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Katia Tarasconi, intervista esclusiva al sindaco di Piacenza: ecco i miei primi cinquant’anni

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Katia Tarasconi il 5 ottobre compie 50 anni. L’occasione giusta per un’intervista esclusiva al sindaco di Piacenza di Ippolito Negri, direttore del periodico L’urtiga, curata da Carlandrea Triscornia di PiacenzaOnline, in collaborazione con Ilmiogiornale.net e PiacenzaDiario.

Sulla splendida terrazza del Grande Albergo Roma, Katia Tarasconi sveste i panni della prima cittadina e con Negri passa in rassegna tanti momenti del suo privato, dall’infanzia di bambina terribile agli anni giovanili negli Stati Uniti. Poi il ritorno in città, gli affetti e gli amici, gli inizi della sua vita politica, fino ad arrivare alla donna di oggi.

E allora, cari lettrici e cari lettori, avete due alternative per scoprire cosa ci ha raccontato il sindaco di Piacenza: la video intervista e, a seguire, il suo testo.

Un caffè in terrazza con Katia Tarasconi. Non è uno dei consueti appuntamenti organizzati dal sindaco di Piacenza per incontrare la cittadinanza; bensì un’intervista che Ilmiogiornale.net, PiacenzaDiario e PiacenzaOnline hanno deciso di organizzare per un evento certamente unico nella vita del primo cittadino, il suo cinquantesimo compleanno (che cade per l’esattezza giovedì 5 ottobre).

Una chiacchierata assolutamente informale, condotta da Ippolito Negri, direttore del periodico L’urtiga, e giocata tutta sul personale, tenendosi volutamente lontani dalla vita politica ed amministrativa della città, ospiti del Grande Albergo Roma sulla magnifica terrazza con vista sulla città, il Gotico da una parte, palazzo Farnese dall’altra.

Sindaco, anzi sindaca, come tiene ad essere chiamata, siamo al settimo piano, quindi siamo sopra la città. E siamo sopra ai problemi della città, per cui non parleremo con lei di tutto quello che riguarda la sua attività come sindaco; parleremo di Katia. Per cui le darò del tu, ti darò del tu, visto che abbiamo rapporti ormai da tanti anni, credo anche amichevoli e quindi possiamo raccontarci le cose. Con tranquillità. Non parleremo di problemi amministrativi.
«Che bello».

Parliamo dei tuoi primi 50 anni. Credi sia un momento di passaggio soprattutto per la donna? Mezzo secolo. Come ti senti?  Come lo stai vivendo?
«Sarò anomala. È un compleanno come tanti altri, non lo vivo con particolare ansia. Non mi sono mai affezionata alle ricorrenze di compleanni. È una cosa un po’ strana, però è un. compleanno come tanti altri»

Com’era Katia Tarasconi da bambina?
«Tremenda, io ero tremenda».

In che senso?
«Ho fatto le scuole elementari e medie a Bergamo. Finita la quinta elementare mia mamma, ad un certo punto, proprio perché ero tremenda, mi disse Katia, io non so più cosa fare con te. Quindi alle medie l’anno prossimo andrai dalle suore? Mi portò al Sacro Cuore di Bergamo dalle suore, perché ero tremenda, molto vivace».

Dopo le medie come hai vissuto l’età della delle dell’adolescenza?
«È stato un momento complicato. Finita la terza media, prima di compiere i 14 anni, ad agosto sono partita per gli Stati Uniti. Siamo emigrati ed  andati a New York, in realtà a Long Island, un “piccolo comune”. Piccolo è un eufemismo, perché c’era un liceo che ospitava circa 10mila studenti. Io non parlavo ovviamente l’inglese. I miei amici erano di Piacenza, io vivevo con mamma a Bergamo, i miei genitori erano separati: mamma a Bergamo, papà a Piacenza. Ma fin da piccola mi sono sempre sentita piacentina e mai bergamasca. Non so perché, però è sempre stato così. Sono nata a Piacenza, però ho sempre vissuto, fino alla terza media, con la mamma a Bergamo. Quando siamo partiti e siamo emigrati, ripeto, avevo 14 anni, un’età molto complicata, inizi il liceo con i tuoi amici. Io volevo essere a Piacenza. Invece mi sono ritrovata nel mezzo di Long Island a quell’età, senza parlare inglese e questo non è stato semplice. Ho pianto per circa due anni».

