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Corsa al Quirinale, partita avvincente, ma regole stucchevoli: non è ora di cambiarle?

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L'emiciclo di Montecitorio, dove avviene l'elezione del presidente della Repubblica

Corsa al Quirinale: la partita è avvincente e lambiccare il novero dei papabili per la successione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica appassiona addetti ai lavori e giornalisti. Non altrettanto può dirsi dei semplici cittadini, ma ad un certo scollamento tra “politica politicante” ed umori profondi della gente siamo ormai abituati. Noi, però, vorremmo fornire un’altra prospettiva di questa vicenda. E prendiamo atto non senza stupore di essere tra i pochi (meglio ancora, i pochissimi) a farlo.

Il punto è presto detto: prima di domandarsi quale sia il miglior candidato al Colle, ci pare sia il caso di interrogarsi riguardo al modo stesso di elezione del capo dello Stato. Quello in essere nel nostro Paese ha ancora senso? Se la risposta fosse no, dovremmo ulteriormente precisarne i motivi. È quanto proveremo di seguito a fare.

Grandi elettori e catafalchi 

Il primo presidente della Repubblica Italiana è stato, inizialmente in qualità di capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola (1946-1948). Pensate un po’: un vecchio monarchico, già presidente della Camera al tempo del Re. Questa nota, a metà tra la storia ed il costume, non vuole tanto ammonire sui paradossi della politica, o in generale dell’umanità. Serve, piuttosto, a contestualizzare le vicende del tempo in cui i costituenti hanno stabilito come sarebbe stato eletto il vertice dello Stato. 

Anzitutto, rammentiamo la natura e la composizione del collegio elettorale presidenziale e l’essenza del suo funzionamento. È tutto stabilito dall’articolo 83 della Costituzione. Il collegio è costituito dai componenti delle due Camere del Parlamento (630 deputati e 315 senatori elettivi, più i senatori a vita di diritto e di nomina presidenziale), integrato da tre delegati per ciascuna Regione, salvo la Valle d’Aosta che è rappresentata da un solo delegato. In totale, fa un plenum di 1009 aventi diritto. Gli scrutini sono segreti e si svolgono, in seduta comune di Camera e Senato, nell’emiciclo di Montecitorio, con presidenza ed ufficio di presidenza della Camera dei Deputati. Le prime tre votazioni esigono per l’elezione la maggioranza dei 2/3 dell’assemblea; dal quarto scrutinio, è sufficiente la maggioranza assoluta.

Una nota di colore: l’allora presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro, che risultò eletto capo dello Stato in quello stesso anno 1992, fece impiantare in occasione dell’elezione due cabine ad arco sui banchi del governo. Da allora, questi apparati (denominati in modo caustico catafalchi, per richiamare l’affossamento avvenuto lì di alcune candidature) presidiano l’effettiva segretezza del voto per la corsa al Quirinale. Oggi, però, qualunque smartphone od altro device è in grado di frustrarne facilmente lo scopo.

I tempi andati del professionismo politico

Che senso aveva, in origine, questo modo di elezione del presidente della Repubblica? Era una modalità fondata sulla centralità assoluta dei partiti, sia come corpi intermedi-cardine della società italiana del secondo dopoguerra, sia come autentici titolari delle istituzioni. La Repubblica era cosa dei partiti: di tutti loro, dopo che gli ultimi 20 anni del regime monarchico erano stati monopolizzati dal partito unico fascista.

Anziché domandarsi, ragionando sul passato, perché candidature come quelle di Amintore Fanfani e Arnaldo Forlani sono state affossate, ovvero altre come quelle di Aldo Moro e Giulio Andreotti mai poste, bisogna riflettere su quest’aspetto: l’articolo 83 della Costituzione del 1948 aveva e avrebbe un senso solo dentro quella determinata cornice. I partiti selezionavano la propria classe dirigente attraverso precisi cursus honorum locali e nazionali. La competenza politica di tipo professionale era reciprocamente riconosciuta tra le forze politiche. Socialmente, il professionismo politico era rispettato e, in taluni casi (ideologicamente connotati), quasi onorato.

Lo spazio futuro per un’elezione diretta

Mutate, o per meglio dire sconvolte, le condizioni socio-politiche contestuali, ha senso continuare ad eleggere così il capo dello Stato? È questa la domanda da farsi, prima di capire se abbia più chance di elezione Draghi, ovvero Cartabia, o Casini nella corsa al Quirinale. Siccome la risposta ci sembra nettamente negativa, sforziamoci di guardare la luna anziché il dito. È tempo, ci pare, di considerare la possibilità della designazione diretta del presidente della Repubblica da parte del suffragio universale.

Non siamo più un Paese uscito dalle macerie della guerra combattuta e subito ripiombato nella guerra fredda. Non siamo più un Paese con vasta parte della popolazione in condizioni di arretratezza culturale di base e dedito ad un’economia essenzialmente di sussistenza. E non siamo più una monade nell’ambito della comunità internazionale: integrati da decenni nel multilateralismo dell’Onu e della Nato, soprattutto, siamo soci fondatori e parte integrante dell’Unione europea. Praticamente, è già tardi per approdare ad un regime di piena sovranità popolare. Ed è tempo di associare anche sostanzialmente il capo dello Stato al potere Esecutivo, atteso che già a regime vigente egli se ne trova formalmente a capo (la nomina dei ministri e l’emanazione dei decreti del Governo sono di sua competenza).

L’incandidabile-candidato e il rischio farsa

In tutti i casi, anche chi legittimamente non dovesse condividere l’opzione dell’elezione diretta deve convenire che un collegio di oltre 1000 elettori, oggi, ha sembianze e sostanza grottesche. La riduzione a 600, operativa dalla prossima legislatura, non muterà i termini del problema. Il fenomeno dei franchi tiratori, riportato alla ribalta dalla mancata elezione al Quirinale di Romano Prodi e Franco Marini 8 anni fa, non può essere considerato il pezzo forte della trama di una soap. Casomai, potrebbero essere degli stranieri a guardarlo come tale, non certo noi. 

Gli italiani devono riflettere su un sistema in cui l’elezione del loro presidente è senza candidatura, che non può essere posta né dai diretti interessati, né da altri. Da quando i partiti di massa e del professionismo politico sono stati archiviati insieme al loro secolo, quello scorso, non c’è più chi sostenga la parte. L’auspicio che formuliamo è di non ritrovarci fra altri 7 anni con un’elezione presidenziale ancora senz’arte, né parte. L’impasse di un informale mono-candidato per la corsa al Quirinale “bloccato” a palazzo Chigi è un sintomo e non la malattia. Non sbagliamo diagnosi, né ignoriamo il problema. E speriamo che, a inizio febbraio, i grandi elettori non si ficchino nel vicolo cieco di una serie di votazioni infruttuose: la farsa, infatti, è sempre dietro l’angolo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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