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Elezioni 2018: turiamoci il naso, ma andiamo a votare

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Dall'alto a sinistra, in senso orario: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Pietro Grasso

Elezioni: ci siamo. Domani l’altro si vota e decideremo il nostro futuro senza se e senza ma. È stata una campagna elettorale strana, mai vista nella storia repubblicana. Per prima cosa, nell’epoca dell’iper-connessione tecnologica, è mancato un elemento fondamentale: il confronto diretto tra i leader. Nessuna sfida online o in tv tra Berlusconi, Di Maio, Renzi, Grasso e Salvini. Solo tanti soliloqui senza contraltare.

Un male? In democrazia se permettete sì. I dibattiti pubblici tra i leader sono fondamentali. Permettono agli elettori di farsi un’opinione. Soprattutto se non hanno ancora deciso per chi votare. E a quanto pare gli indecisi sono molti, a partire da quelli che addirittura non sanno ancora se il 4 marzo andranno al seggio. Di certo, questa distanza paradossale tra messaggi elettorali martellanti, ma senza un confronto a viso aperto, non ha aiutato. Come non ha aiutato la moltitudine di promesse elettorali mirabolanti, soprattutto economiche, che ogni giorno ci hanno snocciolato i leader di tutti i partiti. Fare l’elenco sarebbe troppo lungo e forse farebbe passare oltremodo la voglia di entrare in cabina elettorale.

Elezioni: i grandi assenti

Ma va sottolineato che di alcuni problemi si è parlato poco, per non dire affatto. Come la mettiamo, per esempio, con un Paese sempre più sismico e con i tempi biblici delle ricostruzioni sulle spalle di terremotati esasperati? E con le città asfissiate dallo smog e assediate dai rifiuti? Per non parlare delle infrastrutture colabrodo che ci ritroviamo con o senza nevicate come quelle di questi giorni. Altro che ponte sullo Stretto, forse prima vanno rese impossibili tragedie ferroviarie come quella di Pioltello.
Su altre questioni, dalla sicurezza all’immigrazione, dalla corruzione all’Europa, con una buona dose di miopia tutti invece si sono fermati agli slogan o poco più.

Elezioni: i 5 Stelle alla prova del 9

Passando agli schieramenti, gli elementi di novità di questa campagna elettorale fanno capo soprattutto ai 5 Stelle. E questo è avvenuto nel bene e nel male. Prima le difficoltà nelle primarie online. Poi nel post candidature. E l’emergere in lista di personaggi di dubbia portata non ha fatto bene al Movimento. Mentre altre scelte, come la presentazione prima del voto della lista dei candidati ministri, hanno evidenziato un elemento interessante e di trasparenza da parte di Di Maio e soci. Della serie, con noi governo subito e niente mercanteggiamenti da manuale Cencelli dopo il voto.

Elezioni: un altro referendum su Renzi?

Nel centrosinistra e nel Pd, la sindrome è rimasta la stessa del referendum costituzionale del 2016. Al di là dello slogan della squadra di governo, tutto si è giocato ancora sul personalismo di Renzi, che non ha fatto nessun passo indietro per favorire la premiership di Gentiloni. In sostanza, un’altra conta: voterà per il Pd chi è col segretario. E voterà per le altre liste della coalizione (soprattutto Insieme e +Europa) chi è contro di lui. Con la speranza, per chi gravita nel centrosinistra, che in un modo o nell’altro il nome di Gentiloni alla fine faccia il miracolo.

Elezioni: centrodestra già separato in casa

E il centrodestra? Berlusconi, Salvini e Meloni, senza dimenticare Fitto e Cesa, fin dall’inizio della campagna elettorale non hanno fatto che rimarcare continuamente le distanze tra loro, dando l’idea di essere in disaccordo su tutto. Vedremo se il nome di Tajani come Premier sarà sufficiente a tranquillizzare l’elettorato moderato ancora indeciso. Ma di certo, se vincerà il centrodestra, il dopo è comunque pieno d’incognite anche sotto il cappello del presidente del Parlamento europeo.

Turiamoci il naso, ma votiamo

Che dire? Anche per colpa del Rosatellum, la rovinosa legge elettorale con cui andremo a votare, e di qualche impresentabile di troppo, la sensazione è che la politica anche in questa campagna elettorale abbia guardato soprattutto il proprio ombelico e non si sia avvicinata ai problemi della gente. Ma il 4 marzo non ci si può chiamare fuori. Bisogna comunque andare a votare e fare una scelta. Parafrasando Montanelli, anche turandoci il naso è un diritto al quale non dobbiamo rinunciare per nulla al mondo. Almeno se crediamo ancora nella parola futuro.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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