Come è stata, a parte questi due anni, l’esperienza americana?
«Beh, all’inizio molto dura, perché ti ritrovi in una realtà completamente diversa dalla tua, senza amici, così giovane… ovviamente si fa molta fatica. E poi io frequentavo delle lezioni in più, perché all’epoca negli Stati Uniti c’erano dei corsi aggiuntivi di lettura, scrittura ed inglese. Quindi mi ritrovavo in queste classi con portoghesi, russi, cinesi, iraniani; c’era tutto il mondo nelle mie classi e la cosa che ci accomunava è che nessuno di noi era americano, cioè nessuno di noi era nato lì. Poi con il tempo le cose sono migliorate. Abbiamo cambiato casa: da Long Island ci siamo trasferiti ad Upstate e ho cambiato scuola. Dopo due anni però, il mio inglese era decisamente buono. Perché i ragazzi fanno in fretta. In una nuova scuola ho trovato degli amici, mi sono inserita ed è cambiato tutto. Quando mi sono diplomata, dopo i quattro anni, mio papà che appunto era a Piacenza, mi disse, “vabbè, se vuoi, adesso puoi tornare. Sei stata lì quattro anni, hai imparato bene l’inglese, hai fatto il Liceo, adesso puoi tornare”. Io  gli riposi: “Guarda papà, grazie, ma adesso non torno più. Adesso mi fermo e faccio l’università qui”».

Amicizie e amori in quegli anni americani…
«Amicizie, amori… Ovviamente il mio primo grande amore del liceo. Ovviamente 16, 17 anni, è l’età in cui iniziano le storie d’amore, no? Con lui ci siamo poi trasferiti all’Università di Miami».

Cosa cerchi nell’amicizia, nelle persone che diventano tuoi amici? Che cosa ti aspetti da loro?
«Sincerità! Pretendo, voglio dalle persone che mi stanno vicino, che mi dicano quello che pensano. Un po’ perché lo faccio. Non riesco a stare vicino a persone che si offendono per cose inutili e che comunque non mi dicono quello che pensano a prescindere. Non ho bisogno di sentirmi dire che sono brava, che faccio bene. Se qualcuno la pensa diversamente da me – soprattutto in amicizia – o se vede qualcosa che sto sbagliando, apprezzo quando mi viene detto».

E per quanto riguarda le amicizie femminili con le colleghe? C’è un rapporto diverso rispetto tra uomo e donna rispetto a quello fra donne? «Io ho sempre avuto amici maschi fin da ragazzina: nella mia compagnia c’ero io. Qui a Piacenza la mia compagnia era prevalentemente di ragazzi. Non so per quale motivo, ma ha sempre funzionato così. Poi chiaramente, crescendo, le amicizie vere arrivano: nella vita, secondo me, se sei fortunato stanno su due mani. Se sei meno fortunato su una».

Che rapporti hai ancora con questi amici, con queste persone che hai frequentato da ragazzina?
«Diciamo che non ci vediamo spessissimo ma so, e loro sanno, che se ho bisogno, se avessi bisogno, loro ci sarebbero».

Quando sei poi ritornata dagli Stati Uniti, perché sei ritornata? Avevi detto non torno e invece poi sei rientrata. Che mondo diverso hai trovato rispetto a quello che avevi lasciato?
«Sono ritornata nel 1998 perché i miei nonni (io ero figlia unica da parte di papà), vivevano per me. Mi spiaceva essere stata via così tanti anni e pur tornando a Natale e d’estate, non averli “vissuti”. Poi volevo una famiglia e non volevo avere figli negli Stati Uniti. Volevo averli qui perché ritenevo che fosse un posto più consono per crescere dei bambini. Però sono ritornata prevalentemente per i miei nonni, per stare vicino a loro; e ho fatto bene perché poi purtroppo mia nonna si è ammalata di Alzheimer poco dopo. Io sono tornata nel ’98 e nel 2003 è morto mio nonno».

Sul fronte del lavoro che esperienze hai avuto?
«Ho fatto di tutto. Ho iniziato a lavorare a 16 anni, perché negli Stati Uniti è normale. Durante gli anni del liceo lavoravo in un negozio di giocattoli di un iraniano, dopo la scuola. Durante l’università facevo due lavori: al giornale locale di Miami che si chiama Miami Herald, la Libertà di Miami, per intenderci. Facevo anche la cameriera, perché guadagnavo molto di più servendo ai tavoli: negli Stati Uniti ci sono le mance e quindi aiutava molto di più il fatto di fare la cameriera la sera».

