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Tria: fino a quando il ministro dell’Economia resisterà al suo posto?

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Giovanni Tria, ministro dell'Economia e delle Finanze

Tria: il ministro dell’Economia e delle Finanze sarà il vero protagonista delle prossime settimane di governo. Quelle determinanti per il futuro dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, che porteranno alla prossima Legge di Bilancio, dove i pilastri delle promesse elettorali di Matteo Salvini e Luigi Di Maio dovrebbero trovare concretezza.

Guardando però a quello che hanno scatenato il “Decreto dignità” o le nomine a Cassa depositi e prestiti, Tesoro e Ragioneria dello Stato non c’è da stare allegri. E provate a pensare a ciò che potrebbe succedere quando sul tavolo ci saranno sul serio riforma delle pensioni, flat tax e reddito di cittadinanza. Quindi, in molti si chiedono: fino a quando il titolare del Mef resisterà al suo posto?

Tria, scintille e poltrone

Nella prima tranche della partita sulle nomine, descritta come durissima, il professor Giovanni Tria ha ceduto sulla guida della Cassa depositi e prestiti, digerendo probabilmente a malincuore la nomina di Francesco Palermo. Tuttavia ha pesato eccome, ottenendo la nomina di Alessandro Rivera alla direzione generale del Tesoro e la conferma di Daniele Franco alla Ragioneria dello Stato. Con la Lega che per il sì a Palermo, gradito ai 5 Stelle, avrebbe avuto un sostanziale via libera per scegliere i vertici di Ferrovie e Rai.

Il ministro di chi?

Normali giochi di poltrone al cambio di governo e maggioranza, direte. Ma il ministro dell’economia da che parte sta? O meglio, da chi è sostenuto in questo ruolo diciamo di “terza parte” nel governo? Lo sguardo non può che cadere su Quirinale e Banca centrale europea. E cioè su Sergio Mattarella e Mario Draghi, per difendere l’ordine dei conti pubblici italiani. Pena gli strali dei mercati e di Bruxelles, con la troika in agguato al primo segnale di scompenso dei parametri Ue.

Ma anche se questa lettura fosse un po’ esagerata, nonostante un debito pubblico di oltre 2.300 miliardi di euro, Tria di fatto ha in mano i cordoni della borsa. E può imporre un freno alle misure promesse in campagna elettorale dai due vicepremier. Concetto ribadito dal ministro anche al G20 argentino: il programma si applicherà nei limiti imposti dal bilancio. Un rigore chiaramente sgradito a chi spinge per dare una spallata a Bruxelles, con l’obiettivo di ridiscutere i vincoli dell’Eurozona ed ottenere maggiori margini di manovra per finanziare un aumento della spesa.

Tria: il piatto piange

Il primo obiettivo “tecnico” del ministro dell’Economia però sarà trovare i circa 16 miliardi necessari a sterilizzare l’aumento dell’Iva. Poi, con le (poche) risorse che rimangono si potrà parlare del resto.
Sulla riforma della legge Fornero, dopo le polemiche di Salvini e Di Maio con Tito Boeri, presidente dell’Inps, sembra si stia ragionando in termini restrittivi rispetto alle annunciate quota 100 e quota 41. La prima dovrebbe incorporare una soglia minima di 64 anni di età e quindi di 36 anni di contributi. La seconda potrebbe salire a 42 anni di anzianità lavorativa indipendentemente dall’età anagrafica. E non è ancora chiaro quale sarà il peso dei contributi figurativi sul calcolo degli anni di lavoro. E cioè se rientreranno nel conteggio dell’anzianità ed eventualmente con che limiti. Insomma, la parola d’ordine in via XX settembre è contenere al massimo i costi.

La flat tax invece sembra più lontana, visto che se ne parla ancora come dell’obiettivo di un percorso strutturale sul piano fiscale. E come ricorda anche today.it, secondo il ministro dell’Economia anche il reddito di cittadinanza dovrebbe essere sostenuto attraverso “strumenti di welfare già esistenti”. Quindi, niente aumenti di spesa.

Soluzione Giorgetti

Intanto il tempo stringe. Già a settembre avremo i primi segnali concreti su questi punti cardine del programma di governo, visto che verrà presentato l’aggiornamento del Documento di economia e finanza, prodromo della Legge di Bilancio di fine anno. Tuttavia, dall’autunno, “l’assalto alla diligenza” per aumentare la spesa senza solide coperture potrebbe diventare insostenibile anche per Tria. E il ministro potrebbe decidere di lasciare o essere spinto alle dimissioni.
Il suo addio metterebbe a dura prova la tenuta del governo giallo-verde, soprattutto nei rapporti con il Quirinale che deve firmare i provvedimenti dell’esecutivo. Così la candidatura del leghista Giancarlo Giorgetti, già gradito dal Colle, che da sottosegretario di Palazzo Chigi potrebbe succedere a Tria in via XX settembre, prende quota. E per i bene informati sta diventando ben più di un’ipotesi nel cassetto dei due vicepremier.

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