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Maltempo, il clima cambia e l’Italia è impreparata: la ricetta di Legambiente

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Maltempo: un killer che non fa sconti, come abbiamo visto in queste tragiche giornate passate a contare le vittime e gli enormi danni dal Friuli alla Sicilia.
“Il clima sta cambiando e la Penisola continua ad essere impreparata”, affermano a Legambiente. Un’emergenza che riguarda milioni di italiani. 7.275 comuni (il 91% del totale) sono a rischio per frane e/o alluvioni (dati Ispra 2018). E circa 7,5 milioni di abitanti vivono o lavorano in queste aree. Su scala nazionale addirittura il 13% delle famiglie italiane abita in aree a rischio idrogeologico. Così per affrontare una situazione sempre più drammatica l’associazione propone di realizzare un piano nazionale di adattamento al clima e una normativa per fermare il consumo di suolo.

Prevenzione al palo

“In queste ore il primo pensiero va purtroppo alle vittime e ai dispersi e ribadiamo la piena disponibilità e supporto ai tanti soccorritori impegnati sui territori colpiti”, afferma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “Le diverse emergenze scattate in questi giorni non possono, però, non richiamare ad una riflessione sul rischio idrogeologico e le conseguenze del cambiamento climatico sempre più evidenti sul nostro territorio. Questi fattori spesso sono stati ignorati o sottovalutati. E la prevenzione stenta a partire. Nonostante siano state messe in campo nuove politiche per la riduzione del rischio sul territorio, con l’obiettivo di recuperare anni di ritardi negli interventi, purtroppo ancora oggi non se ne vedono i risultati”.

Maltempo e nuove strategie

Quindi serve un cambio di passo. Perché, continua Zampetti, “la dimensione dei problemi che vediamo nei territori legati alla fragilità idrogeologica del Paese, a una pianificazione e a un’espansione urbanistica, che spesso non ne tiene conto, e a un clima che sta cambiando, è tale da obbligare a un cambio di strategia e di velocità degli interventi”.

E su questo Legambiente ha le idee chiare. “Si deve passare da un approccio che segue emergenze e disastri a una lettura complessiva del territorio italiano”. Come? “Attraverso un Piano nazionale di adattamento. E a interventi coerenti e coordinati. Per questo chiediamo al Governo di approvare tale piano nazionale. A cui devono seguire piani su scala regionale e territoriale. Strumenti trasversali di cui tener conto anche in tutte le altre pianificazioni. In modo da aiutare così anche i Comuni, che devono individuare rischi e interventi prioritari di prevenzione”.

Maltempo e investimenti

Ma per fare tutto questo servono risorse adeguate. Non una tantum, ma continuative. Così Legambiente ha proposto di prevedere già nella Legge di Bilancio 2019 un fondo di almeno 200 milioni di euro all’anno. Con finanziamenti da destinare ai Piani Clima da parte dei Comuni. E a progetti di adattamento ai cambiamenti climatici. Senza dimenticare le risorse necessarie per interventi di manutenzione, riqualificazione e riduzione del rischio. A partire dagli spazi pubblici e di allerta dei cittadini. “Ma di tutto questo purtroppo – sottolinea Zampetti – nella nuova proposta di Finanziaria non ve ne è traccia”.

Costi e consumo del suolo

Per capire quanto sia importante intervenire, anche solo considerando i costi economici, Legambiente ha fatto due conti. L’Italia tra il 1944 ed il 2012 ha speso 61,5 i miliardi di euro solo per i danni provocati dagli eventi estremi. E siamo tra i primi Paesi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto con circa 3,5 miliardi all’anno. Tuttavia, continua imperterrita, soprattutto in ambiente urbano, la sottrazione di suolo libero per processi di crescita edilizia. Anche a causa della mancanza di una normativa nazionale che intervenga in questo settore.

Maltempo, condoni e abusivismo

Ma un altro dato per Legambiente è ancora più allarmante. Soprattutto alla luce del dibattito sull’ennesimo condono edilizio contenuto nel decreto Genova, in discussione in Parlamento. Consumo di suolo e nuove edificazioni continuano infatti a riguardare anche le aree considerate a rischio idrogeologico, malgrado i vincoli esistenti. Secondo il dossier Ecosistema rischio dell’associazione, nonostante nel 78% dei casi (1.145) le perimetrazioni definite dai Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) sono state integrate ai piani urbanistici, nel 9% delle amministrazioni si è continuato a costruire nelle aree a rischio anche nell’ultimo decennio.

Una cifra che potrebbe essere anche più alta. Basti pensare a quanto è stato costruito in maniera abusiva. Edificazioni che oggi non risultano, spesso in aree a rischio. Ma che potrebbero essere sanate se andasse in porto il decreto così come è uscito dalla Camera dei deputati. Secondo Legambiente, si prevede infatti di far procedere le richieste pendenti di condono senza tener conto dei vincoli idrogeologici, sismici e paesaggistici attualmente vigenti nel nostro Paese.

 

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