Cultura

“Città svelate”: tutto sulla mostra di Anna Mazza al Castello di San Pietro in Cerro

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“Città svelate” è il titolo suggestivo della mostra di Anna Mazza in corso al Castello di San Pietro in Cerro in provincia di Piacenza. Un evento patrocinato dal MiM, Museum in Motion, collezione di arte contemporanea che ha sede nell’antica dimora gentilizia, secondo il progetto della famiglia Spaggiari iniziato ormai oltre vent’anni fa: dare visibilità agli artisti emergenti del territorio.

Le opere dell’artista piacentina sono esposte nella Sala dei Drappi del Castello fino al 26 maggio. La mostra “Città svelate” è a cura di Roberta Castellani e Carlo Francou; l’ingresso è gratuito e l’esposizione si può visitare dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 15 alle 18.

Artista poliedrica

Anna Mazza è un’artista poliedrica: pittrice, scultrice, decoratrice e scrittrice. Le sue opere sono presenti in collezioni private ed esposte al MiM e nella sede di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Quest’anno Mazza partecipa anche alla Biennale internazionale di Mantova, e vanta le presentazioni critiche di Vittorio Sgarbi e Marco Rebuzzi relative ai suoi quadri pubblicati sull’Annuario internazionale di arte contemporanea 2024 distribuito da Mondadori.

Alla scoperta di “Città svelate” 

Ma torniamo all’evento nel Castello di San Pietro in Cerro: per comprendere gli aspetti essenziali delle opere esposte, vi proponiamo la presentazione integrale del catalogo della mostra firmata da Carlo Francou.

«Nel 1972 lo scrittore Italo Calvino dà alle stampe una raccolta di racconti intitolata “Le città invisibili” nella quale immagina un dialogo tra Marco Polo e Kublai Khan dove il viaggiatore veneziano descrive cinquantacinque città dell’immenso territorio sottomesso al condottiero mongolo fondatore del primo impero cinese. Città che portano ciascuna un nome di donna dalla derivazione classicheggiante: da Diomira a Isaura.

Anna Mazza da tempo ha rivolto il suo sguardo e l’espressione del suo linguaggio pittorico proprio sulla raffigurazione di misteriose città in grado di affascinare chi le scruta da quel privilegiato punto di osservazione che l’artista ha creato, come se si trattasse di una fenditura in grado di far percepire il vissuto ed il mistero di quegli stessi agglomerati urbani. Uno skyline nel quale svettanti edifici mostrano i tratti delle metropoli d’oltreoceano, mentre altri richiamano profili e profumi di antiche culture orientali. Tra grattacieli, cupole e affusolati minareti il racconto si dipana svelando, di volta in volta, aspetti differenti di un medesimo vissuto, tra Occidente e Oriente, quasi a voler comprendere in un unico “affresco” i tratti salienti delle nostre esistenze, senza peraltro mostrare direttamente una presenza umana che rimane nascosta ma di cui si percepisce la presenza attraverso una miriade di finestre illuminate in una notte, o in un’alba, come cristallizzata e dominata da un senso di attesa.

Quelli dell’artista sono racconti interiori che si materializzano nel profili di quei paesaggi urbani nei quali convivono mondi e tradizioni differenti. Rappresentazioni in cui sono presenti come delle “barriere” che si aprono per permettere di cogliere la vita, i sentimenti, le aspettative, le gioie, i tormenti, la cultura stessa che sta alla base di quelle città da cui Mazza è attratta e di cui è ispirata cantrice. Per questa ragione le “barriere” restano percepibili sul perimetro del dipinto (si veda a questo proposito l’opera Riflesso scarlatto) attraverso l’utilizzo di lastre metalliche che concorrono a dare risalto al centro della composizione, come se ci si trovasse sul limitare di un antro che aveva oscurato la visione di quanto fino ad allora era inibito alla vista. In altri casi sono teli e panneggi che si squarciano per permettere di vedere la realtà delle cose, come quel velo di Maya descritto da Schopenhauer, che nasconde all’uomo la vera conoscenza di sé e di quanto lo circonda.

Per Anna Mazza però le città sono imprescindibili dalla natura che rappresenta il bene a cui riferirsi, quella sorta di eco di quell’antico Eden che è in ognuno di noi e di cui nell’intimo sentiamo un continuo richiamo. La città si trasforma ma anche la natura è in continuo mutamento ed entrambe devono necessariamente dialogare tra loro, pena un’implacabile deriva della casa comune e dell’intera umanità. “La terra ci precede e ci  stata data” recita una frase della Laudato si’ di papa Francesco. Un monito che vale sia per la cura del creato che per la convivenza umana, troppo spesso dominata da egoismi, violenze e prevaricazioni.

Quelli della pittrice sono itinerari mentali, viaggi nell’inconscio nei quali Mazza entra per poi cambiare percorso e approdare ad altro. Un processo di interiorizzazione non come esercizio mentale ma come profondo ascolto spirituale dove è il cuore ad accendere la scintilla dell’espressione artistica.

Ad illuminare con la sua luce ogni dipinto è sempre la luna, il cui caratteristico disco seducente emerge in differenti cromie, tra velature di nuvole che sembrano attraversare un cielo ovattato che riempie di quiete questa visione quasi onirica. La fantasia a questo punto si accende e con essa  curiosità e pensiero si liberano aprendo a chi osserva sempre nuove visioni, sempre nuovi racconti.

Ci si scopre così ad assaporare il fragrante nettare di una mela tagliata in due parti mentre la città sullo sfondo sembra come addormentata o ancora ci si lascia sedurre dai mille postic sui quali emergono frammenti in grado di far percepire il dinamismo che regola i tempi della nostra quotidianità e il succedersi delle ore e delle stagioni.

Carte applicate sulla superficie pittorica che diventano come velari mossi dal vento e poi il rame e il piombo con cui l’artista realizza schermature in grado di guidare la visione e nello stesso tempo di rassicurare e di tener viva l’attenzione. Tutto concorre a questa sinfonia di segni e di cromie. In diversi casi il perimetro della tela non è sufficiente a contenere l’intero racconto, per questa ragione l’artista sviluppa l’opera strutturandola su più tele o tavole che possono essere unite tra loro ma che hanno una propria autonomia e completezza anche singolarmente. È il caso di un paio di sequenza costituite da cinque dipinti affiancati l’uno all’altro in cui compaiono altrettante lune, quasi ci trovassimo di fronte ai fotogrammi di una pellicola cinematografica. Frammenti in cui i teli si aprono sulla città pur mantenendosi uniti da sottili ricuciture nel silenzio di notti che si accendono di purpurei riflessi.

Tele, tavole, persino squadrati ritagli di giornale per questi viaggi tra il visibile e l’invisibile, in spazi sconosciuti ma pronti ad accogliere l’osservatore, luoghi in cui il tempo è scandito da una miriade di fabbricati addossati gli uni agli altri come un’immensa muraglia apparentemente invalicabile. Secondo gli archeologi la più antica città del mondo è stata Gerico. A più di duecentocinquanta metri sotto il livello del mare, in quella che è considerata la più profonda depressione del pianeta, undicimila anni fa mani umane innalzarono una città di cui oggi non rimane che qualche rara pietra sferzata dal caldo vento del deserto; le città di Anna Mazza, pur nella loro evidente contemporaneità, richiamano quelle antiche storie di un’umanità in cammino ridando loro vita in un racconto fatto di emozione, passione e sentimento».

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