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Giornata del mare: gli sos di Ami e Coldiretti per il Mediterraneo

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Giornata del mare: fare il punto sulle condizioni del Mediterraneo presenta risvolti drammatici, tra cumuli di rifiuti che arrivano in acqua e una pesca italiana sempre più in crisi. Ma andiamo con ordine e vediamo che cosa raccontano Ambiente Mare Italia (Ami) e Coldiretti, passando in rassegna le emergenze ambientali e quelle economiche.

Un mare di plastica

“I dati dell’ultimo rapporto dello Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) non sono confortanti”, si afferma in una nota di Ami. “La plastica totale accumulata nel Mar Mediterraneo è stimata nell’ordine di grandezza di un milione e 178mila tonnellate. Lo studio stima una dispersione di plastica annuale media di 229mila tonnellate (in un range da 150mila a 610mila tonnellate all’anno), costituite dal 94% di macro-plastiche e dal 6% di micro-plastiche”.

Allarme mascherine

Secondo il rapporto, “gli ‘hot-spot’ di plastica sono situati vicino alla foce dei principali fiumi e vicino alle grandi aree urbane. L’emergenza Covid, inoltre, ha favorito il ritorno all’uso della plastica monouso e i dpi (Dispositivi di protezione individuale), come le mascherine rappresentano oggi un altro grave rischio per il pianeta Mare. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), infatti, ‘se solo l’1% delle mascherine utilizzate in un mese venisse smaltito in maniera non corretta, si avrebbero 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente‘”.

Che fare?

Ami si rivolge quindi “al Governo Draghi, al ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, e a tutte le altre istituzioni per un’azione sempre più concreta ed efficace per la tutela e valorizzazione del nostro ‘Tesoro Blue’. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e gli oltre 60 miliardi destinati all’ambiente dal Recovery Fund rappresentano un’occasione imperdibile per il perseguimento degli obiettivi dell’Agenda Onu 2030 e dell’European Green Deal”, prosegue la nota ripresa anche dall’Agenzia Dire.

“Innovazione digitale, smart city, decarbonizzazione, contrasto all’uso della plastica, energia da fonti rinnovabili, sono tutte scommesse che l’Italia può vincere solo grazie a progetti di trasformazione infrastrutturale del nostro Paese”, afferma Alessandro Botti, presidente di Ambiente Mare Italia. “Troppa gente dice di amare il mare, ma troppa poca gente conosce e progetta il mare. Spero che, grazie anche al Pnrr e alle risorse del Recovery Fund, il mare diventi una priorità per il nostro Governo. Conosciamo poco i fondali dei nostri oceani e pochissimo i magnifici tesori del mare, una risorsa infinita che l’uomo deve imparare a difendere, conoscere e valorizzare”.

Queste le azioni Salva Mare lanciate da Ami:

  • Prevenire e ridurre in modo significativo ogni forma di inquinamento marino, in particolare attraverso la drastica riduzione dell’uso degli imballaggi e una maggiore severità nei confronti delle aziende che inquinano;
  • Introdurre un reale e concreto sistema di premialità in favore delle aziende eco-compatibili e l’implementazione dei fondi a disposizione delle aziende e Pmi che intendono convertire o rendere più eco-compatibile la propria produzione;
  • Ridurre la plastica monouso e introdurre una disciplina legislativa su una quota minima di vendite di prodotti sfusi;
  • Proteggere e conservare le Aree marine protette (Amp) esistenti e crearne di nuove; sostenere e agevolare il passaggio verso una pesca e un’acquacoltura sempre più sostenibili.
L’allarme di Coldiretti

E a lanciare un sos sul pesce italiano è la Coldiretti. La flotta tricolore negli ultimi 30 anni ha perso il 40% delle imbarcazioni, con un impatto devastante su economia e occupazione di un settore cardine del made in Italy, ora ulteriormente aggravato dall’emergenza Covid. Per l’analisi della Coldiretti Impresapesca, gli effetti combinati dei cambiamenti climatici, delle importazioni selvagge di prodotto straniero e di una burocrazia sempre più asfissiante hanno ridotto il numero dei pescherecci italiani ad appena 12mila unità. Mettendo a rischio il futuro del comparto, ma anche la salute dei cittadini. Poiché con la riduzione delle attività di pesca viene meno anche la possibilità di portare in tavola pesce Made in Italy, favorendo gli arrivi dall’estero di prodotti ittici che non hanno le stesse garanzie di sicurezza di quelle tricolori.

Il crollo della ristorazione

A peggiorare ulteriormente la situazione ha contribuito per Coldiretti la pandemia. Con il crollo di oltre il 30% degli acquisti di pesce da parte della ristorazione dall’inizio dell’emergenza sanitaria; peraltro reso più pesante dalle chiusure di aprile. Il risultato è un crack da 500 milioni di euro tra produzione invenduta, crollo dei prezzi e chiusura dei ristoranti. Senza dimenticare l’aggravio di costi per garantire il rispetto delle misure di distanziamento e sicurezza a bordo delle imbarcazioni, con i pescatori che hanno continuato a uscire in mare per assicurare le forniture di pesce fresco ai consumatori.

I consumi domestici

Un calo che non è stato compensato dall’aumento degli acquisti domestici del 6,7%, secondo l’analisi di Coldiretti sui dati Ismea relativi all’anno 2020. Ad essere premiati sono stati soprattutto i consumi di prodotto surgelato, cresciuti del 17,6% rispetto al +2,3% del pesce fresco, inferiore anche rispetto alle conserve (tonno ecc.) in salita del 5,8% e a quelli essiccati o affumicati, che guadagnano un +11,1%. Peraltro proprio il prodotto surgelato è quello che da’ minori garanzie rispetto all’origine, considerato che in 9 casi su 10 arriva dall’estero.

In questo quadro, il consumo pro capite degli italiani è di circa 28 kg di pesce all’anno; un dato superiore alla media europea, ma decisamente basso se confrontato con quello di altri Paesi che hanno un’estensione della costa simile, come ad esempio il Portogallo, dove se ne mangiano quasi 60 kg.

Il peso della burocrazia

Alle difficoltà economiche aggravate dalla pandemia, continua Coldiretti, si aggiungono quelle legate alla drastica riduzione dell’attività di pesca imposte dalla burocrazia e dalle normative europee. Le giornate di effettiva operatività a mare sono scese a non più di 130 di media all’anno, rendendo non più sostenibile l’attività di pesca per la flotta nazionale, considerata anche l’assenza di sostegni e di ammortizzatori capaci di compensare le interruzioni.

Pesca e clima 

Ma a pesare è anche l’impatto dei cambiamenti climatici che ha profondamente mutato la disponibilità di pescato, rileva Coldiretti. Pesci come le alacce o le lampughe, sino a qualche anno fa introvabili nei mari italiani, sono oggi diffusamente presenti nell’Adriatico e nel Tirreno; mentre sono andate in sofferenza specie tradizionali come le sardine o le alici, messe in crisi dall’innalzamento delle temperature.

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