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Silvio Berlusconi, un arcitaliano che nel bene e nel male ci mancherà

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Silvio Berlusconi, un arcitaliano che ci mancherà. E ci scuserà Curzio Malaparte se prendiamo in prestito questa definizione. In oltre cinquant’anni di vita pubblica, Berlusconi li ha incarnati tutti, i pregi e i difetti della nostra stirpe. Un arcitaliano fatto e finito: il genio, l’affarismo, la ricchezza, le donne, il calcio, la politica… Non si è fatto mancare nulla. E diciamolo, anche la passione per il suo Paese, che amava molto. Perché gli aveva consentito di essere e diventare, appunto, Silvio Berlusconi (e dove sarebbe stato possibile se non in Italia?).

Ma andiamo con ordine. Prima i soldi col mattone; poi, dopo il casa dolce casa, ecco il focolare fatto da due lettere dell’alfabeto: la TV. Nessuno ci avrebbe scommesso, visto il monopolio della Rai. Ma lui sì, ci crede. Nasce Mediaset, e il piccolo schermo diventa il suo regno. S’inventa la pubblicità televisiva venduta in base agli ascolti; comincia a macinare fatturati miliardari senza sosta. E tutti vogliono lui: ho un’idea, e allora vado a proporla a Berlusconi.

Lui sceglie di restare a Milano. E nella città dei danè fa affari d’oro. Sfiora, si fa per dire, personaggi quantomeno di dubbia fama, ma P2 o no, la sfanga alla grande. Poi ecco Mondadori e l’incenso della grande editoria, che gli dà lustro, condito da altre accuse, ma stuoli di avvocati prendono tempo, ci pensano loro. Lui intanto cresce senza sosta, italico re Mida. E nel calcio trova un’altra fonte di grande soddisfazione. Spende e spande, ed ecco il Milan degli olandesi, quello del ragionier Sacchi che con lui diventa un guru del calcio mondiale. Poi il Milan di Capello e altre coppe e campionati. Tutto con i soliti amici, quelli che se parlassimo di uno di noi definiremmo del bar sotto casa, ma che nel suo caso si chiamano Confalonieri, Letta, Galliani, Dell’Utri e così via.

Ce n’è un altro di amico, che si chiama Craxi e che poi finisce nei guai per Tangentopoli. Così da Forza Milan si passa a Forza Italia e il gioco è fatto. La politica diventa il suo nuovo territorio di caccia, e tanti saluti se qualcuno grida al conflitto d’interessi. Lui è Silvio, fa il premier e per altri trent’anni gioca e vince su tutti i tavoli elettorali. Intanto arrivano un po’ di problemi, l’eccesso di zelo, si fa per dire, dal bunga bunga ancora ai magistrati, che certe cose non le capiscono. Così si batte in ritirata e si ritorna, ricordando a tutti che senza di lui il centrodestra non va da nessuna parte. Poi arrivano le condanne. Ma Silvio non demorde. Di nuovo in Parlamento, spera di tornare premier e accarezza il sogno del Quirinale. Ma c’è qualcuno che non riesce ad incantare: il tempo che passa. E arriva il giorno della sua fine. Come dicevamo, che piaccia o no la sua parabola, ci mancherà. E l’Italia, senza di lui, non sarà più la stessa.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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