Fondazione di Piacenza e Vigevano: dopo il primo articolo sul bilancio dell’Ente di Palazzo Rota Pisaroni, veniamo alla seconda parte della nostra analisi.
Ricordate quella canzone che cantavano i nostri genitori o i nostri nonni “Se potessi avere mille lire al mese …”? A quei tempi uno che prendeva mille lire al mese di stipendio era considerato “un signore”. Oggi con mille lire (52 centesimi di euro) non si prende neanche un caffè. I 52 centesimi di allora devono diventare come minimo due o tremila euro, oggi.
Che c’entra la Fondazione? Anche lei ha lo stesso problema: nel corso del tempo deve mantenere il valore reale del capitale, altrimenti anno dopo anno si impoverisce e si svuota.
Il valore reale del capitale
Prima osservazione: negli ultimi venti anni il valore reale del capitale non è stato mantenuto. Per rendersene conto basta scaricare dal suo sito i bilanci storici della Fondazione.
Prendiamo in esame la voce “Patrimonio netto”, la quale rappresenta da un punto di vista contabile, sia pure in modo approssimativo e rozzo, il valore effettivo della ricchezza detenuta dalla Fondazione. Esaminando la voce “Patrimonio netto” si nota che nel 2000 ammontava a 368 milioni di euro, mentre a fine 2019 era sceso a 364 milioni, praticamente invariato.
Allora il valore del patrimonio si è mantenuto? Purtroppo no, secondo gli indici Istat, dal 2000 al 2019 l’inflazione cumulata è stata complessivamente del 34,5%. Quindi, per mantenere invariato il valore del patrimonio, i 368 milioni del 2000 oggi dovrebbero essere 495. Invece sono solo 364. In pratica mancano circa 130 milioni all’appello, e la Fondazione si è impoverita, in termini reali.
Cerchiamo di ricostruire come mai; anzitutto ci sono state alcune grosse perdite sugli investimenti, tra le principali ricordiamo:
- – 14 milioni nel 2009 su Funivie Folgarida e Aeroterminal Venezia;
- – 24,5 milioni nel 2011 su Banco Monte Parma;
- – 28 milioni nel 2013 ancora su Banco Monte Parma;
- – 6,4 milioni nel 2017 su Fondo Atlante;
Quindi ci sono stati diversi investimenti sfortunati, anche di dimensioni consistenti. Comunque sommando tutte queste perdite si arriva a circa 70 milioni, mentre all’appello ne mancano circa 130. Questo ci porta a dire che, indipendentemente dagli errori commessi in passato, va fatta una considerazione di fondo.
Investimenti e valore del capitale
Seconda osservazione: la politica di investimento sin qui adottata non permette di mantenere il valore del capitale. Non tanto e non solo per gli errori commessi in passato. Gli errori in qualche misura sono inevitabili, si può solo sperare, per il futuro, di riuscire in qualche modo a contenerli.
Faccio qualche riflessione sparsa, con la speranza di riuscire alla fine a trarre qualche conclusione utile:
- Gli investimenti della Fondazione al 31.12.2019 erano così composti (dati in milioni di euro):
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Partecipazioni |
127 |
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Liquidità |
97 |
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Fondi di investimento |
92 |
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Obbligazioni |
32 |
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Polizze assicurative |
28 |
|
Altri investimenti (private equity, ecc…) |
5 |
|
Immobili da reddito |
5 |
- La liquidità rende praticamente zero, le obbligazioni se si è fortunati rendono poco più del 2%, con investimenti di questo tipo siamo molto distanti dall’obiettivo del 4% che bisogna raggiungere per mantenere il valore del capitale.
- Le partecipazioni hanno un livello di diversificazione praticamente nullo, considerato che sono tutte nel settore bancario (Credit Agricole Cariparma, Cassa depositi e prestiti, Banca d’Italia e altre banche) e tutte relative al nostro Paese.
- L’elevato livello di complessità e opacità di alcuni strumenti (fondi alternativi, polizze assicurative, obbligazioni strutturate e così via) e la sovrapposizione di intermediari e consulenti esterni comporta una stratificazione di oneri a carico della Fondazione, sia in termini espliciti, come commissioni e spese varie, sia soprattutto in termini impliciti (scarsa liquidità degli investimenti, possibili conflitti di interesse, incertezza del valore di mercato, e così via). Dopo tutto gli intermediari devono in qualche modo guadagnare la loro remunerazione, la quale in ultima analisi non può che andare a discapito dei rendimenti effettivi per la Fondazione.
