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No alla pandemia statalista: appello di docenti universitari, imprenditori e professionisti

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“Evitiamo che la pandemia sanitaria si traduca in pandemia statalista”. Questo è il titolo di un appello sottoscritto da professori universitari, imprenditori e liberi professionisti di area liberale e libertaria. Il manifesto, spiegano i promotori, vuole richiamare l’attenzione sul fatto che le decisioni assunte dal governo in questi giorni, in tema di spesa pubblica e regolamentazione economica, stanno aggravando una situazione già molto compromessa dal blocco totale delle attività produttive.

L’invito di Lottieri

Quanti hanno accettato l’invito del professor Carlo Lottieri (università di Verona) a sottoscrivere questo appello intendono contrastare il progetto di un assistenzialismo generalizzato e di un’ulteriore moltiplicazione di quelle regole che, da decenni, intralciano il mercato e azzoppano l’economia.

Via le imposte dirette 2020

Dinanzi a imprese già fallite o vicine al fallimento, prosegue la nota, di fronte a un’economia in ginocchio e a uno Stato sempre più indebitato, questo manifesto chiede al governo di adottare – in una situazione eccezionale – misure autenticamente eccezionali: eliminando ogni imposta diretta del 2020 e operando una radicale revisione del proprio bilancio e del proprio ruolo nella società. Il costoso e inefficiente apparato statale e parastatale deve al più presto privatizzare e liberalizzare, devolvendo al mercato una larga parte delle proprie attività e dei propri dipendenti.

Responsabilità politiche

Se questo non avverrà, concludono i promotori, dopo la pandemia sanitaria gli italiani dovranno fare i conti con una pandemia economica (chiusure, disoccupazione, nuove povertà, ecc.) la cui responsabilità sarà tutta da riconoscere nelle scelte irresponsabili della classe politica italiana.

L’appello “Evitiamo che la pandemia sanitaria si traduca in pandemia statalista”, che riportiamo a seguire, può essere sottoscritto all’indirizzo nopandemiastatalista@gmail.com.  

Mentre gli operatori della sanità pubblica e privata sono in prima linea contro il Covid-19 e mentre la produzione è ferma e gli italiani sono confinati nelle loro abitazioni, il governo sta predisponendo misure emergenziali che sono presentate quali aiuti al sistema economico, ma che in realtà peggioreranno una situazione già disastrosa. Uno Stato moribondo a causa dei debiti contratti negli anni passati si prepara ad aggravare la propria esposizione debitoria, ponendo le premesse per conseguenze ancora più tristi.

Al di là delle singole misure, la filosofia di fondo degli interventi governativi è chiara: s’intende allargare la sfera d’azione del potere pubblico nella convinzione che questo possa aiutare l’economia. Predisporre finanziamenti pubblici a questa o quella categoria, offrire garanzie di Stato per i prestiti e assicurare altre forme di sussidio a quanti sono in difficoltà significa – al di là della retorica – colpire ancor di più il sistema economico produttivo, che sarà ovviamente chiamato a pagare il prezzo di queste decisioni. Anche se gli interventi vengono presentati come se si stesse ricorrendo a una sorta di “manna dal cielo”, le cose non sono così.

In sostanza, si sta predisponendo un gigantesco meccanismo di deresponsabilizzazione (gli economisti parlano di ‘moral hazard’) e si sta creando una logica da ‘reddito di cittadinanza’ estesa a ogni settore, categoria e classe sociale.

Bisognerebbe muoversi in direzione opposta. Lo Stato deve infatti ritrarsi, in primo luogo rinunciando a ogni imposta diretta per il 2020. È indispensabile che l’apparato pubblico compia quei sacrifici necessari a far sopravvivere il sistema produttivo privato. È necessario che si operino tagli di spesa, che si rinunci a ogni nazionalizzazione (a partire dall’Alitalia, uno scandalo che dura da decenni), che si operi un drastico snellimento della funzione pubblica. Le risorse che sono nella disponibilità dello Stato devono direttamente pervenire agli interessati, senza passare necessariamente attraverso tutto quell’armamentario che ne ritarda l’erogazione e, soprattutto, che (passando per mille enti e un asfissiante percorso burocratico) incide pesantemente sulla consistenza degli aiuti stessi, riducendoli in modo sensibile e favorendo quel clientelismo e quella corruzione che con facilità si annidano proprio negli apparati burocratici.

