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Papa Francesco e l’ira dell’Ucraina perché ha pianto l’assassinio di Darya Dugina: chi ha ragione?

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Papa Francesco piange l’assassinio di Darya Dugina, l’attivista russa figlia dell’ideologo nazionalista Aleksandr Dugin e l’Ucraina evoca conseguenze diplomatiche con la Santa Sede. Insomma: Zelensky si arrabbia col Papa, ma così dimostra di non aver capito, o più probabilmente di non volerlo fare, che Roma cattolica non è Mosca ortodossa.

Certo, la leadership di Kiev trova più semplice apprezzare le differenze quando il Pontefice taccia il patriarca Kirill di comportarsi da chierichetto di Putin. La diversità, però, rimane. Così come rimane, tra cattolici e ortodossi, la comune appartenenza cristiana. Vediamo, comunque, perché gli ucraini se la stanno prendendo tanto con il Papa.

La condanna della guerra

A margine dell’udienza generale dello scorso 24 agosto, nella ricorrenza del sesto mese della guerra d’aggressione russa all’Ucraina, Papa Francesco ha ribadito il suo appello per la pace. I termini con cui lo ha fatto gli sono personalmente propri, come stile comunicativo. Il contenuto, invece, è in linea con la tradizione della Santa Sede, che, come abbiamo già scritto, da un paio di secoli è di ferma neutralità tra i belligeranti. Come si diceva, neutralità non significa indifferenza rispetto alla posizione di aggressori e aggrediti. Certo, però, significa ostilità al ricorso alle armi e al suo prolungamento, che è come dire indiscusso favore per una negoziazione ad oltranza, meglio se all’ombra di un cessate-il-fuoco.

Ha esordito il Papa: l’amato popolo ucraino patisce l’orrore della guerra. Qui c’è subito e intera la distinzione tra vittime e offensori. Poi, però, il resto dell’appello accomuna nella pietà e nella solidarietà le vittime innocenti di ambo le parti. Anzi: Francesco riconosce tutti quanti sono coinvolti nei conflitti come vittime e, ad un tempo, responsabili della pazzia della guerra. E il suo appello per gli innocenti trascolora inevitabilmente nell’esigente amore evangelico per i nemici, cioè i meno innocenti. Infatti, il Pontefice si è riferito sia agli orfani ucraini causati dall’aggressione russa, sia ai russi figli dei soldati invasori caduti.

Il riferimento a Dugina e l’ira di Kiev

Il caso diplomatico, però, è stato sfiorato (o, forse, è già stato prodotto) con il riferimento papale all’attentato di cui è caduta vittima Dugina. Esemplificando la vicenda di quanti patiscono ingiustamente le conseguenze della follia bellica, Papa Francesco ha detto: “Penso a quella povera ragazza, volata in aria per una bomba che era sotto il sedile della macchina a Mosca. Gli innocenti pagano la guerra, gli innocenti!”.

Queste parole non sono andate giù al governo di Kiev, che si è mosso secondo i canoni della protesta diplomatica. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha fatto convocare il Nunzio apostolico, monsignor Visvaldas Kulbokas, per esprimergli il disappunto del suo governo in merito alle dichiarazioni papali del 24 agosto. Anzitutto, Kuleba ha deprecato l’istituzione di un legame tra la guerra e l’uccisione di Dugina, ribadendo che con quest’ultima il suo Paese non ha nulla a che fare. 

Quindi, ha rimarcato come non sembri alle autorità ucraine che, lungo i sei mesi dell’invasione russa, il Pontefice abbia prestato particolare attenzione alle vittime specifiche della guerra, segnatamente i 376 bambini caduti per mano degli aggressori russi. Infine, ha formulato l’auspicio che, in futuro, la Santa Sede si astenga dal fare dichiarazioni ingiuste, che causano delusione nella società ucraina. 

Ancora più dura la reazione dell’Ambasciatore di Kiev presso la Santa Sede, Andrii Yurash. Questi ha definito deludente l’intervento di Francesco, tacciando la scelta di accumunare ucraini e russi incolpevoli come parallelismo tra aggressore e vittima, tra stuprato e stupratore. In particolare, il diplomatico rigetta la qualifica di innocente per Darya Dugina, definendola ideologa dell’imperialismo russo e, per questo (se ne deve concludere), affatto irresponsabile per la sorte che le è toccata.

Il male che viene da dentro

Che la guerra sia una delle peggiori imprese, cui l’essere umano possa accingersi, è consapevolezza tanto ampiamente diffusa, quanto pervicacemente e colpevolmente rimossa. La guerra ci ha fatto e ci farà indesiderata compagnia, lungo tutta la storia della nostra specie. Perché diciamo questo? Non è solo per realismo e già non sarebbe poco, giacché una politica che non prendesse le mosse dalla realtà sarebbe una vana utopia, come ammoniva il generale de Gaulle. Infatti, questo lo diceva il generale von Clausewitz, la guerra è nient’altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi.

Diciamo che non ci libereremo facilmente della guerra perché essa, prima di tutto, origina dal cuore dell’uomo. Se non dovessimo accudire la nostra interiorità, non potremmo aspettarci granché di buono nelle relazioni con gli altri. Ora: che gli ucraini non piangessero la morte di Dugina era prevedibile, benché questo, come abbiamo appena detto, sia un pessimo modo di prendersi cura del loro spirito.

Che però gli ucraini si risentano quando qualcun altro stigmatizza l’assassinio a tradimento di una donna russa, è francamente troppo. Tanto peggio quando, come in questo caso, la voce che si è levata è quella di un patriarca della Cristianità. In particolare, del vescovo di quella sede di Roma, che ha nella cattolicità rivendicata dal suo titolo una delle ragioni dell’alto magistero morale, che generalmente le è sempre stato riconosciuto a livello internazionale.

Nell’interesse di tutti

Gli ucraini sono in guerra perché sono sotto invasione da parte dei russi. La posta in gioco, per loro, è la libertà, più o meno correttamente intesa che essa sia. Bisogna riconoscere, comunque, che il modo in cui loro la intendono ottiene il riconoscimento di una buona parte della comunità internazionale e del diritto, che quest’ultima ha faticosamente tentato di esprimere. La loro logica, pertanto, è quella della guerra totale. Guerra fino alla vittoria, cioè alla completa liberazione e al pieno ripristino della loro sovranità territoriale. 

Il Papa e, si spera, non soltanto lui, ha un’altra logica. Essa è quella della salvaguardia delle vite umane e dell’umanità come tale; vale a dire di quanto tutti accomuna, al di là delle appartenenze nazionali e politiche. Si può far notare che è più facile, per Francesco che non è personalmente parte in causa, richiamarsi a principi più alti, appunto universali. Questo, però, è un punto a suo favore. Gli ucraini devono farsene una ragione. Anche se non dovesse sembrare loro sul momento, col tempo riconosceranno che l’appello a restare umani – di questo si tratta sempre, quando si levano voci dal colle Vaticano – è anche nel loro interesse. 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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