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Da Belluno a Piacenza, come combattere l’invasione di animali selvatici?

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L’invasione di animali selvatici tiene banco da Belluno a Piacenza. Sta facendo discutere la decisione presa negli scorsi giorni dalla Provincia veneta che impone l’abbattimento di 3.234 cervi, compresi femmine e cuccioli. Già nel 2019 era stata stimata la presenza di oltre 40.000 ungulati tra cervi, caprioli, mufloni e camosci, oltre a un numero imprecisato di cinghiali: decisamente troppi per il territorio bellunese.

La loro eccessiva presenza mette in pericolo l’agricoltura e l’equilibrio degli ecosistemi; ma anche il turismo e la sicurezza stradale. Per questo la provincia di Belluno ha deciso di anticipare l’apertura della stagione venatoria a dopo ferragosto, come è già avvenuto nel 2019.

Problema europeo

Di abbattimento selettivo si sente parlare già da tempo. Negli ultimi anni, in diverse parti d’Europa, la distribuzione sempre più ampia e la densità elevata di specie animali selvatiche sono causa di preoccupazione per il loro impatto sugli ecosistemi naturali e sulle attività umane. Solo in Italia nel corso del 2019 si sono registrati circa diecimila incidenti stradali provocati da animali selvatici anche con tragiche conseguenze.

In molti casi quindi l’abbattimento selettivo è visto come la principale soluzione per risolvere il problema. Diversi Stati e Regioni hanno ritenuto necessario ricorrere ad una caccia ben regolamentata, che sia in grado di ristabilire un’equilibrio sostenibile.

Emergenza cinghiali 

Soprattutto il numero in continuo aumento dei cinghiali rappresenta un’emergenza non più rinviabile a livello continentale. Portatori della peste suina africana, questi animali hanno già contaminato nove Paesi dell’Unione. In Belgio, ad esempio, all’inizio del 2019 erano stati riscontrati più di 230 casi. Bruxelles, che già nel 2018 aveva annunciato un piano di abbattimento selettivo, ha promesso che terrà sotto controllo la popolazione di cinghiali per evitare che il contagio superi le sue frontiere.

Alcuni Paesi hanno reagito proponendo di erigere muri o recinzioni ai confini. Ma in realtà il blocco del contagio risulta essere più probabile se si riescono a realizzare sul fronte di espansione aree a densità tendente a zero, obbiettivo raggiungibile anche in questo caso solo con un corretto piano di abbattimento.

Lo studio francese

Nel complesso forestale di Châteauvillain del comune di Arc-en-Barrois, nella Francia nord-orientale, un gruppo di ricercatori ha studiato attraverso modelli matematici e statistici come migliorare l’efficienza della caccia al cinghiale. Le variabili prese in considerazione sono il numero di cacciatori impiegati, l’area coinvolta e il periodo venatorio. Ottimizzando i tre fattori per un numero di 57 cacciatori impiegati, vengono abbattuti 11 animali invece di sette, con un incremento del 57%.

È possibile trasferire il modello d’oltralpe alla realtà italiana? Per molti la risposta è si. Anche perché non si può più aspettare. In alcune zone della nostra penisola l’aumento del numero di questi animali selvatici è ormai fuori controllo. E coltivatori, allevatori, cacciatori, ma anche diversi ambientalisti, credono che una caccia ben regolamentata sia la soluzione migliore per ristabilire un equilibrio tra la biodiversità, l’ambiente naturale e quello antropizzato.

E a Piacenza?

Anche lungo l’Appennino, compreso quello piacentino, scendendo a valle fino ad arrivare in pianura, preoccupano soprattutto i cinghiali. Il loro numero risulta più che raddoppiato. Nel 2019 una stima di Coldiretti ha evidenziato che la quantità di esemplari è di circa un milione di capi, come dire uno ogni cinque abitanti in questa porzione del territorio italiano.

Durante i mesi di lockdown per l’epidemia di Covid i cinghiali hanno avuto campo libero. Ed ora stanno causando danni sempre più gravi all’agricoltura e alla viticoltura sulle nostre colline, con gli operatori piacentini che chiedono interventi decisivi a Regione e Provincia per risolvere il problema. Anche in questo caso, come a Belluno, la soluzione principale potrebbe essere quella di anticipare e prolungare il periodo venatorio per una durata che passi dai 90 canonici ad almeno 120 giorni di attività.

Caterina Pagani è laureata in Scienze della Natura e dell’Ambiente all’Università di Parma. Pur avendo un percorso di studi scientifico, ha sempre amato la letteratura.
Studia il pianoforte ed è appassionata anche di cinema e viaggi. Ha gestito un caffè letterario collaborando con artisti emiliani, lombardi e provenienti da altre regioni d’Italia. Da quasi un anno ha aperto un blog personale, il Barile dello Zucchero, dove scrive articoli sugli argomenti che le piacciono e diari di bordo dei suoi viaggi.

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