Oltre a ciò, bisogna disboscare la selva delle regole, perché quanti evocano il “boom” successivo alla Seconda guerra mondiale dovrebbero ricordare come allora chi voleva intraprendere poteva farlo con facilità: non c’erano tutte le leggi che ora impediscono ogni iniziativa, né vi era una pressione fiscale come l’attuale.

Se non si abbandonerà questo interventismo autoritario, sostenuto dal generale consenso delle forze politiche, il disastro economico generato dalla pandemia sanitaria non troverà soluzione. Non è possibile alcuna ricostruzione in un’economia dominata dal gioco delle lobby, da una redistribuzione costante delle risorse, da scelte che privilegiano l’oggi e sacrificano – ancora una volta! – le generazioni a venire.

Facciamo che lo Stato lasci lavorare in pace chi vuole fare: rinunciando quanto più sia possibile alle imposte dirette del 2020 ed eliminando ogni norma che ora ostacola quanti intraprendono”.

Carlo Lottieri, università di Verona
Sergio Belardinelli, università di Bologna
Alberto Berardi, università di Padova
Silvio Boccalatte, avvocato
Emanuele Boffi, direttore di “Tempi”
Roberto Brazzale, imprenditore
Aldo Canovari, editore
Renato Cristin, università di Trieste
Raimondo Cubeddu, università di Pisa
Andrea Favaro, università di Verona
Roberto Festa, università di Trieste
Michele Fiorini, avvocato
Oscar Giannino, giornalista
Alessandro Gnocchi, giornalista
Lorenzo Infantino, università LUISS di Roma
Antonio Masala, università di Pisa
Roberta Adelaide Modugno, università di Roma Tre
Guglielmo Piombini, saggista ed editore
Florindo Rubbettino, imprenditore
Corrado Sforza Fogliani, avvocato
Michele Silenzi, saggista
Adriano Teso, imprenditore
Giorgio Spaziani Testa, avvocato
Daniele Velo Dalbrenta, università di Verona
Alessandro Vitale, università di Milano

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9 Commenti

  1. da uno che ha taroccato il curriculum cosa si vuole pretendere, c’è da sperare che sia in buona fede e non burattino in mano a qualcun altro

  2. ADERISCO AL “MANIFESTO NO ALLA PANDEMIA STATALISTA”

    DOVE ARRIVA LO STATO (LA MANO PUBBLICA” E’ COME SPUGNA IN UN PIATTINO CON ACQUA)
    VI E’ UNA RAREFAZIONE DELLE RISORSE – VI E’ LA DISTRUZIONE DELLE AZIENDE

  3. Sono sicuramente d’accordo con voi, ma in Italia le migliori proposte restano inascoltate. Comunque sia, plaudo alla vostra iniziativa.

  4. Aderisco all’appello “Evitiamo che la pandemia sanitaria si traduca in pandemia statalista”
    Giulio Argalia, medico Radiologo, presidente club Occidente, Ancona

  5. lo statalismo è il peggior virus che possa colpire un uomo libero costretto a subirlo
    Bravo il promotore e bravi i sottoscrittori.

  6. Bravi! Mi aspetto che tutti questi signori che hanno firmato l’appello direttamente dal medioevo restituiscano i soldi pubblici intascati, visto che gli fanno schifo e sono spesa improduttiva, in particolare nel loro caso. A partire dai docenti (dove sono gli economisti???) fino ad arrivare ai mitici imprenditori che intelligentemente sono pronti a rinunciare al 50% del mercato, visto che il 50% del pil è fatto da spesa pubblica.
    Sicuramente spesa da tagliare.
    PS sono PIVA e a causa dei liberisti e libertari che governano l’Italia e l’UE da 30 anni siamo in questa situazione. Basta! Ci state togliendo ogni futuro, peggio dei comunisti.

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