- Senza considerare gli oneri per le cause legali relative agli investimenti “sballati” indicati da qualche società di consulenza (se qualcuno è curioso provi a cercare nei vecchi bilanci quanti milioni di euro è costato il contenzioso con Prometeia).
- Le uniche forme di investimento che, attualmente, possono offrire a lungo termine una prospettiva di rendimento superiore al 4% lordo sono gli investimenti azionari e – forse – gli immobili da reddito.
- Naturalmente anche le forme alternative (fondi, polizze, private equity e così via) possono rendere più del 4%, ma dato che in ultima analisi sono anch’essi investiti in azioni – o immobili – il loro rendimento a lungo termine è comunque legato a quello del mercato azionario, con l’aggravante dei maggiori oneri espliciti e impliciti per intermediazione.
Fondazione: problemi e consapevolezza
Veniamo alle conclusioni finali di questa analisi:
- Troppa liquidità, troppe obbligazioni. I rendimenti elevati si fanno solo con le azioni e, forse, con gli immobili.
- Troppi prodotti strutturati, troppi intermediari: se la Fondazione iniziasse a gestire in proprio gli investimenti anziché delegarli a terzi si potrebbero ridurre i costi di intermediazione e aumentare i rendimenti.
- La diversificazione va molto aumentata: non esiste solo l’Italia, c’è un mondo in cui investire. Non esistono solo le banche, ci sono centinaia di settori economici in cui si può operare. Bisogna sempre tenere in mente che la diversificazione, a parità di rendimento atteso, riduce moltissimo il rischio.
- Portando gli investimenti della Fondazione ad un 80% in azioni molto diversificate (e magari immobili) si può avere la ragionevole aspettativa nel lungo termine di raggiungere quel 4% di rendimento necessario per assicurare al territorio un livello dignitoso di erogazioni e nel contempo mantenere il valore reale del capitale. Storicamente in un arco di 30 anni non è praticamente mai successo che le azioni abbiano reso meno della liquidità, delle obbligazioni, delle materie prime, dell’oro e così via; e hanno sempre offerto un rendimento ben superiore a quello sopra indicato.
Queste conclusioni valgono in teoria. In pratica però ci sono altre considerazioni che hanno la loro importanza.
Se nell’arco di 30 anni niente batte le azioni, nel breve medio termine può accadere di tutto; per esempio nel 1929-1933 le azioni americane hanno perso il 90% del loro valore. Al termine della Seconda guerra mondiale i mercati azionari tedesco e giapponese si sono praticamente azzerati. Cosa accadrebbe se gli organi della Fondazione decidessero di investire quasi tutto sull’azionario, e poi scoppiasse una crisi simile? Non sarebbero sottoposti sicuramente al linciaggio mediatico, politico e forse anche giudiziario?
Lo stesso discorso vale per gli immobili; dal dopoguerra in poi hanno offerto sempre ottimi rendimenti e rivalutazioni del capitale, ma da una decina d’anni a questa parte l’andamento è tragico, con perdite di valore anche molto importanti.
Forse bisogna accettare il fatto che, alla luce dei condizionamenti politici e massmediatici, non è realisticamente possibile mantenere il valore del capitale della Fondazione; bisogna forse accontentarsi di un rendimento, e di un rischio, medio basso, e accettare che, col tempo, la Fondazione si impoverirà sempre più, e vedrà diminuire il peso dei propri interventi a favore della società civile. La cosa importante è esserne consapevoli, e prendere espressamente una decisione in tal senso, anziché subirla passivamente.
Potrebbe essere giusto quello che diceva un presidente della Fondazione, ora non più in carica: “Se fossero soldi miei potrei rischiare, ma non sono soldi miei, non posso mettere tutto a rischio. Se c’e’ un crollo, cosa vado a raccontare ai miei concittadini?”.
Luigi Zaninoni si è laureato in economia e commercio presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È dottore commercialista e revisore contabile. È stato tutor, collaboratore e professore a contratto presso l'Università Cattolica a Milano, Piacenza e Cremona. È stato sindaco effettivo o revisore presso, tra l'altro, la Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano, la Fondazione Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano, l'Amministrazione provinciale di Piacenza, A.S.M. Piacenza, I.A.C.P. Piacenza.




