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Riforma della Magistratura: c’è o no nell’agenda di Mario Draghi?

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Riforma della Giustizia: la Guardasigilli Marta Cartabia ha strappato alla maggioranza eterogenea che sostiene il Governo un compromesso sulla prescrizione, ma del rinnovamento della Magistratura si sono perse le tracce. La riforma del processo civile e del processo penale è una precisa richiesta dell’Unione europea, una condizionalità dell’erogazione dei finanziamenti del Recovery Fund. Ne consegue che il nostro Paese, con la proposta del ministro Cartabia, proverà a rispettare il principio della ragionevole durata del processo, del resto già costituzionalizzato da tempo dall’articolo 111 della Carta fondamentale. Speriamo di riuscirci, anche se non sarà facile.

Un problema colossale

Detto questo, rimane impregiudicato l’altro colossale problema relativo all’amministrazione della giustizia in Italia. Ci riferiamo, appunto, alla riforma della Magistratura, l’istituzione che è preposta alla funzione giurisdizionale. A questo riguardo, tutto tace. La legge delega in materia, approvata dal Parlamento nel 2020 e concessa al secondo Governo Conte, dovrebbe prima o poi essere esercitata dal Governo Draghi. Sul tema, incombono anche 3 dei 6 quesiti referendari, promossi dai Radicali e dalla Lega. L’impressione, però, è che la questione non scaldi il cuore del presidente del Consiglio. Come l’altro Mario (Monti), anche questo Mario (Draghi) non è affatto in imbarazzo a silenziare le questioni di rango costituzionale. In nome dell’arcinoto pragmatismo e all’insegna del principio per cui il massimo sarebbe nemico del meglio e il meglio del bene, Draghi si occupa di ciò con cui “si mangia”. 

La vicenda Storari 

Intanto, però, la vicenda del pm milanese Paolo Storari, col suo carico di intrighi, rivalità, gelosie e, addirittura, ipotesi di associazioni massoniche (loggia Ungheria) esistenti in seno alla Magistratura, non si limita a terremotare il palazzo di giustizia del capoluogo lombardo. Essa, come il precedente caso Palamara, contribuisce anche a svelare, a beneficio di un occhio attento ai dettagli delle notizie, quelli che correvano sotto il nome di «arcana imperii», che tradotto suona “i segreti del potere”.

Lo scorso 4 agosto, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) ha respinto la richiesta di provvedimenti disciplinari avanzata dal procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, a carico di Storari. Uno dei due titolari dell’azione disciplinare sui magistrati (l’altro è il ministro della Giustizia) contestava al sostituto procuratore milanese il contegno da lui tenuto nella gestione della vicenda dei verbali dell’avvocato Piero Amara. Il pg Salvi riteneva che Storari, consegnando i suddetti verbali all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo, avesse indebitamente scavalcato il suo capo, il procuratore meneghino Francesco Greco. Sosteneva, poi, che egli avesse disatteso le direttive di quest’ultimo relative all’organizzazione dell’ufficio, correndo il rischio di pregiudicare la buona amministrazione della giustizia. Non è, però, sul merito di questa vicenda che intendiamo richiamare l’attenzione.

Un’eccentrica sanzione cautelare  

Quello che ci ha fatto quasi trasalire è stato scoprire quale sanzione disciplinare il procuratore generale Salvi avesse domandato a carico di Storari, poi comunque rifiutata dalla competente sezione del Csm. Ebbene: ipotizzando che Storari si fosse comportato in modo estremamente scorretto e tale da mettere a rischio la corretta amministrazione della giustizia, il titolare dell’azione disciplinare ne aveva domandato il cambio delle funzioni. In pratica: il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante. Siccome riteneva che si fosse rivelato scorretto nel fare il pm, Salvi domandava che Storari venisse trasferito in altra sede a fare il giudice!

Non è uno scherzo: è proprio così. Se non vi pare poco – e in effetti non lo è – è bene che vi teniate pronti al successivo riscontro che abbiamo fatto. E cioè che questo strano tipo di provvedimento disciplinare è previsto dalla legge. In questo caso, non si tratta propriamente di una scoperta, perché è ovvio che le sanzioni destinate ai magistrati siano tipizzate dal legislatore. La destinazione ad altre funzioni, a titolo di misura cautelare (cioè provvisoria), è prevista dall’art. 13, comma 2, del decreto legislativo n. 109/2006. La sezione disciplinare del Consiglio superiore può stabilirla, ove infligga sanzioni più gravi dell’ammonizione, quando ricorrono gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare e motivi di particolare urgenza.

Responsabilità della politica e referendum

In costanza di norme di questo genere, è facile intuire come la pretesa dei Governi (indifferentemente politici e tecnici) di ignorare l’assoluta improcrastinabilità di interventi ordinamentali sulla Magistratura sia assolutamente inaccettabile. Anzi: norme come quella che abbiamo visto scolpiscono nella pietra la pur ovvia corresponsabilità della politica per la condizione in cui versano i poteri dello Stato. Come ci si può attendere, ad esempio, che la politica ponga fine alla collocazione fuori ruolo dei magistrati, quando essa non esita ad ipotizzare di adibire alle funzioni di giudice un magistrato, che si teme abbia fatto dei danni in qualità di pm? Ovvero, di destinarlo proprio a funzioni amministrative, realizzando direttamente quello che si può chiamare l’uso giudiziario della politica? Perché non è improbabile che possano essere stati esattamente dei magistrati, distaccati presso l’ufficio legislativo del ministero della Giustizia, ad aver scritto norme come il citato comma 2 dell’art. 13.

Ci par bene, altresì, mettere in guardia rispetto alle “magnifiche sorti e progressive” che saranno rilanciate dalla propaganda referendaria. Il referendum non costituzionale, nel vigente ordinamento, è solo abrogativo, mentre abbiamo già detto come il livello su cui bisognerebbe anzitutto intervenire sia quello costituzionale. Le proposte referendarie servono, tutt’al più, a fare la campagna referendaria, cioè a sensibilizzare intorno ai problemi. Il fatto è che, quando tra i promotori si scopre la Lega, che è stata a lungo ed è tuttora un partito di governo, l’auto-sensibilizzazione desta qualche perplessità.

La “nobilitate” di Draghi alla prova Magistratura

Da buoni cittadini, ci auguriamo la migliore riuscita della riforma Cartabia, che riguarda non solo la durata dei processi, ma anche numerosi altri aspetti della legislazione giudiziaria. Continuiamo, però, a lamentare la latitanza di una complessiva riforma dell’assetto della giurisdizione, che non può non passare per una novella costituzionale.

È anche qui che si parrà la “nobilitate” del Governo presieduto da Mario Draghi e, specialmente, la sua personale. Qui non basta ripetere un mantra, come nel caso dei vaccini. Qui bisogna scontrarsi con interessi elevati e consolidati, disdegnando di preferirli a quello comune e nazionale. Super Mario ci riuscirà? Se vorrà provarci, la questione della Magistratura dovrà trovare presto spazio nella sua agenda.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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