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Trump e Kim: tutti i dubbi sul vertice di Singapore

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Trump e Kim: quali effetti produrrà, nell’area del Pacifico, il vertice di Singapore tra il presidente statunitense e il dittatore nord-coreano? Una riflessione ponderata sull’avvenimento del 12 giugno, infatti, non può limitarsi alla questione dell’armamento nucleare di Pyongyang. Deve estendersi anche allo stato complessivo delle relazioni in Estremo oriente. Cominciamo però dalle conclusioni del meeting tra Donald Trump e Kim Jong-un.

Trump e Kim: tanti punti in sospeso 

È opinione largamente condivisa che la Corea del Nord abbia spuntato molto più degli Stati Uniti dallo storico summit asiatico. Del resto, questo è vero anzitutto in termini di accreditamento mondiale. Per capire su cosa si fondi il successo di Kim, basta scorrere la dichiarazione congiunta, sottoscritta dai due leader al termine del faccia-a-faccia.

La pace è il tema più ricorrente in queste poche righe. Il problema è che non viene dettagliato il modo con cui costruirla, né soprattutto come fare a mantenerla. Lo scambio essenziale che viene evocato quasi subito, tra sicurezza della repubblica democratica (leggi: sopravvivenza del regime dinastico-comunista dei Kim) e completa denuclearizzazione della penisola coreana, è piuttosto sbilanciato. Un “regime change” potrebbe essere perseguito anche indirettamente ma, ove costituisca il target di una politica estera, sarebbe difficile dissimularlo.

Tutt’altra storia per l’armamento nucleare di Pyongyang, che già c’è per rivendicazione e unanime ammissione. Al proposito, sotto l’etichetta della denuclearizzazione completa, nella dichiarazione congiunta non c’è alcuna esplicitazione. Niente sull’interruzione dei programmi relativi a plutonio e uranio. Niente sulla distruzione dei missili balistici intercontinentali. E niente sulle ispezioni dell’Onu e sulla loro invasività. In più, nessun vincolo tempistico. Insomma: per dirla con Nicholas Kristof(The New York Times), i contenuti più importanti della dichiarazione di Singapore sono quelli mancanti.

Gli equilibrismi americani

A non mancare, invece, è una precisazione abbastanza inusuale per un documento come questo. E cioè che la prosecuzione dei negoziati, decisiva stante la vaghezza delle conclusioni del vertice, sarà condotta per parte americana dal Segretario di Stato Mike Pompeo. Almeno da principio, dunque, il dialogo sarà condotto da una colomba dell’amministrazione repubblicana, a scapito del falco John Bolton.

La ricerca dell’equilibrio tra una tendenza più aggressiva e interventista e un’altra più conciliante e persuasiva caratterizza ogni amministrazione statunitense. Nel caso di Trump, però, il suo staff deve anche cercare di moderare il narcisismo e la disinvoltura del tycoon. A fare da spia del carattere interlocutorio delle conclusioni di Singapore, comunque, ci sono due dati emersi nella conferenza stampa di Trump, a margine del summit. Da una parte, la determinazione americana a mantenere le sanzioni contro Pyongyang, in attesa di progressi sostanziali sul nucleare. Dall’altra, l’intenzione di sospendere momentaneamente le esercitazioni militari congiunte statunitensi e sudcoreane, definite dal presidente costose e addirittura provocatorie.

Trump e Kim: obiettivo Cina

Ma vediamo quali conseguenze potrebbero prodursi nell’Asia Pacifica, innescate dalle prove di avvicinamento Washington-Pyongyang. È prima di tutto il ruolo della Cina a venir messo in discussione. Mediatrice necessaria e unica sponda della dinastia rossa nordcoreana, Pechino potrebbe essere scavalcata come interlocutrice privilegiata della Corea del Nord.

Un riposizionamento strategico, poi, porterebbe gli Stati Uniti a contrastare l’espansionismo cinese, che oppone il Celeste impero al Giappone per il controllo di isole, atolli e aree d’influenza. Alcuni analisti internazionali, nondimeno, vedono nella nuova versione dialogante di Kim Jong-un la mano invisibile di Xi Jinping. A loro parere, la distensione Usa-Nord Corea renderà difficile tornare ai toni bellicisti precedenti, anche nel caso le trattative si arenassero.

Le ansie di Seoul e Tokyo

Nel frattempo, la Corea del Sud e il Giappone hanno qualche motivo di apprensione. Moon Jae-in, con il vertice di Panmunjom, ha propiziato quello di Singapore. Ma, più delle armi nucleari, sono i cannoni convenzionali puntati dal Nord sul Sud a tenere in scacco da decenni Seul e Washington. Quanto al Giappone, Shinzō Abe sperava di ottenere qualcosa sul fronte dei concittadini rapiti da Pyongyang, ma per ora non se n’è parlato. E il ricordo del sorvolo dei missili di prova di Kim sul territorio nipponico è ancora vivo.

Nell’attesa di sviluppi, il confronto tra Trump e Kim ha visto prevalere ai punti il giovane dittatore. La sua apparenza eccentrica non inganna più: da buon asiatico, ha vista e fiato lunghi. Trump saprà tenerne il passo?

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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