In tutte le cose, in tutti i lavori, oggi ti chiedono se hai empatia o no. È una delle cose che chiedono per entrare nel mondo del lavoro. Tu senti di avere empatia nel rapporto con le persone? Anche l’esperienza di lavoro che hai avuto, facendo la cameriera ti ha aiutato in questo?
«Non devo dirlo io se ho empatia, bisognerebbe lasciarlo dire agli altri. Diciamo che essere empatici non è sempre un pregio. Mi immedesimo molto negli altri. Quando questo accade non è sempre una buona cosa, perché non sei lucido. Mi emoziono tanto e quindi quando vedo persone in difficoltà faccio fatica… Ognuno ha i suoi difetti, io ho i miei!».

Questo ti ha portato ad avvicinarti alla politica?
«Ma no. Entrare in politica è stato del tutto casuale. Quando mi hanno chiesto di candidarmi nel 2007, ero rappresentante di classe della seconda elementare di mia figlia alla Carella. Mancava una donna in una lista civica. Conoscevo alcune persone che mi chiesero di candidarmi e io dissi “sì, perché no?”. Ero convinta che Reggi fosse stato un buon sindaco. Era la fine del suo primo mandato. Non lo conoscevo. Mi sono detta  “darò il mio contributo. Qualche mese di vita per fare una campagna elettorale lo do volentieri”; senza stare neanche tanto a pensare ai partiti di destra o di sinistra. Avendo due bambini piccoli, ho ritenuto fosse giusto che anch’io facessi il mio pezzettino, dessi una mano. Ripeto, è stato casuale, del tutto casuale; poi, quando mi è stato chiesto di fare l’assessore, non l’ho cercato, è stata una cosa strana».

So, perché ne avevamo parlato proprio in quegli anni, che hai anche studiato per i ruoli che poi hai ricoperto, hai seguito dei corsi a Roma. È importante prepararsi anche da questo punto di vista o basta un volontarismo generico?
«In politica? Non è una questione solo di politica. Io credo che per fare qualsiasi lavoro si debba studiare. Che sia una preparazione manuale se fai il muratore o uno studio sui libri, se stai nella Pubblica amministrazione. Per quanto riguarda quello che è oggi il mio quotidiano è un continuo passare tempo a studiare e leggere, perché nelle carte c’è sempre una risposta».

Quindi non bisogna improvvisarsi nemmeno nell’ambito amministrativo?
«È chiaro che anch’io ho iniziato ad improvvisare, nel senso che, quando io ho iniziato a fare l’assessore mi ricordo molto bene di aver detto “accetto, ma se mi rendessi conto di non essere all’altezza o di non essere in grado, io mi ritiro”. La vedevo, all’epoca, come una cosa molto più grande di me, lo ammetto. Credo che non ci sia nessuno che possa dire diversamente. Quando si diventa assessori dal nulla ci vuole un buon anno, almeno un anno, per capire bene come funziona la macchina, quali sono le diciamo le regole amministrative. O tu hai fatto una gavetta, hai studiato l’amministrazione, oppure devi per forza di cose imparare sul campo e studiare».

Quindi, di questi suoi cinquant’anni analizzandoli ripercorrendoli quali sono le cose che sicuramente rifaresti e quelle che non rifaresti?
«In generale per me è una regola di vita cercare di non guardarmi mai indietro, ma di guardare sempre avanti. Se ho fatto le cose che ho fatto, nel momento in cui le ho fatte, sicuramente in quel momento mi sembrava la scelta migliore. Ero consapevole della patata bollente che mi prendevo quando ho accettato la candidatura a sindaco. Tanti mi hanno sconsigliato, più che altro per la mia sanità mentale, perché quando sei il sindaco ti fai davvero carico di tanti problemi, di tante persone, di tante difficoltà, anche banali; che però alla fine della giornata sono un carico sulle spalle abbastanza importante, impegnativo. Però, adesso, arrivare a dire no non lo rifarei, no, assolutamente».

Adesso hai cinquant’anni. Non sta bene dirlo ad una donna …
«Ma li porto bene!».

