ci nega il rapporto con il Po. E quindi potremmo tornare in futuro ad essere una città fluviale con tutto quello che questo comporterebbe anche in termini di una logistica intermodale che integri ferro, acqua e gomma. Certo, è un progetto di lungo periodo perché il Po va reso navigabile dal delta a Piacenza, ma comunque da perseguire, a maggior ragione dopo l’investimento da 42 milioni di euro per la nuova conca di Isola Serafini”.

Come per il Po, molti vedono nelle aree dismesse un altro patrimonio della città che non viene recuperato con progetti di vaglia. 

“Un patrimonio meraviglioso, quasi vicino alla fruibilità grazie all’opera di Reggi prima come sindaco e poi a capo del Demanio. E invece siamo fermi come idee, come investimenti come progettualità concreta. Pensi solo alla Baia di San Sisto”.

Ci dica…

“Sto parlando di tutta l’area di Piazza Cittadella, delle caserme Niccolai e Nino Bixio. Un pezzo è del Comune un pezzo del ministero della Difesa. Una meraviglia urbanistica che aspetta un utilizzo sapiente e integrato tra commercio e uso collettivo orientato alla cultura che con l’arte rappresenta uno dei filoni principali dello sviluppo futuro sul piano turistico. C’è tutto da fare, attirando investitori, finanziamenti e immobiliaristi illuminati”.

Per fare che cosa?

“Ad esempio per fare nei chiostri della caserma Niccolai un mega museo con annesso centro studi dedicato a un signore che si chiama Giorgio Armani e alla storia delle sue collezioni”.

Un grande Piacentino che è molto legato alla sua città…

“Con il coinvolgimento di Armani e da un approccio del genere potrebbero nascere tante iniziative per dare a Piacenza un ruolo originale non solo nel mondo della moda e del design, ma anche dell’arte contemporanea come sta già facendo lo Spazio XNL, creando opportunità interessanti per i giovani piacentini. Ma per loro Piacenza potrebbe creare un futuro importante anche dal punto di vista tecnologico. E per spiegarmi torno alla logistica”.

Prego…  

“Piacenza deve imparare a lavorare insieme su grandi obiettivi, da realizzare con lo spirito dell’Expo 2015, quando la nostra è stata l’unica provincia presente a quell’evento mondiale. E far crescere il know how nella logistica per far diventare Piacenza un punto di riferimento internazionale in questo settore può essere uno di questi grandi obiettivi in un’ottica pubblico-privata, capace di trovare anche i finanziamenti e gli investitori”.

Perché la logistica non è solo tir, facchini e magazzini, come molti pensano, giusto?

“Proprio così. A Piacenza la logistica può crescere molto sul piano qualitativo e dell’indotto, trasformando la città e il suo territorio in una sorta di Silicon Valley di questo settore. Qui abbiamo aziende della meccatronica e della robotica che potrebbero lavorare anche sull’automazione dei magazzini, coinvolgendo il nostro Tecnopolo: dal Musp, il consorzio per macchine utensili e sistemi di produzione, su piano progettuale, al Leap, sugli aspetti energetici e ambientali; senza dimenticare realtà come l’Urban Hub nel campo dei software e delle app, o l’IN Lab per incubare nuove imprese da inserire nel settore. Un mix di competenze unico, che vede in campo anche il Centro di ricerca regionale Itl, la Fondazione Its e il Master in Supply chain. Se coordinato a dovere, questo mix di competenze potrebbe aprire grandi prospettive per Piacenza e il suo territorio anche per un altro motivo”.

Quale professor Rizzi?

“I notevolissimi investimenti dei prossimi anni sul polo del ferro da parte delle Fs e di Hupac, il più grande operatore svizzero del settore che si è comprato Piacenza Intermodale. Hupac sa che dopo il green deal europeo dovremo per forza togliere i tir dalla strada e metterli sul ferro o sull’acqua. Un motivo in più che spiega perché la logistica piacentina, se saprà sfruttare le sue capacità di innovazione, dall’intermodalità all’automazione, potrebbe essere davvero quella del futuro”.

 

 

 

 

 

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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