Economia

I conti in tasca alla Fondazione di Piacenza e Vigevano (prima parte)

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Fondazione di Piacenza e Vigevano: avete ereditato dal vecchio zio d’America? Avete vinto il Superenalotto? Siete andati in pensione e avete venduto a peso d’oro la vostra attività a qualche ricco investitore? Allora siete nella migliore posizione per capire il bilancio della Fondazione.

Infatti il bilancio della Fondazione non è come i bilanci delle società: è piuttosto il bilancio di una famiglia molto ricca. Chi ha studiato ragioneria ricorderà che le società sono aziende di produzione: producono beni e servizi e li vendono sul mercato. Le Fondazioni, come le famiglie (specialmente se ricche), sono invece aziende di erogazione: hanno un patrimonio, più o meno vasto, e lo usano per far fronte ai propri fabbisogni ma anche, e soprattutto se sono famiglie generose, per sopperire in qualche modo ai fabbisogni della collettività in cui vivono.

L’uso migliore del patrimonio

Capìta questa premessa, è molto più facile capire il bilancio della Fondazione. Diciamo che avete ereditato 400 milioni di euro, e in qualche modo dovete farne l’uso migliore. Nel caso della Fondazione, avete venduto la Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano ad altre banche più grandi, transitando negli anni per Cariparma, per Intesa, per Credit Agricole, e in cambio avete ricevuto un sacco di soldi, da usare nel migliore dei modi.

Naturalmente potreste limitarvi a lasciare i soldi sul conto corrente, e prelevare man mano i soldi che vi servono per le vostre spesucce. Si tratta di una politica di tutto riposo, ma ha un grosso inconveniente: col passare del tempo il vostro patrimonio si ridurrà sempre di più, fino a ridursi (tra qualche secolo) a zero.

Infatti i soldi lasciati sul conto corrente rendono sostanzialmente lo 0%, mentre la vostra famiglia per mantenere un certo tenore di vita ha bisogno di prelevare ogni anno centinaia di migliaia di euro; senza contare che potreste volere anche fare del bene alla comunità nella quale vivete, per cui ci sarebbero altre spese per interventi filantropici e così via.

A lungo andare il vostro patrimonio sarebbe azzerato. Questo potrebbe essere al limite accettabile per una famiglia (anche se poco lungimirante); ma è assolutamente inaccettabile per una Fondazione bancaria che non appartiene ad una singola famiglia ma in sostanza a tutte le persone che vivono su un determinato territorio.

Senza contare poi che, anche se i soldi sul conto corrente in apparenza restano invariati, in realtà a lungo andare essi subiscono l’erosione dovuta all’inflazione; per cui, 400 milioni tra dieci anni probabilmente avranno un potere di acquisto notevolmente inferiore rispetto a quello odierno.

Patrimonio e investimenti 

Da qui si capisce che la prima esigenza della Fondazione è quella di  investire oculatamente il patrimonio. Questi investimenti devono soddisfare contemporaneamente due esigenze: ottenere un buon rendimento (se il rendimento è troppo basso, in pratica è come lasciare i soldi sul conto corrente); non rischiare di perdere il patrimonio (se investite tutti i 400 milioni in una miniera d’oro in Siberia, magari se siete fortunati potete triplicare il capitale, ma se siete sfortunati e la miniera si rivela un buco nell’acqua potete ritrovarvi senza un soldo).

Queste due esigenze vanno coniugate tenendo conto che gli studi economici e l’evidenza empirica dimostrano che: maggiore è il rendimento che si vuole ottenere, maggiore è il rischio di perdita patrimoniale che si corre a parità di rendimento desiderato; il rischio si riduce attraverso la diversificazione degli investimenti, ossia non mettendo tutte le uova in un paniere, ma suddividendo il patrimonio complessivo in tanti piccoli panieri (un po’ in immobili, un po’ in azioni, in titoli di stato, in obbligazioni, in investimenti assicurativi e così via).

Rendimento e obiettivi

A questo punto cerchiamo di capire quale rendimento deve conseguire la Fondazione per adempiere ai propri scopi istituzionali (che sono, sopravvivere senza impoverirsi, e aiutare le necessità del territorio). Bisogna tenere conto di diversi fattori: per sopravvivere la Fondazione spende ogni anno circa lo 0,5% del patrimonio (per la precisione, nel 2019, a fronte di un patrimonio di 365 milioni, ha speso 2,2 milioni per spese di sussistenza (stipendi, utenze, spese generali, eccetera); un po’ come la famiglia che ha delle spese fisse da sostenere per vivere.

Storicamente il territorio e gli enti pubblici di riferimento della Fondazione si attendono che, all’incirca, essa destini circa l’1,5% del patrimonio a interventi di carattere benefico nei settori di interesse della Fondazione. Per fronteggiare l’erosione del potere di acquisto dovuto all’inflazione, è necessario conseguire un rendimento superiore a zero, e tale da pareggiare – almeno – l’inflazione attesa.

Stimare l’entità dell’inflazione attesa è naturalmente difficoltoso, ma l’inflazione Istat media dal 1999 al 2019 è stata pari allo 1,6% per cui, anche se ci troviamo in un periodo particolare di inflazione storicamente bassa, attendersi un’inflazione futura inferiore all’1% non sembra particolarmente realistico.

Soluzione al 4%

Riassumendo, per far fronte alle molteplici esigenze e attese, la Fondazione come minimo deve ottenere dal proprio patrimonio un rendimento annuo dello 0,5% (spese di gestione) +1,5% (interventi benefici) +1% (inflazione), per un totale del 3% annuo. Questo 3% minimo deve essere un tasso netto da imposte (ottenere il 3% e poi doverne dare magari un quarto allo Stato non soddisfa gli obiettivi che la Fondazione deve raggiungere). Se si tiene conto che, attualmente, la maggior parte degli investimenti della Fondazione subiscono una tassazione del 26%, è facile calcolare che il rendimento minimo lordo deve essere superiore al 4% (il 26% del 4% è circa l’1%, per cui 4-1= 3%).

La situazione attuale dei mercati finanziari non consente assolutamente di conseguire rendimenti dell’ordine del 4% annuo senza correre rischi piuttosto elevati; basti pensare che il rendimento lordo dei BTP (tradizionalmente considerati a basso rischio) scadenti nel 2067 (mancano 47 anni alla scadenza, per cui si fa comunque un notevole atto di fede nella stabilità dello Stato italiano nel prossimo mezzo secolo) è del 2,4% lordo circa.

Se la Fondazione vuole conseguire i propri obiettivi, quindi, è inevitabile che la politica degli investimenti assuma un profilo di rischio medio alto, privilegiando investimenti rischiosi come quelli sul mercato azionario; e forse anche sugli immobili da reddito, a scapito della liquidità, dei titoli obbligazionari, dei titoli di stato.

Nella seconda parte di questa analisi vedremo se questi obiettivi sono realisticamente conseguibili; oppure se esiste concretamente il rischio che siano irraggiungibili. Per cui la Fondazione potrebbe, nel lungo termine, dover rivedere al ribasso i propri obiettivi o subire il progressivo impoverimento del patrimonio.

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Luigi Zaninoni si è laureato in economia e commercio presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È dottore commercialista e revisore contabile. È stato tutor, collaboratore e professore a contratto presso l'Università Cattolica a Milano, Piacenza e Cremona. È stato sindaco effettivo o revisore presso, tra l'altro, la Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano, la Fondazione Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano, l'Amministrazione provinciale di Piacenza, A.S.M. Piacenza, I.A.C.P. Piacenza.

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