Li porti molto bene. Quali sono gli obiettivi che ancora ti poni? Quali sono le cose che vedi nel tuo futuro, quali sono le cose che pensi fra 25 anni, quando ci troveremo ancora qui al settimo piano di Roma e ci racconteremo?
«Non funziona così. La mia testa non funziona così, ma da sempre, da quando ero piccola. Non vado per obiettivi. Sono più una persona che vive giorno per giorno, una sfida alla volta. Non riesco a pensare così a lungo termine. Un po’ perché la vita mi ha insegnato che è inutile, già da quando ero giovane. Probabilmente io per Dna sono fatta così. Giorno per giorno, una sfida alla volta, un problema alla volta. Chissà cosa potrà succedere, non lo so. C’è c’è chi dice “ah, ma ti candiderai sicuramente per il secondo mandato”. Non so neanche se ci arrivo viva alla fine dei primi cinque anni. L’unica cosa che sapevo fin da giovane era che volevo avere i figli presto, cosa che ho fatto. Questa era il mio obiettivo? Ne avrei voluti quattro, ne ho avuti due. Va bene così. Cosa porta il futuro? Beh, tu lo sai? Tu lo sai cosa farai tra 10 anni?».

A 81 anni, probabilmente starò cercando una Rsa dove ricoverarmi. Molto probabilmente quello…
«Ah! Sicuro, se mi avessero detto che mi sarei candidata sindaco non ci avrei creduto! Questo è certo, non era nei miei piani. Vedi come cambia alla fine: uno si fa tutto un film, no? Pensa, vorrei andare là e fare questa cosa. E poi succede qualcosa che ti scardina tutto. Allora tanto vale fare dei piani giorno per giorno. Un giornalista all’inizio di questa di questo mandato mi ha fatto una domanda ed è stata “Cosa auguri a Piacenza nei prossimi 5 anni?”. La mia risposta era stata “un cambio di mentalità”. È dura, eh! Piano piano, secondo me, stiamo iniziando come città ad aprirci un pochino. Prima mi hai chiesto, quando sei tornata, cosa hai trovato di cambiato? Ecco cosa ti volevo dire: quando sono partita a 13 anni mi disperavo, perché pensavo che tornando avrei trovato le cose cambiate, che diversi miei amici sarebbero stati in altri luoghi. Tornando il primo anno, il secondo, il terzo anno, mi accorgevo sempre che alla fine i miei amici si trovavano nello stesso bar (perché noi andavamo al bar Università all’epoca) più o meno alla stessa ora. l weekend si svolgevano sempre più o meno nello stesso modo. E quindi a un certo punto mi sono detta, vabbè, ma se anche torno tra dieci anni trovo tutto come prima che è la cosa molto bella dell’Italia, molto diversa dagli Stati Uniti. Negli Stati Uniti se tu manchi da un quartiere per dieci anni, se torni dopo dieci anni, magari è completamente diverso. Qui tra dieci anni non sarà tutto completamente diverso, perché il Gotico sarà lì. Le nostre chiese saranno tutte al loro posto e i cavalli del Mochi saranno in piazza Cavalli. Questo non avviene negli Stati Uniti, così come non avviene con le persone. Negli Stati Uniti ci sono tanti pregi ma anche tanti difetti. Uno dei più grossi difetti è il fatto che la mobilità delle persone che si muovono per motivi di studio, di lavoro, di famiglia fa sì che non si creino delle radici che è invece la parte bella dell’Italia; cioè la famiglia, le amicizie, il fatto che si cresca insieme, che si stia vicini e che il paesaggio tutto sommato non cambi mai più di tanto. Avendo noi una storia che viene da lontano è quello che succede qui. Il tempo è un po’ più fermo rispetto all’America».

Le tue radici sono qui?
«Ah, le mie radici sono sempre state qui. Assolutamente sì, sì. Fin da bambina io prendevo il treno da Bergamo per Piacenza, in terza media, per venire qui a fare il weekend con i miei amici, perché i miei amici erano qui e io dovevo stare qui. Un po’ per il nonno e la nonna. Perché i miei nonni paterni sono stati per me un faro, quindi dovevo venire dalla nonna, nonna Ida e nonno Franco».

Ci ritroviamo qui a raccontarci i tuoi primi 60, fra 10 anni? Dove saremo?
«E chi può dirlo? Non ne ho la più pallida idea!».

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