Servizio di continuità assistenziale: si chiama così – nel nuovo gergo burocratese – ma di continuo, almeno in territorio piacentino, ha ben poco. Parliamo, in soldoni, della guardia medica che dovrebbe – il condizionale è purtroppo d’obbligo – garantire assistenza medica ai cittadini che nei fine settimana rimangono orfani del proprio medico di famiglia. In questa piccola storia di vita quotidiana che mi accingo a raccontare, vien forse da pensare che c’è qualcosa che non funziona nella sanità pubblica emiliano-romagnola, portata come fiore all’occhiello dal presidente della Regione Bonaccini un giorno sì e l’altro pure.
Un colloquio imbarazzante
Venerdì sera: mio figlio torna dall’Università con forte senso di nausea e febbre, che nella notte sale a oltre 39 accompagnata da tosse. Sabato mattina chiamo la guardia medica (preferisco chiamarla così). Risponde il centralino di Piacenza; un’operatrice mi informa che il servizio di continuità assistenziale più prossimo alla mia residenza è chiuso (?!?) e quello disponibile nel distretto di riferimento è in una località a 30 chilometri di distanza (ometto indicazioni più precise per ovvie ragioni). Esprimo le mie perplessità; l’operatrice (gentile e disponibile) mi fa allora parlare con una guardia medica che fa servizio in città, logisticamente a me molto più accessibile.
Il colloquio con la dottoressa di turno lo definirei imbarazzante (per l’Ausl di Piacenza). Mi dice che non posso portare mio figlio da lei perché ha la febbre (protocollo Covid) e che, ovviamente, di venirlo a visitare a domicilio non se ne parla proprio. Aggiunge che non può fare neanche il tampone perché ha sintomi che potrebbero ricondurre al virus cinese (?!?). Riferisco dei malesseri del mio “bambino” ormai più che ventenne (nel frattempo la temperatura è tornata sopra i 39 e si avvicina a 40). Mi viene proposta una terapia antibiotica che respingo al mittente (come si fa a dare antibiotici senza aver visitato un paziente? E se è una forma virale a che cavolo servono?). Chiudo la chiamata e attivo il “fai da te”. Mi reco in farmacia, compro farmaci antipiretici e calma tosse più un tampone rapido, che risulta negativo.
Tirare a lunedì
La giornata di sabato prosegue con la febbre che va e viene, ma che quando arriva è sempre altissima. Domenica mattina: altro tentativo con il “servizio” di guardia medica; questa volta l’operatore è più ligio alle ferree regole burocratiche e mi dice che può passarmi solo il medico del distretto di riferimento (quello che sta a 30 chilometri). Distanza a parte, questa volta ho la sensazione di parlare con un professionista che sa il fatto suo e che pazientemente si becca il mio sfogo di cittadino arrabbiato. Anche lui, però, non può fare molto. Lascia capire che se non fossi così distante, magari a visitare mio figlio a domicilio sarebbe anche venuto. Mi dà alcuni consigli su come tenere giù la temperatura e dice che l’unica soluzione è “tirare” a lunedì per rivolgersi al medico di famiglia. Bene, anzi male. Proseguiamo il “fai da te” e tiriamo a lunedì.
I medici se ne vanno
Fine della storia, ma non di constatazioni e domande che un cittadino fa dopo una simile esperienza. Primo, non ammalarsi durante i weekend. Secondo, ringraziare Bonaccini per come funziona il “servizio di continuità assistenziale”, almeno a Piacenza. Così ho preso qualche informazione: il problema è la carenza di medici; pare ne manchino all’appello una decina; in questa situazione di “abbondanza”, mi riferiscono che a quattro medici non è stato rinnovato il contratto e se ne sono andati; altra notizia: i “dottori” vanno a lavorare in altre regioni, perché pagano meglio. Ma come, la ricca ed efficiente Emilia Romagna si fa scippare medici perché ha il “braccino corto”?
Sanità pubblica in default
Morale: la sanità pubblica (provinciale, regionale e nazionale) è in default. Se un cittadino ha veramente bisogno, deve rivolgersi al privato, sempre che abbia sufficienti entrate per permetterselo. Due esempi, tratti sempre dal mio diario personale, che vanno oltre il servizio di continuità assistenziale. Il medico mi prescrive una colonoscopia. Siamo ad ottobre 2021, mi viene fissata a maggio 2022. Vi sembra possibile? Veniamo ai giorni nostri. Ho in corso una serie di controlli, tra questi, una visita neurologica. Da marzo, prima data utile il 14 novembre. Logicamente la visita l’ho già fatta presso una struttura privata. E potrei continuare, ma non voglio infierire né abusare della vostra pazienza.
È questo il servizio sanitario pubblico? Prendo atto, ma almeno non ci si vanti che funziona.







